28.9.15

il dovere della magica infanzia

Ho già pubblicato su Fb un articolo che ha un titolo molto controcorrente e anche un po’ polemico di una madre (i padri non si pongono mai il problema, in questo sta la loro superiorità, a volte) che dice sostanzialmente che è stanca di rendere magica l’infanzia dei propri figli, perché l’infanzia è già magica di per sé, senza l’intervento di noi madri pervasive ed insicure, e la magia si sviluppa proprio (anche) grazie alla noia. Semprechè i nostri figli abbiano il tempo di annoiarsi tra le mille attività che si trovano in agenda.
Pure io sono stata una vittima di pinterest, che se digiti feste di compleanno, ti escono foto di party in giardino (se non ce l’hai, noleggialo), piatti in tinta con torta (regolarmente home made, con pasta di zucchero e pasta interna colorata coi colori dell’arcobaleno, che ti devi fare un corso da pasticcere su Youtube per mesi, prima di riuscire in una imitazione dignitosa), regalini e cotillon a tema, giochi fantastici che prevedono creazioni di spade laser in cartone o tendoni da circo ricavati da lenzuola colorate.
Pure io ho costruito il gioco della pesca con i pesci di carta e la calamita, il garage delle macchinine usando 12 stecche di colla a caldo, con una scatola da scarpe, ho fatto robot di cartoncino con Megamind, cucito vestitini orribili per le bambole, fatto coi bambini tonnellate di biscotti.
Solo che non l’ho fatto per rendere magica la loro infanzia.
L’ho fatto perché MI DIVERTO. E sostanzialmente mi sento di nuovo bambina. E rendo magica la mia noiosissima adultità. (neologismo da inserire nel vocabolario, informare l’Accademia della Crusca)
In effetti, i miei genitori giocavano con me? Un po’ sì. Ma mi accorgevo che lo facevano perché si divertivano. Mio padre ha costruito col cartone castelli, case, ville, armature, spade, elmi. E lo faceva con la stessa cura, scientificità e precisione con cui scriveva un Ricorso, un dibattimento o come caspita si chiamano quelle cose da Avvocati.
Mi mamma ci ha sempre fatto i costumi di carnevale, e mi ricordo benissimo che, pur non sapendo cucire, si divertiva un mondo a tagliare metri di pannolenci (santo pannolenci che non si fa l’orlo) nero per farmi il costume da pipistrello a 7 anni. Era un modo per evadere, per farci contenti, per fare qualcosa di diverso dal lavare i maglioni di lana (con un procedimento lunghissimo che prevede sciacqui, risciacqui, strizzature con vecchi asciugamani, posizionamenti particolari sugli stenditoi, ed altre partiche che ho rimossoe  che ha tentato inutilmente di inculcarmi, ma io getto tutto nella lavatrice, che se c’è il programma lana, ci sarà un motivo, o no?).
Insomma, è vero. Non è un nostro dovere rendere magica l’infanzia dei bambini. Di certo, se c’è tutta questa sensazione che ciò sia necessario, un motivo ci sarà. Io ne ho individuati alcuni.
1.       I bambini non c’entrano una cippa, è l’ego smisurato delle madri, che poi devono farsi belle sul FB, su Pinterest, su Wazzap, e sui loro Blog. (e qui ci sono dentro pure io, mea culpa. Lo specchio di Narciso sono i Social. Che poi mia figlia manco si è accorta, alla sua festa dei 6 anni, che la tovaglia era intonata coi piatti)
2.       Abbiamo un po’ la sensazione che i nostri figli non sappiano divertirsi, e la causa deriva da un tipo di vita che è cambiato, inutile raccontarsela. O abiti in un micropaese che è ancora inserito in una bolla temporale degli anni ’50, oppure, se abiti in un casermone a Milano, le corse nei prati a caccia di cavallette, i giochi di cortile, guardie e ladri cogli amici, te li scordi, se non vuoi che il bimbo sia rapito da un pedofilo o adescato dalla cosca mafiosa del quartiere.
3.       Se li forniamo di 20 dispositivi elettronici di intrattenimento (che ci garantisce silenzio e assenza di litigi, perché vedo che in media chi ha tre figli, compra TRE nintendo, rendiamoci conto please), poi possiamo forse stupirci se non giocano con un semplice scatolone di cartone immaginando che sia una navicella spaziale? Dobbiamo insegnarglielo noi, e poi loro andranno avanti da soli.
4.       Noi madri abbiamo troppi sensi di colpa riguardo ai nostri infanti. Non siamo responsabili del loro divertimento, se comunichiamo loro questa sensazione, siamo fottute. E loro pure.

