21 settembre 2015

Diventare grandi e vecchi (e vecchi telefoni)


Quest’inizio di scuola è un vero casino. Megamind ha iniziato l’adolescenza la scuola media. Esce alle 13.35. Ma solo certi giorni. Per due giorni fa il pomeriggio, perché fa la specializzazione musicale. Ma-siamo nella scuola italiana- la sua prof di chitarra, non esiste ancora. Quindi non si sa. Se arriva, quando arriva, quando sarà la riunione con la prof, quali saranno i pomeriggi, a che ora saranno i pomeriggi.
E superMario, addestrato a fare la pipì in piedi, la cacca nel gabinetto, prontissimo per la scuola, comincerà MERCOLEDì 23.
Per sole due ore. Non inizierò un'altra volta il pippone sui sadici inserimenti all’italiana, che solo qui, nella terra dei mammoni-tessorodellammamma-ciccinobbbello esiste l’inserimento. (sì, quello affinchè le maestre non si traumatizzino dopo tre mesi di vacanza- Argh, l’ho detto, l’ho detto, perdono, chiedo veniaaaa)
Poi c’è il tennis. Che non si sa, quando sarà. (occorre aspettare la prof di chitarra, bla bla bla
Poi c’è danza, al venerdì. Il Catechismo al lunedì, al martedì, al mercoledì.
E poi ci sono i miei pomeriggi, che appena si sapranno quali sono questi fottuti pomeriggi della prof di chitarra, potrò sdoganare il sabato che fino ad ora lavoravo (io però forse mi riposavo, ma il gmarito, no, questo è certo).
Nel frattempo SuperMario usa i congiuntivi meglio di WonderWoman (“mamma io non volevo che tu andassi al lavoro, io vorrei che tu restassi qui con me), e li usa per sollevare impoonenti sensi di colpa mattutini.
Sempre nel frattempo, Megamind si cucina da solo. Gli ho insegnato a fare la pasta e a cuocersi hamburger, a riscaldarsi cibo semilavorato da me la sera precedente, e di questo devo ringraziare il Gmarito che 18 mesi fa aveva promesso che avrebbe riparato il forno a microonde.
(E che invece viene attualmente utilizzato come PORTAPANE)  Se che sembro un tantino sarcastica, ma anche no, in effetti è una fortua, perché adesso Megamind è grande, sa provvedere a se stesso, e questo lo riempie di orgoglio anche se il primo giorno ha eseguito in ordine sparso le istruzioni per la cottura della pasta scoprendo che la proprietà commutativa non si applica a tutto.
Eppoi ha un telefono.
“Buongiorno” dico entrando in un negozio di roba tecnologica usata “vorrei un telefono, sa, di quelli PER TELEFONARE” Ammetto di essermi sembrata vecchia e reazionaria da sola. Il ragazzino del negozio ride. E mi dà un telefono di quelli che probabilmente ora comprano solo gli ultra settantenni che non hanno capito cosa sia un tuchscreen. Ma megamind è felice. Devo solo ricordargli che ci sono i tasti, e che smetta di tormentare il display.
Un telefono-telefono che deve accendere solo quando esce da scuola per tornare a casa da solo, e che si spera nessuno gli rubi.
ciao figlio grande, come va? Tutto ok? Già mangiato?” è il primo SMS della madre a Megamind, con la pietosa scusa di una prova.
ciao mamma giovane, tutto ok
(Avrò fatto trapelare una certa paura dell’insieme: figli grandi-vecchiaia-morte? Nota per me: fare un corso per imparare a dissimulare)
Sempre ne frattempo WonderWoman vuole indossare solo leggins che sennò i maschi le guardano le mutande, e Catwoman sembra abbia smesso di strapparsi i capelli, qualche volta addirittura si pettina, e le dondolano un po’ di denti da latte. Forse anche il suo corpo ha capito che io le voglio bene anche se non la imbocco più con gli omogenizzati.
Abbiamo debellato una invasione di pidocchi apocalittica ancor prima che iniziasse la scuola.
Abbiamo ricominciato col dentista e gli apparecchi sono a quota due.
SuperMario, sei diventato grande! Quand’è che sei diventato grande?” domando retoricamente sapendo che una madre-che-si-deve non fa queste domande PER DAVVERO  a suo figlio di tre anni. (nota per me: fare un corso sulle cose da non dire a voce alta)
“oggi, mamma”

Aiuto, muoro.

