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22 luglio 2015

Le mete delle vacanze: Il Solimei


Cosa facevo io d’estate. Io e i miei fratelli eravamo molto fortunati, perché stavamo via tutta l’estate. Quando finiva la scuola ricordo che a casa c’era un fermento operoso, perché chiudere casa per tre mesi era un affare serio. Non so bene cosa facesse mia madre, ma la ricordo in preda all’operosità casalinga senza fine, assieme alla mia tata, che sembrava si preparassero all’invasione della Polonia. Anche ora, che sono (pressochè?) adulta e anche madre e anche potenzialmente casalinga, non riesco ad immaginare cosa facessero tutto il giorno, per almeno una o due settimane, (e questo dovrebbe forse farmi porre delle domande). Cioè, a parte le valige. Comunque a noi bambini questa cosa ci sfiorava appena. Ricordo che mi mettevo in costume e fingevo di nuotare strisciando sul pavimento di marmo, come fanno i gatti quando hanno caldo. Ricordo che alla mattina mi svegliavo nel caldo e nella luce con le finestre spalancate e pregustavo il vuoto di una giornata senza doveri, come solo i bambini possono avere.
Poi si partiva. E le mete erano tre.
Meta numero uno.

La casa di campagna dei nonni era meta ambitissima da noi bambini, perché là c’era l’immensità della campagna, la camera con 4 letti a castello rossi in cui dormire assieme ai cugini, la libertà, il controllo parentale assai allentato, il mistero di una villa antichissima forse popolata dai fantasmi, giochi da inventare, favole da raccontarsi, mondi da immaginare, le biciclette, la fattoria “Mammi” dove andare a comprare il latte (che bisognava bollire e poi togliere la panna) e le uova, ma soprattutto a vedere gli animali e se eri fortunato c’erano anche i cuccioli appena nati di qualche mucca o maiale o cane o gatto. Della Campagna ricordo le nottate tra cugini e il vasino da notte perché era troppo buio per attraversare l’enorme loggia buissima in cui aleggiava il fantasma del Conte Solimei. 
Il vaso da notte si rovesciava puntualmente o qualcuno ci metteva il piede dentro per sbaglio, creando tutta una mitologia infantile che accomuna tutti noi cugini in un lessico famigliare indissolubile. Prima di crollare nel sonno si faceva un gran casino, si raccontavano storie di paura, si dava la caccia al grillo entrato in camera che non faceva dormire, una notte era pure entrato un pipistrello, e c’era sempre quell’odore di zampirone, che non so come non siam morti intossicati, ma era un odore bellissimo. Ricordo le biciclette, un numero imprecisato un po’ di tutte le misure, che ci passavamo a seconda dell’età, ma ne mancava sempre una, quindi c’era per l’ultimo cugino di turno, il mezzo di locomozione sfigato che era un lentissimo monopattino con cui il cugino arrancava lentissimo dietro gli altri, spingendosi con il piede forsennatamente e gridando all’ingiustizia. 
Poi intorno alla casa, nell’immenso parco, c’erano i vari mondi. Diversi, ognuno con la sua luce e con la sua favola da raccontare e la sua avventura da vivere. 
Ricordo la chiesetta, ovvero la cappella privata della villa, quasi sempre chiusa, e dalle cui finestre si spiava dentro e si vedevano paurose effigi e statue buie e arredi di legno scuro, e puzza di muffa e mistero. Dietro la chiesetta, un fico su cui una volta c’era un serpente giallissimo, che ricordava tanto una illustrazione di Adamo ed Eva. Dietro la chiesetta, un campo di grano, IL campo di grano per antonomasia, dorato, giallo perfetto, e dietro ancora, il cielo azzurro, perché eravamo nella bassa modenese, quindi era tutto piatto a perdita d’occhio, e lì capivi come per secoli il mondo poteva davvero essere stato piatto e infinito come la pianura padana. Nel parco c’era un inquietante laghetto artificiale, in mezzo al boschetto, e dentro ci tocciavano  i rami di un salice piangente che a noi bambini sembrava tristissimo per davvero, e tutto intorno c’erano le famose sabbie mobili che inzaccheravano le gambe fino alle ginocchia, e se t’impantanavi e sopravvivevi, dovevi fare i conti con le mamme. Nei periodi di siccità si formava l’isola, e sull’isola ci andavano solo i cugini grandi ovvero mio fratello Giacca e Mattia il Gigante che beveva sempre latte anche al posto dell’acqua. Il laghetto era l’incubo dei genitori, che avevano paura che affogassimo, quindi si era formata tutta un clima di terrore per cui ci si avvicinava solo di nascosto, e comunque sabbie mobili e salice piangente lo avevano fatto diventare la palude della tristezza della Storia Infinita, quindi ci si avvicinava cautamente. Vicino al laghetto c’era l’altalena, perché non c’è infanzia senza altalena, e non c’è infanzia senza i turni, litigi e guerre, per salire sull’altalena. Poi c’erano le stalle. La villa era del ‘700,  con una loggia centrale per far entrare le carrozze, ed una stalla interna per i cavalli. La stalla vecchia era buia, c’era odore di aceto perché c’erano tante bottiglie con le paurosissime madri che facevano l’aceto di vino, e qualche volta noi bambini toglievamo il cappuccio fatto di carta di giornale e infilavamo il dito per assaggiare l’aceto che era un po’ come ubriacarsi col vino rosso. Ci stavano, un po’ accatastate e ingarbugliate tra loro le bici, la pompa e le camere d’aria di ricambio o da aggiustare. C’era l’asse da stiro perché faceva fresco e lì ci si poteva stirare, e c’erano miriadi di attrezzi e oggetti polverosi e sconosciuti, e ogni volta che entravi dovevi stare attento. Poi c’era la stalla nuova, un edificio staccato dalla casa, dietro a dei cipressi  e superato l’albero su cui era stata costruita la casetta sull’albero che però poteva andarci solo il cucino grande perché era pericoloso. Nella stalla nuova c’era più luce, c’era il lavatoio e forse la lavatrice, non ricordo perché a noi bimbi le faccende domestiche non ci tangevano. Ricordo che spesso entravano le libellule giganti e poi battevano sui vetri per uscire. Dietro alla stalla nuova c’era la ghiaia, ovvero un mucchio di ciottoli che non ho mai capito perché fossero lì, ma ci avevano detto che erano molto preziosi, quindi non si potevano spargere in giro, e dunque diventavano molto interessanti ai nostro occhi, e ovviamente li spargevamo in giro. 
Lì accanto c’era la buca della sabbia e la carriola arrugginita. E poi c’era la legnaia, dove ci nascevano sempre i gattini, che, per quanto ne sapevamo, venivano generati spontaneamente dalla legna , e spasimavamo per prenderne uno, ma non c’era verso. Ricordo il bosco di noccioli (poteva essere un bosco solo per noi nani) dove ci mangiavamo chili di nocciole ancora verdi schiacciate sui sassi, e i gelsi piangenti, che erano in realtà dei tepee indiani dentro cui noi femmine ci rifugiavamo e mangiavamo le more di gelso, anche quelle ancora bianche e aspre, e ci sporcavamo la maglietta “con le more che non vengono più via”. Davanti alla casa, sotto la finestra della cucina, era cresciuto un albicocco, famoso perché si raccontava che fosse nato perché la mia mamma da bambina aveva buttato dei noccioli di albicocche dalla finestra. Poi c’era il mondo vicino alla botte e al carro, lungo uno dei fianchi della casa. C’era un grande botte di legno, sicuramente preistorica e un antico carro di legno, su cui si poteva salire solo col permesso, e a fianco un prato grande e incolto con l’erba alta che se ti sdraiavi non ti vedeva nessuno, e dietro quel campo tramontava sempre il sole, quindi era a occidente. Poi c’erano i pioppi cipressini, uno a destra e uno a sinistra del cancello di ferro battuto all’ingresso della villa, ed erano i guardiano della casa, quello più basso era la nonna, quello più alto il nonno. Da lì, partiva il viale di ghiaia bianca (il viale magico che conduceva al nostro mondo magico) delimitato dalle siepi di bosso (quell’odore non si scorda mai) in cui c’erano i nidi di ragni tigre, a righe gialle e nere. Dell’interno della casa ricordo la grande sala, col pianoforte a coda ma senza corde che le avevano rubate i tedeschi durante la guerra, la stanza del camino in cui molto raramente si vedeva un po’ di tv  con una brionvega rossa in bianco e nero, ricordo numerose stanze da letto e lo studio del nonno, in cui a volte ci faceva vedere dei filmini dei Tom e jerry con Super8, era come andare al cinema e si sentiva quel rumore della pellicola che scorre e a volte si ferma. Ricordo la cucina spartana con vecchie pentole di alluminio, e dietro la cucina, la porta quasi come nascosta, come un passaggio segreto, che portava alla stanza da letto della zia Matilde, la sorella di mia nonna, che era sempre un po’ triste. E poi c’era la soffitta, la terribile, affascinante, misteriosa, buia soffitta piena di tesori e dove ci aveva fatto il nido la civetta. Lì tutto era spettrale, la lampadina, sarà stata da 5 watt come le lucine dei cimiteri, chissà poi perché, cosicchè tutto lì dentro faceva paura, dunque era fichissimo. Ci si saliva per una scaletta stretta e oscura, e dovevi farlo di nascosto, che lì c’erano anche cose preziose, o pericolose, o sicuramente segrete.