Noi vogliamo tutto. I figli felici e sempre impegnati, popolari tra i compagni grazie a feste spettacolari, figli che sono bravissimi nello sport, camerette da rivista con tappeti intonati a giocattoli in legno progettati dai designer scadinavi, figli creativi e sorridenti, che non sporchino però con la farina con cui fare la pasta didò home made.

Insomma, molliamoli. Facciamo almeno due figli così giocano tra loro. Costruiamo casette di cartone, se ciò ci diverte, o per evitare che si recidano la giugulare con il taglierino. Troviamo il giusto mezzo, che sennò sentiremo sempre inadeguati sia i nostri figli che noi stesse.

Non ci si sente un po’ liberate?

22.9.15

pasti molto sofferti

Ore 15. L’ultimo pacco di pasta è stato messo nella dispensa rigurgitante (che sarà tale solo fino a Venerdì, GiornoDellaPenuria, in cui si mangiano uova sode, avanzi di formaggio e pastina in brodo). Megamind sta facendo i compiti. Io guardo i fiori del supermercato che mi sono autoregalata e vedo una pizzetta al posto della gerbera. In effetti, non ho mangiato.
Apro il frigo, che rigurgita anche lui.
Un piatto di pasta e via, burro e parmigiano.
No, ho mangiato troppi carboidrati ‘sta settimana.
Allora una piadina al prosciutto.
 Ma ci sono sempre i carboidrati, e la farina, veleno, glutine, veleno.
Insalata con formaggio e pomodori. No, aspetta, sto cercando di eliminare il latte, ricordi, che hai fatto 10 giorni a grattarti dappertutto?
Due uova sode. Mangiato ieri, con la carbonara (ancora carboidrati).
Yogurt con cereali? Lattosio. Ormoni. (e ancora carboidrati)
Prosciutto cotto? Ah, no c’è il latte.
Carne. E’ nel congelatore, o me la succhio come un ghiacciolo, oppure mangio all’ora del tè.
 Pomodori e tonno. C’ho un mal di stomaco pazzesco, il pomodoro fa acidità, e ho finito le mie pastigliette.
Mangio due cracker e via. No, la farina, la farina, la farina!
Vada per la carne in scatola, senza guardare gli ingredienti. Tre olive.

Sono le tre emmezza, devo andare a scuola a prendere le bimbe. E c’ho già ma di stomaco.

21.9.15

Diventare grandi e vecchi (e vecchi telefoni)