14 settembre 2015

calcinculo

Quando passavo in autostrada e vedevo le ruspe dell’expo, pensavo, che bello. Certo un po’ in ritardo. Un po’ tanto. Siamo ad aprile, e ci sono ancora le gru e si vedono tetti mezzi scoperchiati, però dai, che bello.
Architetture all’avanguardia, che sembra nemmeno di essere in Italia, materiali innovativi, pareti che si beffano della gravità, una modernità solo sognata o vista nei rendering di architetti stranieri, sulle riviste fighe tipo Abitare.
Una occasione da non perdere, un evento mondiale, e che fortuna essere ad un tiro di schioppo, dobbiamo assolutamente andare, anche coi bimbi, che  così facciamo qualcosa di veramente stimolante e potranno dire ai loro nipoti: io ho visto (l’unica) expo fatta in Italia, nonostante Mafia Capitale e le altre porcherie italiche, chissà se avremo mai un’altra botta di culo come questa, nelle prossime 3 generazioni.
Io, nella mia profonda ingenuità pensavo che bastasse comprare i biglietti.
Invece bisogna REGISTARSI sul portale expo che, essendo italiano, ha una usability partorita da un impiegato sadico dell'inps, e dunque dopo avere generato l'ennesima password che dimenticherai (ma che ti gioverà altre sedicimila spam nella tua casella di posta per i prossimi 10 anni) dopo avere affrontato numerosi bug (il suo biglietto non è disponibile...?!?), cliccato link, effettuato login, inserito codici di 25 cifre per ogni biglietto, era impossibile giungere all'unica pagina utile del sito: ovvero quella in cui inserire la data di visita. Dopo avere cliccato a caso e avere esplorato ogni inutile meandro del portale, sono riuscita finalmente a inserire la sospirata data di visita. Inutile che provate a chiedermi come ho fatto, non riuscirei mai più a ricapitarci, vi assicuro.
Comunque.
Io, sempre nella mia profonda ingenuità, pensavo che fosse come visitare una bella città. Cioè pensavo che fosse come in quegli (orrendi, fatemelo dire da grafica) rendering che trovi sul sito, in cui si vedono padiglioni semideserti, bimbi con palloncini, mamme che ammirano, alberi, panchine, viali.
Perché non immaginavo che fosse invece come Gardaland? 
Perché E’ come Gardaland, nei sabato pomeriggi di Luglio. 
Un carnaio apocalittico. Era ovvio, lo so. 
Nel frattempo visitavo la pagina Facebook amatoriale dell’expo, leggevo i blog, e mi veniva l’ansia. Due (2) ore di coda, in media, per visitare i Padiglioni. Coda fissa per entrare. 
Si consiglia di arrivare un ora prima dell’apertura dei cancelli. 
Si consiglia assunzione di droghe dopanti per arrivare con ancora un briciolo di energia almeno all’accensione delle luci del famigerato Albero della Vita.
Mi sono fatta pure un elenco dei Padiglioni “che bisogna vedere assolutamente” (leggi: devi dire che li hai visti, sennò ti guarderanno con compatimento e saprai di avere buttato via i tuoi soldi, ovvio). 
Naturalmente sono quelli che TUTTI vogliono vedere, quindi sai che farai una coda di 2,3,4, addirittura 5 ore.
Evabbè, ormai la frittata è fatta, facciamo sto sforzo, che i bambini ci tengono un sacco, le lo racconteranno ai nipoti eccetera eccetera.
Cioè, io ero partita bene, positiva. Non è colpa mia se odio la ressa, se detesto camminare nella stessa direzione di altre quindicimila persone che invadono tutte il mio spazio vitale, ovunque. Non è colpa mia se dopo un’ora di coda mi sento come un barattolo di polpa di pomodoro su una catena di montaggio. Non mi dilungherò, ma esprimerò in punti salienti il bilancio dell’expo.
 1.       Il padiglione zero è bello. Potrebbe essere una sezione del Museo Della Scienza e Della Tecnica di Milano.
 2.       Appena arrivi sul famoso Decumano, devi precipitarti nelle file perché percepisci un countdown come nei giochi elettronici, più temporeggi, più le file si allungano, presto! Devi decidere dove andare
 3.       Se temevo per il sole e il caldo solo due settimane prima, ieri c’era l’allerta meteo. Nonostante kway e ombrelli, ore in coda sotto l’acqua non hanno giovato al nostro buonumore
 4.       Padiglioni deludenti. Hanno puntato tutto sulla spettacolarità delle installazioni, ma come contenuti Discoverychannel è decisamente più arricchente.
 5.       I fantomatici padiglioni “da vedere” non li abbiamo visti, perché con le tempistiche di attesa, ne avremmo visti due, massimo tre. Sì, è figa la grande rete su cui puoi camminare, ondeggiare nel padiglione Brasile, ma allora vado su Sequoia Adventures a Gardaland, che faccio pure meno coda
 6.       Pensi, l’expo è sul cibo, almeno non ci sarà problema a mangiare. Bene, dalle 12 alle 15 non c’era un posto coperto e dunque al riparo dal nubifragio dove sedersi. Alle 15 passate siamo entrati in un ristorante spagnolo stranamente poco affollato dove ci hanno servito delle porzioni talmente minuscole (ma non nel prezzo) che perfino Catwoman, che si sfama con 5 maccheroni, ha protestato.
 7.       Alla fine abbiamo mangiato delle patatine AL MACDONALD, e chi mi conosce sa che dovevamo essere davvero disperati. Molti  stand a quell’ora non davano più cibo, altri erano all’aperto (perché all’expo non è previsto che piova, nemmeno avessero scelto come sito espositivo gli Emirati Arabi nel mezzo de deserto. )
88.      Sfiniti, bagnati, infreddoliti, alle 18 ci siamo trascinati per il decumano, abbiamo guardato le splendide architetture dei Pavillons con rammarico, sia per non essere riusciti a visitarli, sia per non essere riusciti a GUARDARLI e goderli DAVVERO. Come quando interiorizzi un bel paesaggio urbano, ti soffermi a guardare una bella chiesa Romanica, o un palazzo di Gaudì.
 9.       L’albero della vita, direte. A  me sembra tanto il calcinculo delle Feste dell’unità. Ma molto meno divertente. Non dite di no.