 Il Solimei, questa era la nostra Isola Che Non c’è, e noi eravamo sia i bimbi sperduti che piterpan, e prendevamo tutti la pastiglia per restare sempre bambini, e cioè la mollica di pane impastata con lo zucchero a velo, ridotta a piccole palline appiccicaticce. Se dovessi far coincidere la fine dell’infanzia più spensierata e magica, direi sicuramente quando i miei nonni hanno venduto il Solimei, io avevo 11 anni.
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25 ottobre 2018

i ricordi degli altri

Achi interessano i ricordi degli altri?
A NESSUNO!
A meno che tu non abbia fatto la guerra e possa raccontare aneddoti raccapriccianti di gambe sanguinanti senza il resto del corpo, corse disperate sotto le bombe, apparizioni di fantasmi.
Oppure vicende divertenti di quando eri piccola in campagna dai nonni e tuo fratello ha messo il piede nel vaso da notte.(Seguono spassosissime spiegazioni su cosa sia il vaso da notte, che i tuoi figli sbigottiti considerano una barbaro retaggio dell'antichità)

I ricordi degli altri non interessano nessuno.

Interessano solo te stessa e quindi te li ri-racconti rimacinandoli come la favola di Cenerentola, per rassicurarti sul finale, anche se fosse un rimpianto: non importa, è la vita tua, dunque interessantissima, epica, poetica (e patetica) e mitica.
Ecco a che servono i blog, anche.
E' una sorta di terapia della scrittura narcisistica che però ha il vantaggio che non costringi nessuno ad ascoltarti.
Al massimo, quel post andrà deserto.
Oppure sei così fica da sapere scrivere i tuoi ricordi in maniera talmente originale e sarcastica e sorprendente, che- senza barare raccontando i ricordi di un'altra più fica di te- ti si legge lo stesso.Con piacere.