Quest’inizio di scuola è un vero casino. Megamind ha iniziato l’adolescenza la scuola media. Esce alle 13.35. Ma solo certi giorni. Per due giorni fa il pomeriggio, perché fa la specializzazione musicale. Ma-siamo nella scuola italiana- la sua prof di chitarra, non esiste ancora. Quindi non si sa. Se arriva, quando arriva, quando sarà la riunione con la prof, quali saranno i pomeriggi, a che ora saranno i pomeriggi.
E superMario, addestrato a fare la pipì in piedi, la cacca nel gabinetto, prontissimo per la scuola, comincerà MERCOLEDì 23.
Per sole due ore. Non inizierò un'altra volta il pippone sui sadici inserimenti all’italiana, che solo qui, nella terra dei mammoni-tessorodellammamma-ciccinobbbello esiste l’inserimento. (sì, quello affinchè le maestre non si traumatizzino dopo tre mesi di vacanza- Argh, l’ho detto, l’ho detto, perdono, chiedo veniaaaa)
Poi c’è il tennis. Che non si sa, quando sarà. (occorre aspettare la prof di chitarra, bla bla bla
Poi c’è danza, al venerdì. Il Catechismo al lunedì, al martedì, al mercoledì.
E poi ci sono i miei pomeriggi, che appena si sapranno quali sono questi fottuti pomeriggi della prof di chitarra, potrò sdoganare il sabato che fino ad ora lavoravo (io però forse mi riposavo, ma il gmarito, no, questo è certo).
Nel frattempo SuperMario usa i congiuntivi meglio di WonderWoman (“mamma io non volevo che tu andassi al lavoro, io vorrei che tu restassi qui con me), e li usa per sollevare impoonenti sensi di colpa mattutini.
Sempre nel frattempo, Megamind si cucina da solo. Gli ho insegnato a fare la pasta e a cuocersi hamburger, a riscaldarsi cibo semilavorato da me la sera precedente, e di questo devo ringraziare il Gmarito che 18 mesi fa aveva promesso che avrebbe riparato il forno a microonde.
(E che invece viene attualmente utilizzato come PORTAPANE)  Se che sembro un tantino sarcastica, ma anche no, in effetti è una fortua, perché adesso Megamind è grande, sa provvedere a se stesso, e questo lo riempie di orgoglio anche se il primo giorno ha eseguito in ordine sparso le istruzioni per la cottura della pasta scoprendo che la proprietà commutativa non si applica a tutto.
Eppoi ha un telefono.
“Buongiorno” dico entrando in un negozio di roba tecnologica usata “vorrei un telefono, sa, di quelli PER TELEFONARE” Ammetto di essermi sembrata vecchia e reazionaria da sola. Il ragazzino del negozio ride. E mi dà un telefono di quelli che probabilmente ora comprano solo gli ultra settantenni che non hanno capito cosa sia un tuchscreen. Ma megamind è felice. Devo solo ricordargli che ci sono i tasti, e che smetta di tormentare il display.
Un telefono-telefono che deve accendere solo quando esce da scuola per tornare a casa da solo, e che si spera nessuno gli rubi.
ciao figlio grande, come va? Tutto ok? Già mangiato?” è il primo SMS della madre a Megamind, con la pietosa scusa di una prova.
ciao mamma giovane, tutto ok
(Avrò fatto trapelare una certa paura dell’insieme: figli grandi-vecchiaia-morte? Nota per me: fare un corso per imparare a dissimulare)
Sempre ne frattempo WonderWoman vuole indossare solo leggins che sennò i maschi le guardano le mutande, e Catwoman sembra abbia smesso di strapparsi i capelli, qualche volta addirittura si pettina, e le dondolano un po’ di denti da latte. Forse anche il suo corpo ha capito che io le voglio bene anche se non la imbocco più con gli omogenizzati.
Abbiamo debellato una invasione di pidocchi apocalittica ancor prima che iniziasse la scuola.
Abbiamo ricominciato col dentista e gli apparecchi sono a quota due.
SuperMario, sei diventato grande! Quand’è che sei diventato grande?” domando retoricamente sapendo che una madre-che-si-deve non fa queste domande PER DAVVERO  a suo figlio di tre anni. (nota per me: fare un corso sulle cose da non dire a voce alta)
“oggi, mamma”

Aiuto, muoro.