 10.   Se volete dire che sono snob, potete. Lo capisco. Lo capisco che sembra che io voglia fare quella diversa, a cui non piacciono le cose che piacciono a tutti. (tipo la Nutella, che mi piace solo 5 giorni al mese) Però mi sono sforzata, davvero. Volevo davvero che mi piacesse. 



5 settembre 2015

minestroni educativi

Cosa bisogna insegnare ai propri figli?
Il primo tentativo è fare un bel minestrone.
La base è sempre quella, il solito soffritto, ovvero l’educazione ricevuta dai vecchi genitori. Poi, cominciamo a togliere, però. Perché abbiamo bene in mente gli errori che hanno commesso, sono tutti lì, elencati sotto la voce: alibi ai miei fallimenti: gli errori educativi che i miei genitori hanno fatto.
Così come nel minestrone i fagioli non si mettono più, che lo san tutti che fanno fare le puzzette, certe cose sai che le depennerai, perché sei un genitore moderno.
Facciamo un esempio. Ricordo che la scelta dell’outfit mattutino e soprattutto domenicale durante l’infanzia e l’adolescenza era dapprima deciso d’autorità e poi monitorato attentamente.  Quando poi ti nascono dei figli c’è la fase bambolotto, in cui ti sbizzarrisci con completini alla marinara sugli infanti ignari. Poi punti su abiti classici e bonton .Perchè il figlio, istintivamente, riflette il tuo buon gusto, no? Poi un giorno tua figlia ti dice che vuole vestirsi come vuole, e questo genera un eco dentro di te, e ti ricordi.
Ecco, sì, è giusto. Deve potersi esprimere anche attraverso la scelta degli abiti, mica deve essere il riflesso dei gusti della madre. Ti senti moderna. Sai che stai facendo la scelta giusta, nonostante sia una piccola scelta educativa.
Poi un giorno torni a casa dal lavoro e WonderWoman porta una canottiera stampa mimetica con la schiena nuda e la panza de fora, dei leggins fucsia, e SOPRA una gonnellina a fiori. E delle infratito. Megamind ha su un pile blu, e ci sono 35 gradi.
E capisci che l’educazione, seppur nelle piccole cose che sembrano insignificanti, è qualcosa di fluido, qualcosa che ha a che fare col continuo compromesso. Il guardaroba dei miei figli è un mix di vestiti che gli compro io e vestiti ereditati da altri bambini. Ci sono abiti che riflettono il mio gusto, altri meno. Altri vengono cestinati prima che nessuno li possa vedere (come una salopette inguinale tutta paillette e fiocchetti fluo). Mi piace pensare che questo mix rifletta ciò che è la vita: i nostri figli avranno l’abito (inteso come HABITUS) che sarà il risultato dell’esempio dei propri vecchi genitori, ma anche di tutti gli stimoli, le mode, i gusti del mondo circostante.
Mi accorgo sempre di più che occorre ridurre all’osso le regole, e i valori.
 Le regole sono il rispetto per sé e gli altri.
I valori sono ciò per cui vivere e che permettono di essere se stessi con pienezza. Una Pienezza particolare che non si limita alla bieca autorealizzazione.