Tutta questa premessa serviva per sentirmi giustificata a raccontare il ricordo di un mio primo e antico (e forse unico) corteggiatore che mi veniva romanticamente a prendere in bici all'uscita dal liceo, ma adesso-ormai, a causa del mio stesso prologo- mi vergogno.
Se volete però vi racconto di quando una notte mio fratello ha messo il piede nel vaso da notte (pieno) nella casa di campagna dei miei nonni, al Solimei.(Per sapere cosa sia il Solimei, nella improbabile eventualità che qualcuno sia interessato a saperlo, qui un pallosissimo post -narcisistico-in cui io, come una centenaria, ripercorro i ricordi di infanzia senza probabilmente risultare originale nè sarcastica nè sorprendente)


23 giugno 2017

un segreto


Sei una bambina, hai quattro anni e mezzo. La cosa più bella che possa capitarti è andare al Solimei, il prima possibile, con i cugini e i nonni.

La tua aspirazione più grande è riuscire ad andare con la bici senza rotelle. nel cortile dell’asilo delle suore riesci a prendere sempre quella con un handicap, ovvero quella con una rotella sola. La cosa positiva è che così, dopo esserti abrasa le ginocchia per mesi, hai quasi imparato ad andare senza.

Perché al Solimei, in campagna, forse quest’anno che sei cresciuta, ti toccherà la graziella arancione.

La cosa che ti terrorizza di più al mondo è quando tuo padre si arrabbia e urla, e allora bisogna farsi piccolissimi e scomparire. Anche il buio fa paura, e la mamma ha messo una lucetta arancione nella stanza che però ha un cavo scoperto e nel tentativo subdolo, mentre i tuoi fratelli dormivano, di avvicinarla di più al tuo letto ti sei presa la scossa, che praticamente sei morta.

La storia più meravigliosa che esista è PeterPan, perché lui vola. Anche tu sei convinta di poter volare, probabilmente possono farlo tutti i bambini, ma gli adulti cercano di convincerli che non è vero. Ecco allora che tua madre ti racconta storie raccapriccianti su bambini che si sono buttati dalla finestra e si sono spiaccicati per terra.

Nel dubbio, non ti sei buttata mai.

Tu pensi che ti sposerai, probabilmente con tuo cugino Mattia, figlio dello Zio Lacoste, e in effetti gli somiglia, difatti è bellissimo.

La massima eleganza è un vestito in piquet bianco con delle ciliegie ricamate sul petto. Probabilmente sarà quello che indosserai al matrimonio.

La cosa più buona che esista sulla terra è il cocomero. Probabilmente anche la Girella, ma prima di assaggiarla dovrai aspettare i 25 anni compiuti.

Non vedi l’ora di saper scrivere, così potrai scrivere bellissime storie di bambini che volano e muovono le cose col pensiero, e li potrai disegnare tu.

Le persone più buone più buone che esistano sulla terra sono i nonni Anny e Cià,  la Tata Cordelia, lo zio Augusto che vedi pochissime volte ma porta sempre dei regali meravigliosi a tutti e senza motivo, lo zio Lupo e la zia Bruna, che in casa hanno un sacco di quadri con dentro delle farfalle vere ma morte e bellissime.

Quando ti immagini da grande, vedi una ragazza con i capelli lunghi che cammina sotto i portici da sola e sicura di sé. Soprattutto: avrai un segreto, ma nessuno lo può sapere.








































 
 
 
 

17 gennaio 2020

Adesso che non è più (qui)

Non dimenticherò mai chi era: lo zio simpatico e fanciullo, che ci faceva volare come aeroplanini, scherzava con noi bambini, spingendosi ai confini del suo mondo di adulto, fino a toccare il nostro.
Ci capivamo.
Lui sorrideva sempre- ma proprio sempre- sotto ai baffi.
Di lui mi sono rimasti impressi quei sorrisi e i denti bianchi, bianchissimi.
Non so come, ma mi ricordo il giorno del suo matrimonio, è possibile? Forse è l'inganno delle vecchie foto.
Ricordo il maggiolone nero con la capote colore crema che si allontanava, alla fine della festa al Solimei, lungo il viale, poi oltre i due pioppi, verso un orizzonte per me-bambina- felice e remoto come quello delle favole.

Ricordo , tanti anni dopo, di quella volta che ha portato in giro per il centro di Bologna SuperMario indemoniato, sul passeggino, durante un matrimonio(il matrimonio di mia sorella, sì).
Ha cercato per un'ora un negozio per comprargli un ciuccio.
SuperMario ha continuato ad urlare come se fosse posseduto, e alla fine si è scoperto che erano le dannate ed inutili scarpe fighe della festa che gli facevano male.

C'era una frase che diceva sempre, ridacchiando ironico.
"non esageriamo...!"

L'ultimo ricordo che avrò di lui è quando sono andata a trovarlo in ospedale.
Ho visto che le sue mani erano piccole, e lisce, quasi come quelle di un bambino.
Abbiamo voluto parlare di cose leggere, di macchine, di aneddoti divertenti, del passato.
La zia gli ha offerto un Nutella Biscuit, quei rarissimi biscotti che mangiano i Vip, che se la tirano, nelle storie di instragram.
Lui ha voluto mangiarlo, ma solo se lo poteva condividere con noi altri.
L'abbiamo condiviso.

"ne vuoi un altro?"
" Non esageriamo..."
Ha condiviso con noi, quel poco che poteva, ciò che gli era rimasto, il resto era dolore, era l' amore coniugale, le cose che solo loro sapevano.
E nonostante tutto, infinita e incomprensibile bellezza.

Addio
(o nella stanza accanto)

Io sono una porta chiusa
e dietro
tutte le parole che ci siano detti
e quelle taciute,
affiorano dagli occhi
come pesci in un pozzo.

Era la nostra vita,
che noi soli sapevamo
intessuta di cose
che sono andate via,
che chiamano sempre
dai loro vuoti.

Ed ogni giorno che cade
di più vorrei
questa porta aprire:

se tu pure non venissi
mi basterebbe la tua assenza vicina:

come una poltrona vuota, tu
-che manchi-
mi faresti compagnia
con la promessa di un incontro

nella stanza accanto.

