2.1.17

Natale sincopato


Quest’anno l’attesa del Natale, che è l’essenza della vigilia, il sabato del villaggio, in altre parole la felicità, è stata divorata.

Divorata da incastri inumani per presenziare ai recital natalizi, dalle corse per fare la spesa, per accontentare tutti, per fare le valigie. Tutte queste cose sono belle, ma non concentrate tutte in 10 giorni risicati. L’attesa del Natale avrebbe bisogno di vuoti. E a me i vuoti mancano, ne ho bisogno.

Ho tentato di guadagnare tempo acquistando tutti i regali on line, cucinando di notte, uscendo prima dal lavoro per fare la spesa, e poi, nonostante tutto, quando hai finito di colmare tutte le aspettative, di avere incastrato tutti gli impegni, di preparare ogni cosa (tranne l’anima), di avere sistemato la casa, finalmente ti fermi per dire: ecco adesso posso mettermi ad aspettare, a contemplare l’attesa. Ma non c’è più tempo. Il tempo è finito. Quello nasce, e manco gli ho preparato una culla nel mio cuore, tutto corre via, ci lascia distratti, e a volte lascia scontenti pure i nostri cari, perché per accontentare tutti, non accontentiamo nessuno.

Allora era meglio nascere pastori, e starsene al buio a fare una vita un po’ di merda senza orpelli, al freddo, tra pecore puzzolenti, senza neanche poter dormire, apparentemente senza fare niente se non badare a delle stupide bestie. Loro almeno hanno visto angeli e cori, e la stella cometa.

Dopo il giorno Natale siamo partiti per Bologna. Ci sono arrivata talmente stanca e debilitata e mezza zoppa che mia madre mi ha guardato e mi ha detto: forse dovevi truccarti un po’. (mamma, non te l’ho detto, ma il dramma era che ERO truccata)

 In 39 anni e 10 mesi non me l’aveva mai detto, che dovevo truccarmi.

 Ho passato i primi tre giorni like a zombie con un’ascia immaginaria conficcata tra la tempia e l’occhio destro, priva della forza di fare un sorriso senza che sembrasse un ghigno degno di Tim Burton. Li ho passati a dormire, ma quando mi alzavo avevo la faccia di chi si risveglia da una anestesia totale dopo un intervento di trapianto facciale. A calarmi di aspirina per il mal di schiena. Dopo tre giorni (i miracolosi e canonici tre giorni) ho iniziato a riprendere coscienza, a guardarmi intorno e a dirmi: ok, sono tornata ad abitare il mio corpo . Ok, ecco posso tornare un po’ figlia, ecco i miei fratelli, i cognati, la mia Bianchissima nipotina, la Tata Cordelia, trovo la forza di fare due passi senza disarticolarmi la gamba di legno.

Il quarto giorno siamo perfino riusciti a portare fuori i fantastici, sul tetto di San Petronio (dove il Gmarito si è trasformato in una chioccia impazzita che tentava di raccogliere i suoi pulcini al centro della terrazza panoramica, nel punto geometricamente più lontano dai parapetti, convinto che di sicuro avevano la ovvia ed istintiva intenzione di arrampicarvisi  gettandosi di sotto. WonderWoman scendendo ha commentato che era stato bellissimo salire con l’ascensore, perché una volta su, non aveva visto nulla. (non ha usato proprio la parola “nulla”)

Siamo pure stati ad una mostra di presepi (se ne fanno ancora, evidentemente), e al cinema.

Io e il Gmarito, soli.

Un parrucchiere Pugliese con un negozio a Bologna e una cugina a Gallarate (per la cronaca) mi ha convinto (probabilmente mettendo una sostanza psicotropa nel caffè) a tagliarmi i capelli trasformandomi in Rita Pavone e facendomi un riflessante color mattone. Giusto così per prepararmi alla tinta rosso-menopausa che dopo i quarant’anni pare sia il must.

(a me non mi avrà mai).

Mi consolo pensando che- se non succede niente-i capelli ricrescono. E pure se succede qualcosa, tanto pare che i capelli continuano a crescere pure nella tomba, quindi non sarò condannata a morire Rita Pavone.

Ho cucinato dosi da esercito di ragù e il 31 siamo partiti alle volte della Svizzera per passare il capodanno con gli amici e un numero imprecisato di bambini. Lì, in questo ostello tutto per noi, abbiamo (ovviamente) mangiato come se non ci fosse un domani e nemmeno uno ieri, abbiamo salutato l’illusione di un nuovo anno come se esistesse il tempo fuori da noi, abbiamo camminato in mezzo alla natura, abbiamo avuto la conferma ed il monito ancora una volta che solo l’amore (nelle relazioni) resta. E che ancora una volta si poteva fare dare (di noi stessi) di più. Non importa che percorre il tratto di strada più lungo.

 

Ok, finito il pippone di Natale.


 

2 commenti:

  1. Buon 2017!!
    I capelli ricrescono eccome, io ho fatto sempre le peggio cose!

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    1. esatto!Nel frattempo potrei imparare a cantare...

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