28.7.16

Il camerino


Ho una avversione intrinseca per provarmi i vestiti nel camerino.

Il camerino si prospetta dopo le seguenti fasi iniziali.

Entri in un negozio perché magari ti è piaciuto qualcosa in vetrina o semplicemente c’era un bell’accostamento di colori. Un po’ come quando scelgo un libro.

Prontamente una commessa che è nata dopo il 1990 ti interpella dandoti del tu (non perché ti considera giovane come lei, ma bensì perché LEI si considera giovane, dunque legittimata a parlare come una undicenne):-  Hai bisogno di q…-

Ma non finisce perché appena apre bocca arriva la risposta standard: - Dò un occhiata, grazie.-

E’ il gioco delle parti, lei lo sa, tu lo sai. Se lei -invece- è intelligente, magari perché è nata addirittura prima dell’85, dirà: -Se hai bisogno, sono qui- In quel caso sorridi i vostri occhi si incontrano e vi capite al volo.

Allora poi può succedere che c’è una cosa che ti piace talmente tanto e sembra essere compatibile sia col  culone che con il badget, che addirittura ti senti psicologicamente pronta per affrontare il camerino.

Nei camerini accade quanto segue.

I camerini sono di solito pensati per gente senza braccia, larghi un metro per un metro. Praticamente delle bare con uno specchio. Quanto cominci a spogliarti colpisci con ogni possibile articolazione contro tutte le pareti. Allora la commessa dodicenne arriva e che fa?

Apre completamente la tenda per chiederti se hai bisogno. E tu sei lì. Semiduda. Con le braccia e la testa intrappolata dentro il vestito o il maglione. Vorresti prenderla a scappellotti ma i tuoi arti sono completamente attorcigliati nel malefico indumento, quindi ti limiti a bofonchiare da dentro l’indumento che no, va benissimo, non vede?.

La commessa se ne va, magari ti ha pure fatto una foto mentre eri in mutande e senza testa e la pubblicherà su snapchat (Fb è per vecchi) deridendoti con le sue amiche minorenni (e minorate).

Per inciso, a meno che tu non l’abbia pianificato, quanto entrerai in un camerino avrai sempre biancheria intima inguardabile, stinta, mutandoni della nonna, reggiseno spaiato.

Altra caratteristica dei camerini è la luce. La luce è stata progettata per umiliarti. Una lampadina alogena, orientata in modo che metterà in risalto ogni poro dilatato o pelo incarnito, figuriamoci la cellulite.

Così, quando finalmente ti sei tolta il diabolico vestito, ti guardi e vorresti darti fuoco. Figuriamoci comprare un paio di pantaloni rossi. Ma ormai sei dentro, sudata e ignuda come una ballerina di lapdance, sai che tra poco entrerà ancora a tradimento la commessa, quindi ti infili l’indumento, velocissima, per non farti cogliere in fallo, colpendo con il gomito lo specchio e col ginocchio il muro e contemporaneamente distogliendo lo sguardo dall’immagine riflessa, e finalmente sei vestita. Non fai in tempo, che la commessa masticando una cicca apre la tenda con gesto teatrale. Lei non vede i tuoi occhi iniettati di sangue e dice:- allora, come va?-

Come vuoi che vada, ho il corpo ricoperto di lividi, l’ascella pezzata, sono scalza e ovviamente ho una calza bucata, ho appena visto un mostro allo specchio con le mie sembianze, tu insulsa ragazzetta che porti una 38 e quando è uscito la Bella e la Bestia non eri neanche nata.

Sei costretta ad uscire dal camerino. Ti guardi nello specchio grande del negozio, e voilà.

Sei una gran gnocca. Hai tre taglie in meno. Hai il culo alto come quello di una brasiliana. La commessa commenta:- Mi piaci molto-

Mi piaci molto? Che sei, mia sorella? Manco la mia lesboamica mi dice mi piaci molto. Vabbè il Gmarito poi è fuori questione. In ogni caso tu, che sei una veterana del camerino sai.

Sai che lo specchio del negozio mente. Ha il trucco, è deformato come quelli dei parchi dei divertimenti dei film horror. E’ stato installato da dei diabolici vetrai esperti nel mestiere con una particolare angolazione che fa sì che tu sembri alta e magra.

-Mmmm non so non mi convince. Non mi ci vedo- altra frase da repertorio che sta ad indicare che non ti farai fregare facilmente.

Torni in camerino. Sembri un insaccato.

Torni fuori, gnocchissima.

Potresti continuare per ore da qui a lì, e portare la commessa verso l’esaurimento nervoso, poi decidi che la verità sta nel mezzo (degli specchi).

-Allora, lo porto in cassa? Vuoi vedere qualc…-

Lei non finisce la frase. In quel momento la tua faccia è troppo simile a quella di sua madre quando sta per metterla in punizione per una settimana senza uscire.

Allora paghi in silenzio e esci mentre la commessa ti dice:- Ciao, bella.-

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