17 giugno 2017

memento mori


 
Saresti pronto a morire domani?

Mi è capitata questa frase, così provocatoria e illuminante.

Se mi dicessero che domani dovrei morire, accantonando le opzioni raccapriccianti, diciamo dovendo semplicemente lasciare questa terra, sarei pronta? Mi rendo conto che sono ragionamenti fatti in laboratorio, e quindi prendiamoli come tali.

Sarei pronta a morire domani?

Ovviamente no, ma ci si può organizzare. Come passerei l’ultima giornata in questo mondo?

Innanzi tutto, mi sveglierei presto, per una singola volta, magari potrei pure vedere l’alba e dire una frase ad effetto, tipo: questo è un bel giorno per morire. La stagione ideale sarebbe l’estate perché vorrei sentire le rondini che gridano il loro inno al cielo. Poi farei una bella colazione senza badare alle calorie.

Poi, sorseggiando il cappuccino, abbandonerei tutti i gruppi w’up, godendo moltissimo.

Non avendo tempo per andare sull’Himalaya, né a vedere il mare, probabilmente mi metterei a riordinare casa, per vederla in ordine almeno prima di morire. Godendo dell’impunità del moribondo, porterei in discarica mezza casa.

Firmerei tutti i miei disegni dimenticati, così, nel caso diventassi famosa.

Scriverei lunghe liste di raccomandazioni e istruzioni per tutta la Gfamily seduta in veranda.

Ci sarebbero poi delle persone a cui dire cose che di solito si dicono solo in punto di morte perché sono così imbarazzanti o naif che dopo non potresti riguardare in faccia quella persona. Oppure cose politicamente scorrette e sgradevoli, ma giuste. Cose che dopo, meglio morire.

 Tipo, direi al barista Paolo, grazie, perché mi saluti sempre per nome e quando mi chiedi come va, lo fai ascoltando la risposta, e perché saluti tutte le volte i miei figli con un sorriso sincero. Paolo, ecco, ti direi che ti auguro tutto il bene di questo mondo, perché non ti conosco ma sono certa che sei una persona buona.

Alla mia amica Mannamita, angelo giardiniere, direi di lasciarmi un messaggio per sua mamma, così quando sono di là, posso consegnarglielo. Le direi anche che essendo già un angelo, deve semplicemente arrendersi a Dio e farci due chiacchere a quattrocchi, senza pregiudizi che non le fanno onore, perché è sempre stata una persona libera.

Alla mia ex capa direi: ciao, tu sei l’unica persona che è riuscita a farmi fare cose attinenti alla contabilità e quindi ad una scienza esatta, in maniera- se non brillante- almeno decorosa.  Tu hai saputo vedere i miei limiti e mi hai insegnato a superarli senza però pretendere di cambiare la mia natura. Hai tirato fuori il meglio di me in un settore in cui io do il peggio di me. Non so come tu ci sia riuscita, ma questo ha incrementato la mia autostima di almeno due punti.

Poi c’è la mia pseudo sorella gemella-diversa Ziulia. Mi raccomando, non sposarti. Tu sei una nata per comandare, e purtroppo per te non riesci ad adattarti ad un mondo imperfetto e ingiusto di gente cieca e meno intelligente di te. Saresti un eccellente capo in una struttura molto gerarchizzata, un capo giusto ed autoritario che non pretenda dagli altri meno di ciò che pretende da se stesso. Oppure saresti stata una perfetta Madre superiora. Saresti ancora in tempo, non fosse che ora devi occuparti dei miei figli e vigilare che la casa in mia assenza non si riempia di spazzatura.

Dovrei pure chiamare mio zio Lacoste e dirgli che fin da bambina ne ero innamorata, e l’immagine indelebile che ho è lui con una lacoste bianca, gli occhiali verdi rayban, nel sole del Solimei. Oltre che bellissimo, sei astrofisico, cioè a metà tra uno scienziato e un filosofo (lo deve essere per forza, chi scruta la materia infinita il mistero del cosmo), sei un uomo mite e paziente, molto ironico, e hai pure molto buon gusto. Il regalo che mi hai fatto al matrimonio, una scatola di pastelli professionale, non è una scatola di pastelli. E’ un luogo. E’ l’isola in cui ritrovo un pezzetto di me.

A Mariella che sta per sposarsi direi solo due cose che non capirà subito. Primo. Quando durante il matrimonio le cose non andranno come vorrai e sentirai tradite alcune aspettative più profonde, beviti un campari soda e rilassati. Non significa che c’è qualcosa che NON VA.  Va tutto bene. E’ la condizione sine qua non. Il matrimonio è un lavoro. Secondo. Sarai e vorrai essere una moglie e una madre diversa da tua mamma, ma per farlo non c’è bisogno di ferirla. Lei potrà offrirti solo ciò che è, nulla di diverso. Ma sarà sempre la tua sponda.

Alla mia Lesboamica Pavese telefonerei come al solito, senza dirle nulla di diverso dalle nostre telefonate consuete e sconclusionate, tra riflessioni spirituali, consigli sui lavaggi, consulti psichiatrici e diete dimagranti inefficaci.

Immaginando di andarmene senza pathos, immaginando una relatà in cui la morte è solo come una partenza anticipata, un ritorno a casa dopo un lungo tirocinio, al Gmarito direi:

Amore, se vuoi puoi risposarti. Se fosse un po’ più brutta sarebbe meglio. I gruppi w’up sono l’inferno, sappilo. Insegna a Megamind a fare i lavoretti i bricolage e a riparare la bici. E pure ad usare il pc.

In attesa della seconda moglie, quando alle bambine verranno le loro cose, chiama la zia Zulia.