14.9.15

calcinculo

Quando passavo in autostrada e vedevo le ruspe dell’expo, pensavo, che bello. Certo un po’ in ritardo. Un po’ tanto. Siamo ad aprile, e ci sono ancora le gru e si vedono tetti mezzi scoperchiati, però dai, che bello.
Architetture all’avanguardia, che sembra nemmeno di essere in Italia, materiali innovativi, pareti che si beffano della gravità, una modernità solo sognata o vista nei rendering di architetti stranieri, sulle riviste fighe tipo Abitare.
Una occasione da non perdere, un evento mondiale, e che fortuna essere ad un tiro di schioppo, dobbiamo assolutamente andare, anche coi bimbi, che  così facciamo qualcosa di veramente stimolante e potranno dire ai loro nipoti: io ho visto (l’unica) expo fatta in Italia, nonostante Mafia Capitale e le altre porcherie italiche, chissà se avremo mai un’altra botta di culo come questa, nelle prossime 3 generazioni.
Io, nella mia profonda ingenuità pensavo che bastasse comprare i biglietti.
Invece bisogna REGISTARSI sul portale expo che, essendo italiano, ha una usability partorita da un impiegato sadico dell'inps, e dunque dopo avere generato l'ennesima password che dimenticherai (ma che ti gioverà altre sedicimila spam nella tua casella di posta per i prossimi 10 anni) dopo avere affrontato numerosi bug (il suo biglietto non è disponibile...?!?), cliccato link, effettuato login, inserito codici di 25 cifre per ogni biglietto, era impossibile giungere all'unica pagina utile del sito: ovvero quella in cui inserire la data di visita. Dopo avere cliccato a caso e avere esplorato ogni inutile meandro del portale, sono riuscita finalmente a inserire la sospirata data di visita. Inutile che provate a chiedermi come ho fatto, non riuscirei mai più a ricapitarci, vi assicuro.
Comunque.
Io, sempre nella mia profonda ingenuità, pensavo che fosse come visitare una bella città. Cioè pensavo che fosse come in quegli (orrendi, fatemelo dire da grafica) rendering che trovi sul sito, in cui si vedono padiglioni semideserti, bimbi con palloncini, mamme che ammirano, alberi, panchine, viali.
Perché non immaginavo che fosse invece come Gardaland? 
Perché E’ come Gardaland, nei sabato pomeriggi di Luglio. 
Un carnaio apocalittico. Era ovvio, lo so. 
Nel frattempo visitavo la pagina Facebook amatoriale dell’expo, leggevo i blog, e mi veniva l’ansia. Due (2) ore di coda, in media, per visitare i Padiglioni. Coda fissa per entrare. 
Si consiglia di arrivare un ora prima dell’apertura dei cancelli. 
Si consiglia assunzione di droghe dopanti per arrivare con ancora un briciolo di energia almeno all’accensione delle luci del famigerato Albero della Vita.
Mi sono fatta pure un elenco dei Padiglioni “che bisogna vedere assolutamente” (leggi: devi dire che li hai visti, sennò ti guarderanno con compatimento e saprai di avere buttato via i tuoi soldi, ovvio). 
Naturalmente sono quelli che TUTTI vogliono vedere, quindi sai che farai una coda di 2,3,4, addirittura 5 ore.
Evabbè, ormai la frittata è fatta, facciamo sto sforzo, che i bambini ci tengono un sacco, le lo racconteranno ai nipoti eccetera eccetera.
Cioè, io ero partita bene, positiva. Non è colpa mia se odio la ressa, se detesto camminare nella stessa direzione di altre quindicimila persone che invadono tutte il mio spazio vitale, ovunque. Non è colpa mia se dopo un’ora di coda mi sento come un barattolo di polpa di pomodoro su una catena di montaggio. Non mi dilungherò, ma esprimerò in punti salienti il bilancio dell’expo.
 1.       Il padiglione zero è bello. Potrebbe essere una sezione del Museo Della Scienza e Della Tecnica di Milano.
 2.       Appena arrivi sul famoso Decumano, devi precipitarti nelle file perché percepisci un countdown come nei giochi elettronici, più temporeggi, più le file si allungano, presto! Devi decidere dove andare
 3.       Se temevo per il sole e il caldo solo due settimane prima, ieri c’era l’allerta meteo. Nonostante kway e ombrelli, ore in coda sotto l’acqua non hanno giovato al nostro buonumore
 4.       Padiglioni deludenti. Hanno puntato tutto sulla spettacolarità delle installazioni, ma come contenuti Discoverychannel è decisamente più arricchente.
 5.       I fantomatici padiglioni “da vedere” non li abbiamo visti, perché con le tempistiche di attesa, ne avremmo visti due, massimo tre. Sì, è figa la grande rete su cui puoi camminare, ondeggiare nel padiglione Brasile, ma allora vado su Sequoia Adventures a Gardaland, che faccio pure meno coda
 6.       Pensi, l’expo è sul cibo, almeno non ci sarà problema a mangiare. Bene, dalle 12 alle 15 non c’era un posto coperto e dunque al riparo dal nubifragio dove sedersi. Alle 15 passate siamo entrati in un ristorante spagnolo stranamente poco affollato dove ci hanno servito delle porzioni talmente minuscole (ma non nel prezzo) che perfino Catwoman, che si sfama con 5 maccheroni, ha protestato.
 7.       Alla fine abbiamo mangiato delle patatine AL MACDONALD, e chi mi conosce sa che dovevamo essere davvero disperati. Molti  stand a quell’ora non davano più cibo, altri erano all’aperto (perché all’expo non è previsto che piova, nemmeno avessero scelto come sito espositivo gli Emirati Arabi nel mezzo de deserto. )
88.      Sfiniti, bagnati, infreddoliti, alle 18 ci siamo trascinati per il decumano, abbiamo guardato le splendide architetture dei Pavillons con rammarico, sia per non essere riusciti a visitarli, sia per non essere riusciti a GUARDARLI e goderli DAVVERO. Come quando interiorizzi un bel paesaggio urbano, ti soffermi a guardare una bella chiesa Romanica, o un palazzo di Gaudì.
 9.       L’albero della vita, direte. A  me sembra tanto il calcinculo delle Feste dell’unità. Ma molto meno divertente. Non dite di no.

