26 settembre 2016

pensieri che cadono come foglie


Non ho nessuna voglia di uscire la sera o qualunque cosa che sottragga ore di sonno.

Invece scapperei volentieri qualche ora con un’amica in qualche posto qualunque a bermi un tè con una borsa molto piccola come quando ero giovane (mai portato borse piccole in vita mia, che dico?)

Ho voglia di fare una pazzia.

Mi farei un bagno con le candele, ma ho la doccia, e le candele si spengnerebbero e dopo un po’ finirebbe pure l’acqua calda.

Vorrei avere un camioncino.

Mi piacerebbe molto, per una volta, comprare una sega circolare alla LIDL, per vedere come funziona. O anche una smerigliatrice.

Vorrei si rompesse la tv e pure il WiFi  e ci fosse un misterioso blackout della rete internet per una intera settimana e vedere cosa succede. Vedrei gente che vaga inebetita. Forse tutto piomberebbe nel caos e si estinguerebbe l'umanità.
Voglio dare di matto.

Le foglie stanno cadendo, le finestre si rabbuiano sempre prima. Questo mi porta a desiderare la casalinghitudine, intesa come desiderio di stare in casa, mica di fare le pulizie.

Abbiamo una invasione di parassiti, su figli (pidocchiosi) e piante. Solo le gatte sono esenti.
Ormai la prendiamo con filosofia.

WonderWoman c’ha l’ormone che si affaccia.

-          Mammaaaaaaaa! Abbassa il finestrino che c’è Leooooooo-

Con il timpano ormai lesionato, abbasso.

-       LEOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!-

Il fanciullo, sguardo vago, non la ode e non la vede, nonostante lei si sbracci tutta fucsia-vestita,fuori dal finestrino .

-Uffaaaa! Non mi ha sentito!!!! (sarà sordo, poveretto, se non percepisce i tuoi 15.000 decibel) Non mi ha visto! Ecco, NON MI VEDE MAI NESSUNO. NEANCHE FOSSI CIECA.-

I sillogismi creativi di WonderWoman.

La cosa più creativa che mi aspetta nei prossimi giorni è:

Ricoprire i libri dei Fantastici. (Però mi piace molto. Posso sniffare l'odore di plastica.)

Avanti così.
Ho letto una cosa fchissima:

"TI HANNO SEMPRE DETTO:
di vita ce n'è una sola.
TI STANNO MENTENDO!
La vita è ogni giorno!"
Sarà il mio motto di fronte alle difficoltà.

E comunque: prima o poi mi prendo la fresatrice e quindi me ne FRESO.
UAH HA HA HA HA!!!!
 

23 settembre 2016

le coseguenze di vivere la tua vita


Questo è il momento più duro.

L’inizio della salita sulla china ripida della vita quotidiana. Le cose da fare si mettono in fila come creditori esigenti. Poi ad un tratto, appena volti le spalle mi saltano addosso soccombo sotto un mucchio di mostri neri e pieni di peli di gatto. Faccio i letti e poi passo ore a raccogliere.

Come le briciole di Pollicino.

Invece io raccolgo mutande sporche. Mollette. Calze. Scarpe che probabilmente in mia assenza hanno camminato da sole-spaiate- dalla camera ai posti più creativi. Raccolgo foglie, pennarelli, tazze sporche, cucchiaini, biscotti spiaccicati, rimuovo la montagna di abiti sul portabiti del Gmarito, sul letto delle bambine, sotto al letto dei maschi. Rimuovo giornali vecchi, libri, dentifrici aperti, spazzolini caduti.

E passo allo smistamento: lavello- spazzatura-armadio- spazzatura-cesto biancheria-frigorifero-spazzatura- bagno-armadi-cassettiere- spazzatura-lavatrice-

Ovvio che poi ogni tanto trovo un calzino nel frigo e il latte sulla lavatrice.

Dopo avere raccattato la qualunque, passo a fare i letti, lavo i piatti/tazze rimaste, pulisco le cassette delle gatte.  Ha un bel da dire Madre Teresa che non importa fare molto, ma basta fare poco ma con molto amore, perché io lancio improperi, maledizioni ed anatemi tutto il tempo, e divento solo più cattiva e arrabbiata.

