20.11.17

la doppia natura

Il momento della crisi.
Arriva sempre assieme alla stanchezza, al buio, al freddo.
I primi sintomi sono la fame compulsiva, unitamente alla totale mancanza di spinta all'uso dei fornelli. Potrei spingermi a mangiare la ricotta direttamente dalla vaschetta, ma per mia fortuna conservo ancora un briciolo di dignità. O forse il mio super-io è troppo strutturato.
Mi trasformo in una ameba: priva di qualsiasi energia ma in grado di inglobare ogni cosa.
La spinta fattiva si affievolisce fino a rasentare lo zero.
Il massimo delle mie iniziative si spinge alla decisione di aprire il cassetto basso del frigo per vedere se c'è della verdura che si possa ancora definire tale.
Poi qualcosa si deforma anche a livello percettivo.
Ho la sindrome del camerino, ovvero mi vedo mostruosa su qualsiasi superficie specchiante.
In questo stato letargico depressivo sarei condannata a morire di inedia avvelenata dalla muffa della ricotta, ma per fortuna avere una famiglia a cui dover provvedere mi salva da me stessa.
Come al solito, secondo la mia natura di donna lastminute che dà il meglio di sé il meno peggio di sè in uno stato di perenne coercizione o emergenza (ciò non mi fa onore, ma devo fare i conti con la realtà), alla fine quaglio.
In qualche modo, quaglio.
In qualche modo mi sveglio, preparo il caffè.
Mi vesto in maniera decorosa anche se mi sento elepahantmen.
In qualche modo riesco ad organizzare il pranzo per Megamind e Wonder che tornano alle 14. Fosse anche risotto in busta e bresaola.
Sono i miei doveri che mi salvano dal mio peso specifico che mi farebbe sprofondare in basso, collassando in me stessa, fino al centro della terra.
Eppure è un annaspare, in attesa che la crisi passi.
E passa. All'improvviso e quando meno te lo aspetti.
Passa accendendo una candela. Oppure quando una persona mi chiede un disegno ed accende lo
zolfanello.
Allora, da quella scintilla, si accende un fuoco.
Talvolta passo alla modalità opposta: quella della tarantolata iperattiva.
Disegno fino all'una di notte, svuoto gli armadi, ascolto la musica, costringo bambini recalcitranti a fare torte per colazione.
Riprendo a volare, butto le carote ammuffite in fondo al frigo, preparo il risotto al radicchio per il SignorG.
In questa incostanza e in questa imperfezione, in questa incoerenza e inadeguatezza, la costante è farsi sorprendere dalla bellezza.
E farsi salvare da chi esige, e così facendo ti restituisce un'immagine di te stesso migliore di quanto tu non sia.

2 commenti:

  1. Secondo me sei un po' troppo severa con te stessa o con la tua realtà. Secondo me dovresti ogni tanto darti qualche patpat in più sulla spalla...e te lo dice una che altro che patpat...si tira le randellatte nei cosidetti un giorno sì e l'altro pure!!

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  2. beh ho fatto grandi progressi. I sensi di colpa sono subdoli, tu credi di averli rinchiusi nello sgabuzzino, ma quelli saltano fuori dal buco della serratura. Bisogna addomesticarli, renderli innocui.
    In generale mi sembra di aver fatto pace con questa parte di me che non si vorrebbe perdonare. Mi dico: ok, oggi sono così, inadeguata e orribile: ma domani sarò meglio. Passerà. Rimane il fatto che sono disarmata di fronte alla critiche altrui: soprattutto quelle delle persone che stimo. Mi sottopongo immediatamente a processo, mi metto in discussione e di solito il mio avvocato difensore fa schifo. E di fronte alla pubblica accusa (tutto nella mia testa), confesso. E mi condanno da sola. Ma comunque: passerà: arriverà la primavera, o un altro disegno da fare o un progetto creativo a cui dedicarmi. E allora risorgerò!

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