 10.   Se volete dire che sono snob, potete. Lo capisco. Lo capisco che sembra che io voglia fare quella diversa, a cui non piacciono le cose che piacciono a tutti. (tipo la Nutella, che mi piace solo 5 giorni al mese) Però mi sono sforzata, davvero. Volevo davvero che mi piacesse. 



5.9.15

minestroni educativi

Cosa bisogna insegnare ai propri figli?
Il primo tentativo è fare un bel minestrone.
La base è sempre quella, il solito soffritto, ovvero l’educazione ricevuta dai vecchi genitori. Poi, cominciamo a togliere, però. Perché abbiamo bene in mente gli errori che hanno commesso, sono tutti lì, elencati sotto la voce: alibi ai miei fallimenti: gli errori educativi che i miei genitori hanno fatto.
Così come nel minestrone i fagioli non si mettono più, che lo san tutti che fanno fare le puzzette, certe cose sai che le depennerai, perché sei un genitore moderno.
Facciamo un esempio. Ricordo che la scelta dell’outfit mattutino e soprattutto domenicale durante l’infanzia e l’adolescenza era dapprima deciso d’autorità e poi monitorato attentamente.  Quando poi ti nascono dei figli c’è la fase bambolotto, in cui ti sbizzarrisci con completini alla marinara sugli infanti ignari. Poi punti su abiti classici e bonton .Perchè il figlio, istintivamente, riflette il tuo buon gusto, no? Poi un giorno tua figlia ti dice che vuole vestirsi come vuole, e questo genera un eco dentro di te, e ti ricordi.
Ecco, sì, è giusto. Deve potersi esprimere anche attraverso la scelta degli abiti, mica deve essere il riflesso dei gusti della madre. Ti senti moderna. Sai che stai facendo la scelta giusta, nonostante sia una piccola scelta educativa.
Poi un giorno torni a casa dal lavoro e WonderWoman porta una canottiera stampa mimetica con la schiena nuda e la panza de fora, dei leggins fucsia, e SOPRA una gonnellina a fiori. E delle infratito. Megamind ha su un pile blu, e ci sono 35 gradi.
E capisci che l’educazione, seppur nelle piccole cose che sembrano insignificanti, è qualcosa di fluido, qualcosa che ha a che fare col continuo compromesso. Il guardaroba dei miei figli è un mix di vestiti che gli compro io e vestiti ereditati da altri bambini. Ci sono abiti che riflettono il mio gusto, altri meno. Altri vengono cestinati prima che nessuno li possa vedere (come una salopette inguinale tutta paillette e fiocchetti fluo). Mi piace pensare che questo mix rifletta ciò che è la vita: i nostri figli avranno l’abito (inteso come HABITUS) che sarà il risultato dell’esempio dei propri vecchi genitori, ma anche di tutti gli stimoli, le mode, i gusti del mondo circostante.
Mi accorgo sempre di più che occorre ridurre all’osso le regole, e i valori.
 Le regole sono il rispetto per sé e gli altri.
I valori sono ciò per cui vivere e che permettono di essere se stessi con pienezza. Una Pienezza particolare che non si limita alla bieca autorealizzazione.
Più i figli crescono, più le regole devono essere poche, davvero poche, e assolutamente imprescindibili.
Mi trovo nella condizione di dovere fare una lista di queste poche regole, ed è difficile decidere quali scartare, perché rinunciare per esempio alla regola del mettere in ordine la stanza, significherebbe vivere in una discarica. Quindi ci sto lavorando, anche perché ogni età ha le sue regole fondamentali.
Per la questione dei Valori è facile, perché oggi come non mai capisco che c’è un solo valore da insegnare, di cui parlare, e di cui dare esempio.
Amare incondizionatamente il prossimo. Che è l’unica grande sfida e autorealizzazione possibile.