Quando arrivo a scuola c’è il cancan delle bambine: un balletto di inviti, autoinviti, organizzazioni di pigiama party, richieste di adozione diretta presso altra famiglia, perché stare a casa propria pare brutto, e se proprio ci si deve stare, almeno che si metta su una bella Comune, tanto abbiamo dei sacchi a pelo.

Così davanti a scuola ci sono le contrattazioni su chi va da chi e come incastrare il recupero figli tra genitori, nonni, babysitter, ragazze alla pari, fratelli maggiori.

La scuola finisce alle 16.20, noi ce ne andiamo alle 17.00.

Tra poco scatterà la proibizione di organizzarsi a tradimento durante la pausa mensa, perché sono le madri, che comandano.

Stasera, mentre caricavo la lavapiatti pensavo che adesso riprendono anche le attività pomeridiane. Catechismo, tennis, ginnastica, scout. Con relativo servizio taxi. Ho fatto il calcolo: significa tutti i pomeriggi occupati in trasferimenti di figli andata e ritorno, e a seguire la preparazione della cena, e tutto il resto.
Il Gmarito c'è, ma torna a casa tardi.

Ma soprattutto: perché mi stupisco?

Non so, è come se oggi avessi realizzato che in effetti non so, se ce la posso fare.

Ma ce la farò. Me lo ripeto alla mattina davanti allo specchio.

Poi ho letto questa lettera scritta al Corriere:

Ci ho provato, disperatamente, a conciliare le due cose. Ho chiesto orari ridotti che mi consentissero di portare le piccole al nido o alla scuola materna, mi sono avvalsa di tate, di aiuti di ogni genere, e per qualche tempo mi sono anche illusa di poter fare tutto. Ma la realtà è che è impossibile. Pur con tutti gli aiuti del mondo, ti ritrovi con il conto in banca prosciugato dagli stipendi alle tate e alle sostitute delle tate, dai folli costi dei nidi e delle attività extrascolastiche (che, pur senza esagerare, ti paiono irrinunciabili, come ad esempio un corso di nuoto, uno di inglese) e al contempo devi convivere con enormi sensi di colpa che ti tormentano. Non riesci a recuperarle da scuola tutti i giorni, non riesci a giocare con loro nel pomeriggio perché devi preparare una cena possibilmente sana e devi organizzare la giornata successiva, non sei abbastanza serena da assicurare loro un sorriso costante ed una parola indulgente, affannata come sei da tanti pensieri. 
Ma i sensi di colpa non sono solo questi. Ti sembra di essere una lavoratrice meno solerte degli altri perché esci prima dallo studio rispetto ai colleghi uomini; ti sembra di non essere una brava moglie perché tuo marito ti chiede cosa hai fatto dalle 18 in poi e a te sembra troppo poco farfugliare «Le ho portate al parco giochi, le ho lavate perché erano sporchissime e ho preparato la cena con la piccola sempre attaccata alle gambe»; ti senti in colpa per non riuscire ad avere un rapporto umano o addirittura amorevole con una suocera criticona; ti senti in colpa a scaldarti il cuore con un bel piatto di pasta serale perché sei fuori forma e non hai neppure il tempo di farti una messa in piega; insomma, ti senti sempre e costantemente sotto pressione.
Dico la verità, se è questo quello che volevano le donne quando lottavano per i loro diritti, beh, penso abbiano fallito. Sia loro nel prefiggersi uno scopo irrealizzabile, sia noi che siamo state incapaci di realizzarlo. Non è possibile dover lavorare come matte per guadagnarsi la minima credibilità professionale e allo stesso tempo fare i salti mortali per tenere la gestione di una famiglia. Certo, i mariti aiutano, ma il loro apporto è sempre marginale ed il carico fisico ed emotivo è nostro. Non abbiamo nessun aiuto dai Comuni, dallo Stato, nessuna comprensione (se non di facciata) dai colleghi uomini, nessun supporto neppure tra di noi. Anche tra mamme lavoratrici, millantiamo comprensione e condivisione, ma poi siamo sempre pronte a giudicarci vicendevolmente. Ho il nodo alla gola da giorni e non vedo soluzione, se non una nuova chiave di lettura di questa ormai esasperata condizione”

Tratto dalla 27esima ora del Corriere alla data di oggi.