Parlagli molto e insegna loro molte cose.

Ai miei figli direi:

fate sempre pace.

Non abbiate troppa paura.

La preghiera è la cosa più potente che esiste.

I giorni in cui si butta la spazzatura sono il martedì e il venerdì.

A tutti gli altri direi:

Vado. Vedo cosa posso fare per le vostre richieste.

 

8 luglio 2016


Io lo so che morirò di malinconia quando i Fantastici saranno cresciuti.

Il guaio è che non crescono come i peli.

Che una sera li radi e c’hai la gamba liscissima, il giorno dopo se ti carezzi il polpaccio sembra la barba di tuo nonno.

Loro crescono in maniera subdola.

A tradimento. Il giorno prima dormono con la bambola, quello dopo ti scrivono “ti odio” su wat’s up usando il cellulare del padre (e avendo l’accortezza di firmarsi).

Sulla spiaggia del lago la sabbia diventa noiosa, poi però si usano ancora i bastoni come fucili.

Fanno due passi avanti e uno indietro, per confonderti le idee. Così non sai più se esasperarti che non sono autonomi, o piangere che ormai sono perduti.

Poi, dopo questa fase transitoria in cui alla fine tra regressioni e paturnie preadolescenziali mi sento rassicurata, un giorno, bum.

Saranno ragazzi. Mi preoccuperò un casino senza poter intervenire. Saranno diversi da come me li aspettavo. Allora morirò di malinconia, già ci muoio ora. Se penso a quel microscopico parco in cui andavo con Megamind di due anni,  c’era una collinetta con sopra un grande pioppo cipressino che mi ricordava il Solimei e che ora hanno tagliato rendendo quindi il ricordo ancora più remoto,  e lui raccoglieva i bastoni, ci scavava la terra, il sole di luglio torrido, e due chiacchere con altre mamme un po’ sfinite che non vedevano l’ora che i loro bambini si spingessero da soli sull’altalena.

E ieri alla recita dell’oratorio Catwoman interpretava Trilly (è lei, è lei, piccola possessiva, permalosa e deliziosamente seduttiva) e PeterPan rivendicava la sua vittoria, quella di non crescere mai, e mi è venuto in mente che da piccola è stata la mia storia preferita di sempre e che anche io sognavo di non crescere mai, e forse è per questo che metto le magliette a righe.

Forse è per questo, che mentre loro crescono, sono obbligata a farlo anche io.

(ma metterò magliette a righe finchè campo)

22 agosto 2015

Tutta colpa di De Andrè

Ogni tanto, mi prende una malinconia.
Potrei chiamarla la malinconia delle vecchie foto.
O dei filmini.
Ah, non fatemi vedere i filmini eh. Nei filmini c’è l’illusione che cose –e persone- morte esistano ancora. Tutto ciò che vedi nel filmino è morto, non solo le persone passate a miglior vita. WonderWoman di 4 anni, coi codini, che allatta le bambole, non c’è più. E’ trascorsa. E anche la Hysterikmom di 5 anni fa non c’è più, non è più quella. Vedere un filmino è come vedere un fantasma. Quella persona, che non c’è più, ti parla, si muove, ma è una porta chiusa sul passato, e un illusione che genera in me grande angoscia, rimpianto e sofferenza.
Perché il tempo trascorso, morto, mi sembra scivolato via, tra le dita. E i bambini sono diventati grandi a tradimento, senza che potessi -forse-“goderli” appieno.
Ma se rifletto, e smetto di raccontarmi bugie, so che non è così. Che questa è solo la paura della morte, che genera desiderio di possesso. E che i figli che crescono sono la prova inconfutabile che il nostro tempo ha una fine, che né le cose, né i figli ti appartengono, e che nulla, su questa terra ti appartiene.
E che infine, in questo eraclideo fiume che scorre, tutti i sassi sono lisci, non puoi aggrapparti a nulla, per evitare che ti trascini via.
Devi abbandonarti, lasciarti andare, il controllo è un illusione, e alla fine del fiume, Dio, come un Grande Mare, ti accoglie.
L’ultimo vestito non ha tasche, ha detto mia nonna, e della sua vita non ha tenuto davvero nulla per sé.
E se smetto di raccontarmi bugie, lo so, che tutta la vita trascorsa fino ad ora, soprattutto da quel non molto lontano 20 settembre 2003, abbiamo vissuto tutto in pienezza, con intensità, ogni momento, basta ricordare per davvero, senza bisogno di filmini o fotografie.  
Mi basta rileggere il blog, e tutto torna alla mente, e so.
So che il passato ci appartiene anche se non possiamo “consumarlo” di nuovo. Che il passato non torna, ma ci consola.
La mia Tata di quando ero piccola, ora nella vecchiaia, con tante sofferenze fisiche ma soprattutto morali, dice:- io ripenso alle passeggiate in montagna con voi piccoli, quando andavamo a raccogliere le ortiche per fare le tagliatelle, alle settimane passate al Solimei, al le tavolate grandi nel giardino, ai pomeriggi passati a rammendare con la nonna Anny, e godo del goduto.-
Quanta umiltà ci vuole per abbandonarsi alla vecchiaia e alla gratitudine per la gioia e gli affetti vissuti?
Poi ripenso ai miei nonni, Cià e Anny, alla loro vita piena, allegra, affollata di amicizie e incontri autentici, nonostante l’età avanzata, alla loro accoglienza, alla capacità di rallegrarsi per le piccole cose, al loro amore coniugale. E mi dico, no, il miglior tempo non è trascorso solo perché sentiamo passare la gioventù. Questo è un mito odierno, quello dell’efficientismo, della volontà di vivere una eterna giovinezza emotiva oltre che fisica che ci illude che nulla sia irrevocabile.
Noi non abbiamo lasciato trascorrere la vita senza accorgerci di essere felici, abbiamo vissuto con pienezza e ancora ci resta tanto da scoprire, riguardo al nostro amore coniugale, ai nostri figli che impariamo faticosamente a conoscere ogni giorno, alla nostra personalità, alle sfide che ci troveremo a dovere sopportare.
Certo, dovrò smettere di ascoltare certe canzoni di Degregori e De Andrè, questo è certo.


