29.8.16

A volte si perdono cose, altre volte, case.


Le cose perdute.

Le cose si perdono continuamente.

Le madri vengono continuamente interpellate per ritrovare cose, peraltro di cui non sospettavano nemmeno l’esistenza. E con delle dimensioni lillipuziane, possibilmente. Oppure oggetti che tu consideri spazzatura e sono stati certamente fagocitati dall’aspirapolvere.

-          Mamma, dov’è la scatolina con dentro l’ala della coccinella morta che abbiamo trovato l’anno scorso?

-          Mamma, DOVE HAI MESSO le piccole mine spezzate delle matite che avevo conservato sulla scrivania?

-          Dove sono i ritaglini di carta triangolari che ho lasciato sul pavimento?

(I padri, misteriosamente, no. I padri vengono interpellati per avere informazioni come: qual è la città con lo Stadio più grande al mondo? Quanto pesa l’elefante? Quanti maschi nascono all’anno in India? Quanto si guadagnerà al mese nel 2023?. Cose che oggi sono facilmente reperibili si Wikipedia, e che solo una generazione fa le risposte richiedevano vero impegno)

A me dicevano da piccola che la casa nasconde ma non ruba, ma in casa nostra no. Vi è un luogo invisibile in cui vagano come anime perdute coccinelle rinsecchite, 2500 calzini spaiati, accendini, l’unico paio di mutande della perla che possedevo, teste di omini lego.

A volte passo ore (no, non esageriamo, interi minuti) a cercare quelle insignificanti cose perdute delle mie figlie. Senza alcuna speranza. Pur sapendo che per i Fantastici quelle cosette assimilabili alla spazzatura, sono personaggi irrinunciabili nella scena immaginifica della loro infanzia.

E’ che le cose, si perdono, continuamente.

A volte si perdono cose, altre volte, case.

Una volta c’era la casa dei nonni a Nervi. Con il corollario di odori e oggetti multicolori, a volte tenuti assieme dal mastice del nonno C.A.
C’era il passaggino che portava dal cortile alla passeggiata sul mare, e che costeggiava la ferrovia e noi bimbi ci fermavamo ad aspettare il treno, mentre i genitori di turno cercavano di farci fretta. C’era la terrazza con le piante grasse e il tavolino, c’era il giardino della casa di sotto dal quale rubavamo i mandarini cinesi usando una corda col cappio, c’era la stampa di Klee, la cucina col piano in marmo e una miriade di carrellini con ruote, le coperte con stampata la faccia della tigre, le conchiglie, i bicchieri di vetro colorato.

Poi un giorno quella casa non c’è più. La perdita caratterizza l’oltrepassare la soglia della maturità.

E tutti quegli oggetti, anche se fisicamente fossero ancora al loro posto là, in quella casa, non esisterebbero più perché il loro mondo è finito.
 
E non c’è niente che riparerà a questa perdita, finchè non avremo la certezza che noi siamo (anche) il risultato di tutte quelle immagini, suoni, oggetti, ed odori.

Nel frattempo noi, con le nostre azioni, creiamo altri mondi, per qualcun altro, inconsapevolmente.

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