Non mi sento una fallita, ma questa lettera mi ha molto colpita. Mi sento una privilegiata perché posso stare coi i Fantastici e raccogliere le loro mutande sporche, mi sento sfinita ma per fortuna non ha nessuna ambizione di carriera. Non faccio il lavoro che ho sognato. Ma mi basta fare il mio dovere.

Di certo però l’obiettivo di un certo femminismo è irrealizzabile se vuoi essere mamma, altrimenti devi trovare qualcuno che faccia per te. Che raccolga i giochi dei bambini, faccia il cambio degli armadi, carichi la lavapiatti, li vada a prendere a scuola, li porti al parco, organizzi le feste, prepari loro la cena, legga loro le storie, li aiuti nei compiti.

Qualcuno che viva la tua vita.

E allora, cosa ci avremo guadagnato?
 

22 settembre 2016

dediche



Ieri erano 13 anni di matrimonio.
I Fantastici hanno scritto una dedica al Gmarito. WonderWoman era così entusiasta che l’ ha scritto ovunque: sulla porta di entrata, sulla lavagna in cucina, sull’agenda che gli abbiamo regalato:

“Buon UNIversario!”

Non è che voglia scrivere all’accademia della crusca, che dopo “petaloso” credo ne abbia a basta di neologismi inventati da bambini sgrammaticati e maestre narcisiste, ma andando a cercare l’etimologia di universo ho trovato:

dal latino: universus tutto intero, composto da unus uno e versus vòlto participio passato di vertere volgere. Volto tutto nella stessa direzione.

Oddìo non è che io e il Gmarito siamo sempre vòlti nella stessa direzione, soprattutto ora, che io voglio già il trapuntino e quell’altro dormirebbe nudo con la finestra spalancata, però WonderWoma non lo sa, e ci vede così.
Solidali.
Sull’agenda CatWoman invece ha scritto, sillogicamente: 


“auguri, perché se non vi sposavate, io non c’ero.”

E Megamind: 
“questo regalo ti sarà utile”

D’altra parte l’avevo interrotto mentre guardava una puntata della sua serie gialla preferita.
Il regalo del Gmarito è stato un frullatore con una potenza di due cavalli che alla massima potenza sembra che decolli. 13 anni sono un numero sufficiente di anni per potersi permettere di regalare alla moglie un frullatore senza il rischio che glie lo tiri dietro.

Comunque 13 anni sono tantissimi e pochissimi contemporaneamente e questo ha a che fare con il fatto che il tempo non esiste, ma contemporaneamente, esiste.

Beh, ma questa è un'altra storia.
 

20 settembre 2016

I foglietti della Madre


La Gfamily questo weekend è stata in Liguria, nella casa in prestito, dei Nonni Di Bologna.

La qual casa è una di quelle case che trovate nelle riviste per arredatori d’interni. Non dico “Casa Facile”, perché quella casa non ha nulla di facile, e Casa Facile è per dei maragli che hanno case comuni, con i tappetini in cucina, esempio.

Intendo una cosa come “Casabella”. O "Elle decòr".
O meglio: la più figa di tutte le riviste fighe di arrredamento: “Abitare” .

Tra tutte le case dei Nonni Di Bologna, questa è la casa-icona.

Tipo il divano, è Le Corbusier. (scomodissimo, ma mica puoi stravaccarti sul design Bauhaus).

Una delle poltrone, è Red and Blue di Rietvelt. Tutto è molto bello, lineare e pulito e funzionale, e artistico.

Questa casa è la creatura della Madre, ovvero Mia Madre. Dove ha dato sfogo senza impedimenti filiali al suo perfezionismo casalingo dando vita ad una nuova scienza: “tecniche e processi di perfezione domestica: Regolamento ed applicazioni”

E ci sono i foglietti. Cassetto che apri, trovi istruzioni.

Appena arrivi c’è la caldaia da accendere. Sei grata di trovare istruzioni minuziose, che anticipano le tue domande prima ancora che ti si formino nella mente.