Porcavacca.

15 febbraio 2016

Vicino al cuore

No, non è un post di san Valentino.
38 anni fa, senza bisogno di uteri in affitto, donazioni di semenze, ovuli, cessioni di altri beni riproduttivi, è arrivata a casa nostra quella che sarebbe stata una seconda mamma.
La Tata Cordelia.
Sospetto sia stata una sorta di seconda mamma anche per mia madre.
Lei si è presa cura della nostra casa, di noi 5 bambini, degli umori della famiglia, dei pianti adolescenziali, delle gioie e degli eventi, delle confidenze inconfessabili.
Ha raccolto tutto ed è tutto nel suo cuore, perchè non è mica un caso che si chiami Cordelia, nel cuore c'è amore, e coraggio, e la memoria più autentica.

La tata Cordelia, che si sveglia all'alba, nella casa di montagna, prima di tutti, e beve il caffè guardando fuori dalla finestra mentre tutta la famiglia dorme,e lei è come una sentinella
che promette che tutto andrà bene.
Lei, che d'estate a Nervi ci porta sulla passeggiata e ci insegna la lentezza e la pazienza, e bellezze nascoste.
E' la Tata Cordelia, nella grande casa del Solimei, che ci fa il bagno nella vasca tre a tre, compresi i cuginetti, rigorosamente suddivisi maschi e femmine, perchè lei è indiscutibilmente la tata di tutti i bimbi.
Raccoglie le ortiche sul ciglio della strada per fare le tagliatelle.
Fa una sfoglia grande come una luna, e minuscoli tortellini che sembrano ombelichi di neonati.

Lei custodisce certi ricordi di noi che abbiamo dimenticato.
Ha avuto molti lutti, ha perso molti affetti, e non ha mai tradito il suo nome.

Ho due mamme, una che è come un'eroina shakespeariana, l'altra come l'arcangelo Gabriele.
Cioè ora capite il mio senso di inadeguatezza.

Ieri  ha fatto una grande festa, raccogliendo attorno a sè tutte le persone a cui vuole bene e che le vogliono bene,(molte hanno partecipato da lassù) ha spento 80 candeline, anche se è rimasta sola, che il suo Francesco è volato in cielo ingiustamente.
Forse almeno in questo posso provare ad essere come lei: fare festa e rendere grazie, nonostante tutto il dolore. Possibilmente attorno ad una mensa.
Possibilmente con crescentine, lasagne, tortellini, arrosto, scaloppina alla bolognese, millefoglie, amaro, caffè, e che Dio ci mantenga in salute alla fine del pasto.

4 aprile 2022

Non sono morta. Scampagnata al cimitero

 


Una cosa per volta.

Io, il Gmarito e Supermario sabato alle ore 5.59 abbiamo preso il treno per Bologna.

Occasione: tour delle tombe alla Certosa con i Falavigna, ovvero parenti della mamma di cui troppo a lungo ho taciuto.

Il gruppo: 

Breve excursus di nomi, come si fa per i romanzi di Dostoevskij che sennò coi patronimici, i soprannomi, cognomi e nomi usati per la stessa persona a pagina 5 già non capisci più chi sia il protagonista.

I miei fratelli: IgnaPigna, Giacca, Peter Gracefull. Anna assente causa covid, ma in sua rappresentanza c'era Friss, sant'uomo e suo marito.

Vale, amica del cuore di mia sorella e incidentalmente moglie di mio fratello Giacca, e la di loro bianchissima figlia 

La Madre ovvero  mia mamma e i suoi fratelli:

Zia Fiore, sua sorella gemella (diversa, in senso lato), floral designer, insegnate di composizioni floreali, ex presidente dell'Esercito della Salvezza delle donne della bologna bene che non sanno che farsene del tempo libero , altresì chiamato Garden Club di Bologna. Sopravvissuta ad anni di lotte intestine che manco alla corte degli Zar di Russia (paragone che trovo cinicamente molto attuale).

Zio Giuseppe il di lei marito purtroppo ora condòmino della tomba di famiglia da dicembre 2019.

Nicco e Cami i loro figli, i nostri "cuginetti piccoli", ora solo cuginetti più giovani.

Zio Danny, primogenito, leggendario collezionista di adorabili gaffes, grande intenditore di vini, tonici, grappe e altri spiriti corroboranti (sono rimaste negli annali le sue zollette di zucchero impregnate di grappa e menta, dopo le quali avresti potuto fare il bagno in un lago ghiacciato come i Finlandesi) spesso dimèntico di alcuni freni inibitori, senza mai però perdere un certo aplombe da lord inglese anche nel pieno della frase più politicamente scorretta, tutti lo adorano per questo, lui lo sa e se ne approfitta quel tanto che basta.

Zia Flavia, sua moglie purtroppo anche lei residente alla Certosa.

Toia e Ceci, le loro figlie, tutte comunque più giovani di me.

Naturalmente presenziava anche la Tata Cordelia, senza la quale nulla di ciò che è di famiglia può essere considerato veramente tale. Praticamente come la Regina Elisabetta.

Purtroppo mancanti per svariate ragioni:

Zia Cristina, separata da tanti anni e madre di:

Maggie (con suo marito Filo), cugina fotografa e compagna di merende dall'adolescenza, fino alla frequenza allo IED, con la quale abbiamo pubblicato il nostro libro di poesia a 4 mani Carri Sonanti/nei giorni abitati, che se volete, tanto per fare pubblicità occulta, potete acquistare pure su Amazon. 