Più i figli crescono, più le regole devono essere poche, davvero poche, e assolutamente imprescindibili.
Mi trovo nella condizione di dovere fare una lista di queste poche regole, ed è difficile decidere quali scartare, perché rinunciare per esempio alla regola del mettere in ordine la stanza, significherebbe vivere in una discarica. Quindi ci sto lavorando, anche perché ogni età ha le sue regole fondamentali.
Per la questione dei Valori è facile, perché oggi come non mai capisco che c’è un solo valore da insegnare, di cui parlare, e di cui dare esempio.
Amare incondizionatamente il prossimo. Che è l’unica grande sfida e autorealizzazione possibile.

Postilla: e il segreto è in quella parolina: incondizionatamente

2 settembre 2015

conversazioni impegnative

Oramai ceniamo quasi sempre in veranda, dove c’è cielo assai, al di là delle finestre. Mario sul suo seggiolone, come un trono.
-Mamma-
-Eh.—
-Mamma.-
—Eh!-
-Mamma!-
-Ehhhhhhh?????!!!!—
-Guaddami- 
Perché i Fantastici, tutti, se gli rispondi facendo qualcos’altro nell’ottica del multitaskin, dato che Dio c’ha dotato di orecchie separate dagli occhi, loro insistono finchè non li guardi e smetti di usare altri arti.

-Mamma, e adesso cosa c’è?-
-la carne-
-e poi?-
-La verdura-
-e poi?—
-La frutta—
-E poi?- 
(potremmo arrivare all’innalzamento degli oceani, l’allagamento delle terre emerse, e all’avvento del Messia, di questo passo.)
-Poi, si va a nanna.-
—Sì, si va a nanna, maaaaa…quando il cielo è buio.-
—Il cielo E’ buio, amore-
—No, mamma, guadda. Guadda. E’ un po’ BLUINO. Non è neo.-
-Uhm. Sì. Vedrai, che quando hai mangiato la frutta, sarà buio-
-Ah. Ma peò, quando è buio bisogna andare al mae.-
-Al mare? A nanna si va.-
-Ma io devo ballare alla bebidenz!-
 La fase di archiviazione coatte è iniziata. E io procedo con la mia tattica.
-Vai da papà col pannolino, che te lo mette- (sì, avete capito bene, la tattica è anche nei confronti del Gmarito.)
Lui corre con quelle gambette corticelle che fanno sembrare i suoi passetti una risata del pavimento, e presenta a suo padre il pannolino.
Dopodichè segue tutto un belletto di proposte di dilazione della definitiva messa a nanna.
-Papà, TU mi metti il pannolino. Poi la mamma mi mette in pigiama. La mamma. Che sono tutto suo. Un po’ anche tua, la mamma. Solo un pochino, ma è tutta mia.- 
Appena pannolinato per la notte, scappa e corre da me.
-Mi metti TU in pigiama– 
Come se fosse un premio, lui concede il privilegio acchè io lo metta in pigiama.
-Adesso a nanna.-
-No, adesso devo lavae i denti, papà, me li lava. Tu poi vieni a salutae.-
Ok, lavati i denti, mangiato dentifricio, bevuto, sputato nel lavandino.
-Adesso ho la pipì, TU me la fai fare, mamma.-
Ci prova lui, propone pulizia orecchie, taglio unghie e lunghissimo libro da leggere, ma non la spunta.
Allora tira fuori l’arma segreta.
-Mamma la pegghiea! Non l’hai detta! (senzadio, che non sei altro)l’avemaia, mamma.-