 Aprire la maniglia del gas. La maniglia del gas è quella nera. Per aprirla girare verso sinistra. In modo che sia orizzontale. Poi pigiare il tasto della caldaia. Lampeggierà due volte. Ci sarà il disegno del pupazzo di neve (RIPRODUZIONE GRAFICA DEL PUPAZZO DI NEVE, NEL CASO TU NON SAPESSI COME SIA FATTO) Aprire la manopola dell’acqua. La manopola dell’acqua è nel vano a muro, dentro allo sportello. La chiave dello sportello è qui sotto a queste istruzioni.”

Man mano che procedi in casa, i foglietti spuntano ovunque.

Alzi il copriletto e trovi un foglietto per cuscino.

ci sono già le sottofedere per ogni cuscino”

Poi: mettere per piacere DUE sottofedere per ogni cuscino”

Ah, quindi devo metterne un'altra. Apri l’armadio e trovi un altro foglietto.

le sottofedere sono sui cuscini sono da mettere e poi togliere quando si va via (nel cesto da lavare)”

Poi, legato alle sottofedere: “Sottofedere: da mettere sempre prima della federa (uguale al lenzuolo). Prima controllare se c’è già la federa.”

Noti una leggera mania morbosa nel confronti delle sottofedere.

Poi: “Per favore mettere sempre la traversa di stoffa sopra la traversa di spugna. Mettere sempre la coperta bianca sopra il panno di lana NON come copriletto MA come COPRIPANNO.”

I capi di biancheria da letto si moltiplicano nella tua testa. Non credevi ne potessero esistere tanti.

Scopri che nel letto ci sono già: coprimaterasso, telo in plastica, traversa di spugna, ma non basta, ci vuole anche quella di stoffa, POI ci va il lenzuolo con gli angoli. Grazie a Dio ci sono 29 gradi e ti risparmi panno e copri-panno, almeno il copriletto sai dove va messo.

Fai per prendere le lenzuola e trovi altri foglietti:

La traversa c’è già pronta e da mettere e poi togliere quando si va via (nel cesto delle cose da lavare)”

Casomai ti fossi dimenticato la (terza) traversa prima di mettere il lenzuolo con gli angoli.

Sei confuso: ne devi mettere un'altra? Vabbè meglio una in più che una in meno. Aggiungi un altro strato e finalmente speri sia arrivato il momento di mettere le lenzuola, ma:

“lenzuola di mamma e papà già usati da INVERNO: NON USARE”

Quando trovi delle lenzuola senza istruzioni sei sfinito.

Disseminate per casa ci sono varie altre istruzioni. Alcune sono delle chicche. Tipo l’etichetta sopra il flacone del detersivo per piatti con scritto: DETERSIVO PER PIATTI. Casomai qualcuno lo scambiasse per whisky, dato che l’etichetta originale di SOLE PIATTI è stata rimossa perché fa brutto.

Pure gli strofinacci sono etichettati con allocuzioni bolognesi: Burazzo per mani.
Burazzo DI COTONE per posate e tegani.
Burazzo DI LINO per bicchieri o piatti.

Nella credenza sono contrassegnati i piatti che vanno lavati solo a mano, e le brocche che perdono. Certi armadi non li ho aperti intenzionalmente, perché avevo paura.

I Fantastici si sono portati ciascuno il suo sacco a pelo, perché mettere tre traverse e due sottofedere per ogni letto, nonché reperire nell’armadio lenzuola coordinate ed adeguate e non interdette per qualche motivo, non ce la potevo fare.

Comunque, pensandoci, esistono in commercio poi anche i sacchi a pelo matrimoniali.

In ogni caso, anche mio padre ha messo un foglietto. Un unico foglietto. (E ho detto tutto)

Dice più o meno così:

in questa casa è possibile consumare qualsiasi cibo o bevanda che vi si trovi al proprio arrivo, senza obbligo di rifonderla. Unico vincolo all’uso dell’abitazione è scrivere, quando si va via, nel libro degli ospiti.”

Io ho subito mangiato tutti i canestrelli che ho trovato.