Mattia, il cugino Grande, di cui ero ovviamente innamorata )prima di passare all'amore per suo padre, zio Stefano, chiamato anche l'uomo dalle Polo Lacoste e Rayban) con sua moglie Federica e i suoi figli.

Il programma:

Il programma era semplice e definito da mesi. Ritrovo ore 10.00, tour delle tombe di tutti i defunti, messa alla Certosa alle 11.00, pranzo in trattoria poco distante.


Partenza e false partenze

Alle 9.45, la zia Fiore telefona alla Madre, già sulla via del cimitero con tutti noi, dicendo che TUTTI hanno capito che il ritrovo fosse alle 11 invece che alle 10. Dopo una crisi nervosa di mia madre al telefono, si scopre che solo i suoi figli hanno capito alle 11. Anzi qualcuno ha capito alle 13, e sostanzialmente Cami si sta ancora lavando i capelli. 

Non importa, noi si va.

Giunti all'appuntamento puntuali, troviamo lo zio Danny, poco dopo giunge Zia Fiore con Cami, probabilmente coi capelli umidi e un principio di bronchite, agitatissima (ma questa non è una notizia) che trascina la figlia verso la prima tappa delle visite: deve arrivare prima di noi, perchè occorre fare una rifinitura alla decorazione floreale della tomba di papà PRIMA che noi possiamo accorgerci di un antiestetico buco che va riempito con gradevoli ed estetici sassi di fiume. 

La Madre nota l'assurdità logistica della cosa: veniamo con te! e si lancia all'inseguimento. 

Giuseppe Mario e io, che spingo la Tata in carrozzina, dietro, lo Zio Danny che protesta di andar piano perchè ha la gamba gigia. Non sarebbe meglio che aspettasse le sue figlie che ancora non sono giunte e non sanno la strada? Lui ribatte che no, tanto sono sempre in ritardo, e che comunque si arrangiassero, e parte all'inseguimento pure lui.

Sulla tomba del papà

La Zia Fiore guadagna per prima la tomba di papà, seguita da Cami, gravata del sacco contenente quei 10 kg di sassi di fiume e altri fiori. Giunge poi la Madre, mio marito che misteriosamente conosce a menadito il cimitero e dove sono tutte le tombe della sua tentacolare famiglia  e della mia, i miei fratelli, e Mario.

Giunge infine anche lo zio Danny, e arrivato sulla tomba di mio padre, ancor prima di prender fiato  commenta, con la sua voce baritonale: CACCHIO! MA HANNO SCRITTO PRIMA IL COGNOME E POI IL NOME! Tutti gli fanno in coro: sssssssst!

Zia Fiore prende la parola dicendo che vorrebbe fare una preghiera, che l'ha letta su internet, è di Papa Francesco.

Nonostante le proteste collettive, invece di leggerla, fa partire un audio ad altissimo volume che le mie figlie definirebbero terribilmente cringe, una stentorea voce maschile che recita la  preghiera prescelta. Credo che ai rispettosi altri visitatori in compassato raccoglimento davanti alle tombe dei loro cari,  dobbiamo essere sembrati alquanto folkloristici.

Tu papà, spero che da lassù abbia considerato la cosa con la dovuta ironia, adesso che vedi le cose con un'altra prospettiva.

I sassi comunque erano davvero molto estetici. 

Nel mentre chiamano al telefono, protestando, le povere Toia e Ceci con relativa prole, in attesa da un quarto d'ora all'entrata del cimitero e senza il senso dell'orientamento richiesto per non smarrirsi nel dedalico susseguirsi di chiostri e campi. La Madre parte allora in quarta attraverso scorciatoie solo a lei conosciute, per il recupero delle nipoti, noialtri, pronti via, partiamo testè in massa, la tabella di marcia richiedeva di spostarci verso la cappella dello Zio Giuseppe.

Verso la Cappella Monumentale dello Zio Giuseppe

La carovana si sposta dopo i consueti bisticci a voce alta su quale percorso sia più veloce: alla guida  ancora la Zia Fiore, con passo marziale e testa bassa, al centro del gruppo, come nelle mandrie di Gnu, stanno i soggetti più deboli, la tata in carrozzina e lo Zio Danny, in fondo i giovani che chiudono la fila cercando in verità di defilarsi ma senza perdere il contatto visivo per non smarrirsi tra le tombe.

Arriviamo alla bellissima cappella dello Zio Giuseppe per una preghiera commossa ("ti prego mamma, questa leggila tu, niente audio registrati dal Podcast di Radio Maria") e un visita guidata degli arredi interni di pregio, nonchè l'indicazione del loculo prescelto dalla zia " sempre che quei due là mi ascoltino" chiosa alludendo ai figli e guardando in tralice Cami, che sta cercando di fumare senza farsi notare troppo, ora che ha le mani libere dal sacco di sassi.

Giunge a metà della visita il gruppo recuperato, che viene velocemente ragguagliato, mentre il nugulo di bambini tende subito a formare una gang refrattaria ad ogni contegno cimiteriale. In ogni caso ora il gruppo è quasi al completo, se si esclude Nicco che probabilmente non ha ancora concluso la sua prima fase rem domenicale.

Ultima tappa (anche se il programma originario ne prevedeva un'altra ancora)

Ora mancherebbero i nonni Carlo Alberto e Annamaria, con la Zia Flavia, tocca correre, perchè la messa è vicina.

Ci si precipita, sfilacciati e chiassosi come di consueto, verso il luogo designato. Io non devo restare indietro perchè so che potrei vagare qui per giorni prima di trovare l'uscita. Il Gmarito è autonomo quindi si ferma a guardare i chiostro del 1500 e cerca tutti i Gualandi che riesce a trovare durante il percorso, e non sono pochi.

