3.1.17

lo sguardo che crea la realtà


Potevamo andare a vedere Rogue One. Invece abbiamo visto Paterson. Questo film parla di una giovane coppia in cui lei, iraniana, bellissima, creativo-compulsiva, decora in economia gli oggetti e la casa e persino i cupcake con pattern bianco e nero. Passa da un entusiasmo creativo all’altro, spensieratamente e senza sensi di colpa. Lui (Paterson) ha una sveglia silenziosa che non suona, si alza sempre alla stessa ora (presto) e fa l’autista degli autobus, ed è un poeta. Lui osserva molto. E ascolta molto.

Non è un film che racconta che la felicità sta nelle piccole cose, (come dice una stupida locandina) frase che ormai possiamo trovare da facebook in giù passando attraverso gli oroscopi di Novella 2000.

E’ un film sulla bellezza ancora prima che sulla poesia. E sull’amore prima che sulla bellezza.

Io non farò una recensione sul film, che non è un capolavoro, ma merita. Però vorrei dire che mi ha ispirato, molto.

Apparentemente prima mi sono rispecchiata in lei (a parte la figaggine ed al fatto che- come mi ha fatto notare il Gmarito- dorme sempre nuda): un po’ infantile, assolutamente incapace di svegliarsi presto al mattino a meno che non abbia un trip creativo che la smuova, che passa da un entusiasmo all’altro, che dipinge  qualsiasi suppellettile di bianco e nero (righe, pois, zebrato, quadretti) senza premunirsi di mettere lo scotch di carta o un giornale per non sporcare per terra, che fa esperimenti culinari assai discutibili.

Poi ho capito che io assomiglio a lui (sveglia silenziosa e mattiniera a parte).

Lui- che sembra un po’ un disadattato, è -invece, sorprendentemente e semplicemente- uno che guarda le cose con amore. Guardando con un amore a priori e totalmente disarmato, sia le persone che gli oggetti, lui ne vede (e ne crea) la bellezza. E’ questo che lo fa diventare un poeta. Guarda il riflesso del sole all’alba sulla tenda (bianca e nera), con amore. Ascolta i discorsi dei passeggeri dell’autobus, perché lui ama i suoi passeggeri. Pure il bar dove va a bere ogni sera.  Sta in silenzio, e guarda ed entra in una relazione di scambio muto con tutti i gli oggetti e con tutte le persone, con tutto il creato, e poi scrive. Le sue poesie. Poesie sugli oggetti e sulle cose che vede dall’autobus.

Se dovessi correggere la famosa frase, direi che la bellezza sta negli occhi di chi ama.

Lontano dall’essere una poetessa, io vedo il mondo così, una continua fonte di sollecitazione, come se volesse rivelarmi qualcosa di segreto e mi dicesse: guarda meglio. Guarda i particolari.

E’ così che capisco che non posso rinunciare al modo in cui guardo le cose, anche se il prezzo da pagare è una certa rincoglionitaggine, il fatto che non voglio portare gli occhiali perché ciò che è troppo definito mi assale mentre ciò che è indefinito lascia spazio alla poesia ed al suo completamento. (Leopardi, concordi?).

Certe cose si devono scrivere. Altre si devono disegnare. Ma prima, lasciatemi andare un po’ alla deriva nel vuoto.
 

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