Perché non potrò mai fare la rappresentante



L’anno è iniziato e ovviamente in media almeno una delle tre rappresentanti di classe chiede venia ed avverte sul gruppo w’up che ha già dato, di avere pietà, confessando di avere sviluppato una dipendenza dallo xanax dai fiori di Bach contro l’ansia.

Ovviamente il popolo delle mamme si scatena, ed è tutto un tripudio di delazioni:

-Ma tu, Cristina, che non lavori? Saresti BRAVISSIMA!- (leggi tra le righe: tu che non fai una beata fava tutto il giorno, invece che andare in palestra, non potresti immolarti?)

La Cristina della situazione si trova subito un impiego come operaia in catena di montaggio a turni di 17 ore.

-E Fabìola? Fa già la catechista! E’ bravissima, organizzata, adùsa alla gestione delle madri nonché dei gruppi w’up dedcati!-  (leggi tra le righe: già è praticamente santa, aiutiamola a diventare martire)

Fabìola allega un file excell con tutti gli impegni della settimana (comprendente mensa dei poveri, caritas ambrosiana, volontariato al canile ed elezione a carica di presidentessa della bocciofila della terza età) da cui si desuma che qualcun altro sta già provvedendo alla causa di beatificazione, nonché passaggio a miglior vita.

Le delazioni continuano implacabili, mentre qualcuna per il terrore di essere nominata abbandona il gruppo di w’up fingendo di avere sbagliato tasto e di avere cliccato per errore: “elimina gruppo per sempre”.

Io pensavo di essere fuori dai giochi: lavoro e c’ho pure 4 figli, posso fornire una dichiarazione del mio datore di lavoro firmata in duplice copia ed eventualmente lo stato di famiglia.

E invece la situazione è così disperata che me l’hanno chiesto. Se non sapessi che davvero c’è questa tragica carestia, potrei essere anche lusingata.

In ogni caso, ecco perché non posso fare la rappresentate di classe, e se per caso io impazzissi un domani e mi proponessi per tale ruolo, dovete assolutamente farmi desistere con ogni mezzo, compreso farmi perdere i sensi con il cloroformio.

Primo: io non sopporto i lamenti sulla struttura scolastica. L’intonaco scrostato, la tenda che non chiude bene ed entra troppo sole o troppa ombra, il buco nel muro, il banco con le schegge di legno, l’aula con lo spiffero, i termosifoni vicino al banco, la puzza in bagno. A meno che non stia crollando il tetto, o non fuoriescano i liquami dai gabinetti, invadendo la scuola di merda, non verrà fatto nulla. Quindi non intendo intraprendere crociate.
 

Secondo: non avvallerò alcun lamento sulle maestre né sul loro sistema didattico. Le maestre sono sacre, almeno davanti agli alunni. A meno che non facciano qualcosa di plateale o illegale, mi rifiuto di entrare nel dettaglio della quantità di compiti, dei voti, del loro accento nell’ora di inglese, del tono di voce che usano. Io, con una classe di 27 bambini userei il lanciafiamme dopo 10 minuti, figurati insegnargli le divisioni in colonna.

Terzo: inutile chiedermi alcuna informazione su qualsivoglia compito per casa. Dopo la prima elementare non leggo più il diario.

Quarto: non ho ancora capito la differenza tra interclasse, associazione genitori, consiglio di istituto, consiglio di classe. Probabilmente se mi applicassi (e andassi alle riunioni) potrei capirci qualcosa. In sostanza mi basta leggere i verbali che mi mandano diligentemente per mail constatando che ci sono persone più serie di me che si prendono la briga di condividere e divulgare i programmi scolastici, le iniziative culturali o di raccolta fondi. Trovo tutto molto lodevole, ma non sono in grado di avere un ruolo attivo. Lasciatemi fare quella che compra il muffin per 3 euro all’uscita di scuola o compera 5 libri durante la settimana della lettura. Se mi impegno posso pure fare la torta allo yogurt completa di etichetta con tutti gli ingredienti e gli allergeni, da vendere nel cortile della scuola.