Postilla: e il segreto è in quella parolina: incondizionatamente

2.9.15

conversazioni impegnative

Oramai ceniamo quasi sempre in veranda, dove c’è cielo assai, al di là delle finestre. Mario sul suo seggiolone, come un trono.
-Mamma-
-Eh.—
-Mamma.-
—Eh!-
-Mamma!-
-Ehhhhhhh?????!!!!—
-Guaddami- 
Perché i Fantastici, tutti, se gli rispondi facendo qualcos’altro nell’ottica del multitaskin, dato che Dio c’ha dotato di orecchie separate dagli occhi, loro insistono finchè non li guardi e smetti di usare altri arti.

-Mamma, e adesso cosa c’è?-
-la carne-
-e poi?-
-La verdura-
-e poi?—
-La frutta—
-E poi?- 
(potremmo arrivare all’innalzamento degli oceani, l’allagamento delle terre emerse, e all’avvento del Messia, di questo passo.)
-Poi, si va a nanna.-
—Sì, si va a nanna, maaaaa…quando il cielo è buio.-
—Il cielo E’ buio, amore-
—No, mamma, guadda. Guadda. E’ un po’ BLUINO. Non è neo.-
-Uhm. Sì. Vedrai, che quando hai mangiato la frutta, sarà buio-
-Ah. Ma peò, quando è buio bisogna andare al mae.-
-Al mare? A nanna si va.-
-Ma io devo ballare alla bebidenz!-
 La fase di archiviazione coatte è iniziata. E io procedo con la mia tattica.
-Vai da papà col pannolino, che te lo mette- (sì, avete capito bene, la tattica è anche nei confronti del Gmarito.)
Lui corre con quelle gambette corticelle che fanno sembrare i suoi passetti una risata del pavimento, e presenta a suo padre il pannolino.
Dopodichè segue tutto un belletto di proposte di dilazione della definitiva messa a nanna.
-Papà, TU mi metti il pannolino. Poi la mamma mi mette in pigiama. La mamma. Che sono tutto suo. Un po’ anche tua, la mamma. Solo un pochino, ma è tutta mia.- 
Appena pannolinato per la notte, scappa e corre da me.
-Mi metti TU in pigiama– 
Come se fosse un premio, lui concede il privilegio acchè io lo metta in pigiama.
-Adesso a nanna.-
-No, adesso devo lavae i denti, papà, me li lava. Tu poi vieni a salutae.-
Ok, lavati i denti, mangiato dentifricio, bevuto, sputato nel lavandino.
-Adesso ho la pipì, TU me la fai fare, mamma.-
Ci prova lui, propone pulizia orecchie, taglio unghie e lunghissimo libro da leggere, ma non la spunta.
Allora tira fuori l’arma segreta.
-Mamma la pegghiea! Non l’hai detta! (senzadio, che non sei altro)l’avemaia, mamma.-

Meno male che non conosce l’esistenza del rosario.

1.9.15

pensa positivo! (oppure non pensare.)