Infine, si arriva, occupando tutto il porticato perchè siamo un numero cospicuo. 

SILENZIO! sussurra urlando lo zio Danny. A beneficio dei nipoti troppo giovani per ricordare, si racconta brevemente dei nonni, e poi si ricorda la Zia Flavia, sepolta accanto a loro. ORA DICIAMO UNA PREGHIERA! e si girano anche i visitatori dalla parte opposta del cortile, che pensano di venire cooptati per una preghiera anche loro. La preghiera è detta, non in coro, ma dissonante, con ognuno che va alla sua velocità, lo zio entra a gamba tesa con tentativo di orazione latina, ma viene bloccato perchè nessuno la sa, ed è tardi.

Conclusione del tour nei bagni del cimitero

E' tardi, è tardi, sembriamo tutti dei bianconigli.  Senza indugio occorre dirigersi verso la chiesa, presto! La messa va via liscia, usciamo infreddoliti ma soddisfatti, come una di quelle visite : tutta Barcellona in 8 ore.

Ora possiamo rilassarci, visitare tutti il bagno del cimitero, e poi finalmente guadagnare il ristorante.

Come le nozze di Cana, ma più intenso

L'ingresso nel locale assomiglia molto alla discesa dei lanzichenecchi a Milano. Ci hanno riservato una saletta separata e non se ne pentono. Manca qualcuno all'appello, si ordina a metà, poi si rimanda, poi si decide di ordinare solo per i bambini, anche quelli parzialmente ancora assenti, il cameriere viene chiamato e mandato via 6 volte. Quantomeno arriva il vino.

Lo zio Danny è al centro della tavolata a forma di ferro di cavallo, ricorda un pò Gesù ma sembra blasfemo pensarlo, ma tanto lo dice lui: sono un pò come Gesù! Il vino però non è di suo gradimento. 

Questo vino, dice al cameriere, fa un pò schifo, ne vorrei altro.

Le sorelle tentano di mettere una pezza: ma no, non è male, per iniziare il pranzo possiamo cominciare a bere questo.

Non avendo i requisiti necessari per farsi portare acqua da trasformare in vino migliore, si fa portare un'altra bottiglia. 

Si chiama il cameriere per iniziare ad ordinare, ma a questo punto lo Zio, ormai autoeletto decano della situazione, vuole dire la preghiera: LA PREGHIERA! BAMBINI! e batte col coltello sul bicchiere. Ai bambini sono arrivate le tagliatelle e sono tutti muti, a testa bassa sul piatto che non li distoglierebbe dalla masticazione manco Babbo Natale in persona. Il cameriere torna indietro per l'ennesima volta.

Nicco, sua moglie Veronica e il suo piccolo erede stanno probabilmente ancora mettendo su il caffè, in pigiama.

Finalmente la preghiera viene detta, il cameriere, che probabilmente quando esce dalla saletta va a bersi qualcosa di forte, torna e finalmente vengono fatte le ordinazioni.

Arrivano i ritardatari, ma non sono gli sposi e non siamo al loro matrimonio, quindi nessuno li perdona

Il chiasso è molto, ma si comincia a mangiare. Arrivano finalmente i ritardatari, con un coro di Buuuuu!

"Scusate, ma noi dovevamo dormire fino a mezzogiorno" . Una di quelle scuse che tendono decisamente a peggiorare la posizione di chi le porge, ma quando stai mangiando i passatelli perdoneresti qualunque comportamento. E poi è Nicco, il cuginetto piccolo, che dormiva con una pecorella di peluche e si cantava la ninna nanna da solo, in campagna al Solimei. E suo figlio è uguale identico a lui, con la differenza che lui magna come se non ci fosse un domani.

La saletta è un bordello pazzesco, si parla, si ride, i bambini dopo avere divorato svariate cotolette alla bolognese dal peso specifico del tungsteno, chiedono di andare a giocare nel parcheggio. 

Ricreazione infantile

Qui nasce una diatriba tra genitori permissivi (oppure soltanto troppo assorbiti dalla digestione dell'arrosto ripieno del ripieno (sic) dei tortellini), e i genitori che vivono nell'attesa della sciagura, del cui fanclub faccio parte io, che già intravedono incidenti e mutilazioni. Il risultato è prevedibile, due madri si immolano per impedire infortuni e stanno nel parcheggio a farsi venire una congestione.

Nel frattempo il piccolo clone di Nicco scorrazza tra le gambe del cameriere che serve la zuppa inglese ( tipico dolce risaputamente  bolognese) perchè vuole raggiungere i cuginetti, anche lui vuole andare a farsi investire. Suo padre per distrarlo gli da' come sonaglino la prima cosa che trova: il vasetto del peperoncino in polvere che trova a portata di mano.

La Zia Fiore, perennemente all'erta, si getta su di lui per salvare il nipote da una cecità precoce. Nel frattempo il cameriere (per la cronaca poco più di ventenne) no sa più se chiamano lui o i bambini che entrano ed escono dal locale, e risponde all'appello di mia cugina Toia, che che con tono dolce ma assertivo, apostrofa in realtà, suo figlio: tesoro, vieni qui subito!

Non si sa se sia ubriaca mia cugina o lui, ma propendo per il cameriere, che comunque diventa fucsia e si scusa, anche se non ne avrebbe motivo.

Il pranzo volge al termine, siamo tutti felici e alticci, purtroppo per noi arriva il nostro taxi, e ci tocca fuggire per prendere il treno.

Devo dire che tutta la giornata è andata splendidamente, anche il pranzo: alla fine non si è finiti come il solito a parlare di diarrea. Ma forse solo perchè al ristorante non c'era Friss. (Questo dettaglio può essere apprezzato solo da pochi).

Comunque vorrei dire che da oggi riprenderò sul serio il blog. Sarà vero? vedremo.

(ho cambiato il font e non è casuale)