Quinto: se mi conosceste non mi affidereste i soldi della gita, dell’assicurazione, del libretto delle assenze, e di tutti i regali previsti, quali: feste di addio, feste di compleanno, Natale, fine anno, pensionamento, matrimonio, comunione, bomboniere. Già a fare sto elenco mi è venuta l’ansia. Mischierei tutti i nomi, gli importi, i conti correnti e i regali, le persone, le ricorrenze, dopo tre minuti.

Sesto: Stare dietro ai miei attuali 8 gruppi w’up tra catechismo, elementari, materna, parrocchia, gruppi per i regali di compleanno (!?!?), scout, è un lavoro. Come minimo dovete darmi uno stipendio part time.

19 settembre 2016

Outfits


Fino a un imprecisato tempo fa il mio armadio era come quello di Dylan Dog, ovvero pieno solo di jeans e maglioni tutti uguali.

Non conoscevo il significato di outfit, credevo fossa una cosa tipo OUTING, finchè la mia lesboamica ha colmato questa lacuna.

Così ho cominciato a decidere come volevo vestirmi, che è la stessa cosa che decidere chi vuoi essere. E’ così che ho comprato stock di cose a righe. Poi sembravo un gondoliere e mi sono spinta anche su altri mood, come i pois. Sono gradualmente subentrate altre fantasie, stampe. Più mi sembra raccontino una storia, più mi piacciono.

Ho scoperto che esiste un mondo totalmente isterico di donne che non hanno nulla da fare tutto il giorno e si fanno chiamare fashion blogger, e litigano tra loro come scimmie, ma ho preferito non indagare.

Sostanzialmente scopro cosa va di moda guardando i passanti. Ogni tanto è un’esperienza shockante.

Per esempio.

Inspiegabilmente il 2016 ha partorito delle cose che-ho appreso- si chiamano culottes. Ma che non sono le mutande. Son delle braghe appositamente concepite per farti sembrare, nella migliore delle ipotesi, un clown anni ’40 in un film neorealista. Nella peggiore, ad un divano.

Sostanzialmente son quei pantaloni larghi e corti (una mutazione genetica del famigerato ed orrorifico “pinocchietto” che già solo per il nome, dovrebbe far impensierire, no?), appositamente inventati da una stilista che voleva vendicarsi delle donne alte e magre e fighe creando l’unico capo che le avrebbe fatte diventare delle cavallone antistupro con un effetto ottico che le abbassi di 10 centimetri buoni.

Poi ci sono gli shorts. Che sono come le culottes, ma non confondiamoci, intendo mutande sotto mentite spoglie. Ovvero lo sdoganamento della mutanda. Possono essere portati in due modi. O con una maglia lunga che faccia supporre che tu sia uscita di casa dimenticandoti la parte sotto. Oppure con una maglietta corta per fugare ogni dubbio che non sei uscita con la passera per di fuori.

Ne faccio una questione estetica. Se non sei al mare o in campeggio o se non hai 15 anni e sei in oratorio, no. Sei brutta.

Poi ci sono i sabot con il calzino. Corto. Possibilmente sciabattante, ovvero senza il dietro, ovvero come la ciabatta di plastica di mia nonna quando faceva le pulizie in estate.

Robe che pensavo che solo i tedeschi in vacanza. Una cosa agghiacciante. E inspiegabile. Che io neanche in casa con l’influenza avrei il coraggio.

Inoltre sono tornate quelle cose che sapevo esistessero, ma onestamente non credevo che qualcuno le indossasse davvero.

Le tute.

Ovviamente non dico le tute da ginnastica, ma quel capo che ha la parte sopra attaccata alla parte sotto (notate il linguaggio d’alta moda) che sostanzialmente credevo fossero state indossate davvero solo dalla Barbie Malibù degli anni 80. Sono uno di quei capi che idealmente potrebbero piacere, ma hanno il dono di trasformarsi, appena li indossi, in un pigiamone intero cui mancano solo i bottoni dietro per il cambio del Pampers.

Ecco io mi chiedo solo, come la mia saggia tata Cordelia (80 anni di sapienza di sduàura Bolognese con il dono di eleganza innato):

-Ma ‘sta gente, in casa, non ce l’ha lo specchio?-