Lo scorso weekend avevamo pure programmato.
Basta, non si può vivere sempre così, Gfamily-style, una famiglia lastminute.
Sabato, a mattino io lavoro, mentre il Gmarito si martirizza (notare l’assonanza tra la parola marito e martire) facendo fare i compiti, portandoli fuori in bicicletta,(secondo il programma:  GODERSI i propri figli così come ci suggerisce il rimpianto che avremo tra 10 anni, nonostante poi, al momento, non è che si goda poi così tanto). Poi ci si va a confessare dai Gesuiti, poi si portano le bambine alla festa sui gonfiabili, poi si va dalla nonna che non vede i bambini da un sacco, a cui ho mandato un subliminale messaggio che ha generato uno spontaneo invito a cena.
E poi, alla domenica, si va al Santuario di Santa Caterina al sasso, sul BigLake, un luogo spettacolare, e si fa picnic sul lungo lago, ho già comprato piadine ed affettati, siamo a cavallo, è tutto organizzato, nulla ci fermerà.
Tutto andava secondo i piani, se si accettua il fatto che il Gmarito si è goduto così tanto i suoi figli che si è addormentato irreversibilmente, e quindi dai Gesuiti ci vado da sola, ma d’altra parte addormentarsi in confessionale, che dai Gesuiti è pericolosamente comodo, non avrebbe fatto buona impressione al Padre Eterno, e quindi è meglio così. D’altra parte, quando si gode troppo, Gmarito, poi bisogna riposare.
Vado a prendere le bambine alla festa, WonderWoman scende dai tappeti elastici su cui stava SALTANDO, e assume una espressione melodrammatica da vittima di guerra, iniziando a zoppicare. Dopo varie lamentazioni di stampo biblico, ho capito ancora una volta quanto possa essere illusorio il benchè minimo controllo sulla Gfamilylife, anche quando si fa uno sforzo sovrumano per organizzare un finesettimana.
Tutto ciò è valsa una simpatica gita al pronto soccorso domenicale, perché il pronto soccorso è una località che si visita principalmente nel weekend, quando i medici arrivano se va bene alle 11.00 e sono ovviamente di pessimo umore e c’è un affollamento da saldi estivi perché le person, come si alzano dalla scrivania dell’ufficio dopo una settimana di sedentarietà, si infortunano. Ore di attesa prima qui, poi lì, poi là, e finalmente, dalle 8.30, alle 14.00 siamo fuori, che non c’è niente di rotto. (Del senno di poi son piene le fosse,ok, ma io l'avevo detto).
Ma visto che ci eravamo intestarditi col lago, ci siamo trangugiati piadine e ci siamo andati lo stesso, sfidando tutta una serie di sfighe prevedibili, tipo:
-          - sbagliare strada, come ogni volta (ma abbiamo fatto una bellissima strada panoramica che ha allungato di un pochino, ma abbiamo evitato il centro di Laveno. Anzi no. Ma però, che bello, il centro di Laveno, dai.)
-         -  tutto l’universo mondo alle 8.30 invece di andare in ospedale, è andato sul lungolago, quindi abbiamo parcheggiato praticamente nel Comune vicino (beh, ma almeno ci sono le strisce bianche e non è a pagamento. Pazienza se WonderWoman c’ha un piede  inutilizzabile e il Gmarito deve portarla in spalletta)
-          - Ci sono 35 gradi, e noi siamo senza costumi perché va bene intestardirsi con il lago, ma una giornata di pseudomare corredata di teli, ombrelloni, sabbia, cambi, bagni, no, non ce la potevamo fare.(Ma bene così, meno male che alla fine non siamo andati all’Expo, saremmo morti dopo la prima coda di 240’ al primo padiglione)
-          - WonderWoman si è lamentata tutto il tempo dicendo di annoiarsi mentre Megamind e SuperMario hanno corso e giocato tutto il tempo, praticamente con nulla, un bastone, la corteccia degli alberi.(Ma sì, non importa, a volte ci si annoia, guardiamo il panorama. No, DUE euro per guardare con il cannocchiale non te li do, non vedi che non ci arrivi nemmeno?)
Abbiamo tenuto duro, abbiamo fatto scorta di sole e riflessi e azzurro per quest’inverno, siamo tornati a casa, tardi, ho preparato la cena, il pranzo per il giorno dopo, siamo andati all’ultima messa disponibile, la messa salvadomenica alle 20.30, abbiamo cenato e siamo praticamente svenuti, aspettando il lunedì.
Non so che insegnamento trarre, io odio la parola ottimizzare, mi sembra che abbia a che fare con il consumo, come se la vita sia da vivere nell’ottica aziendale per cui non è altro che una serie di caselline da riempire per evitare l’horror vacui.
La verità è che quello che conta è la disposizione d’animo, non ciò che si fa. E noi, il Gmarito e io, eravamo intenzionati a vedere il bello in ogni cosa, fosse anche la gita all’ospedale, dove ho mostrato a WondeWoman quante persone soffrano, molto più di lei, l’esercizio di pazienza nell’attesa (io, che detesto aspettare), il sollievo di sapere che non c’era nulla di grave, la contemplazione della natura al posto della noia, che è gratis.
Poi, meno male che il finesettimana dura solo due giorni, comunque.