Meno male che non conosce l’esistenza del rosario.

1 settembre 2015

pensa positivo! (oppure non pensare.)

Lo scorso weekend avevamo pure programmato.
Basta, non si può vivere sempre così, Gfamily-style, una famiglia lastminute.
Sabato, a mattino io lavoro, mentre il Gmarito si martirizza (notare l’assonanza tra la parola marito e martire) facendo fare i compiti, portandoli fuori in bicicletta,(secondo il programma:  GODERSI i propri figli così come ci suggerisce il rimpianto che avremo tra 10 anni, nonostante poi, al momento, non è che si goda poi così tanto). Poi ci si va a confessare dai Gesuiti, poi si portano le bambine alla festa sui gonfiabili, poi si va dalla nonna che non vede i bambini da un sacco, a cui ho mandato un subliminale messaggio che ha generato uno spontaneo invito a cena.
E poi, alla domenica, si va al Santuario di Santa Caterina al sasso, sul BigLake, un luogo spettacolare, e si fa picnic sul lungo lago, ho già comprato piadine ed affettati, siamo a cavallo, è tutto organizzato, nulla ci fermerà.
Tutto andava secondo i piani, se si accettua il fatto che il Gmarito si è goduto così tanto i suoi figli che si è addormentato irreversibilmente, e quindi dai Gesuiti ci vado da sola, ma d’altra parte addormentarsi in confessionale, che dai Gesuiti è pericolosamente comodo, non avrebbe fatto buona impressione al Padre Eterno, e quindi è meglio così. D’altra parte, quando si gode troppo, Gmarito, poi bisogna riposare.
Vado a prendere le bambine alla festa, WonderWoman scende dai tappeti elastici su cui stava SALTANDO, e assume una espressione melodrammatica da vittima di guerra, iniziando a zoppicare. Dopo varie lamentazioni di stampo biblico, ho capito ancora una volta quanto possa essere illusorio il benchè minimo controllo sulla Gfamilylife, anche quando si fa uno sforzo sovrumano per organizzare un finesettimana.
Tutto ciò è valsa una simpatica gita al pronto soccorso domenicale, perché il pronto soccorso è una località che si visita principalmente nel weekend, quando i medici arrivano se va bene alle 11.00 e sono ovviamente di pessimo umore e c’è un affollamento da saldi estivi perché le person, come si alzano dalla scrivania dell’ufficio dopo una settimana di sedentarietà, si infortunano. Ore di attesa prima qui, poi lì, poi là, e finalmente, dalle 8.30, alle 14.00 siamo fuori, che non c’è niente di rotto. (Del senno di poi son piene le fosse,ok, ma io l'avevo detto).
Ma visto che ci eravamo intestarditi col lago, ci siamo trangugiati piadine e ci siamo andati lo stesso, sfidando tutta una serie di sfighe prevedibili, tipo:
-          - sbagliare strada, come ogni volta (ma abbiamo fatto una bellissima strada panoramica che ha allungato di un pochino, ma abbiamo evitato il centro di Laveno. Anzi no. Ma però, che bello, il centro di Laveno, dai.)
-         -  tutto l’universo mondo alle 8.30 invece di andare in ospedale, è andato sul lungolago, quindi abbiamo parcheggiato praticamente nel Comune vicino (beh, ma almeno ci sono le strisce bianche e non è a pagamento. Pazienza se WonderWoman c’ha un piede  inutilizzabile e il Gmarito deve portarla in spalletta)
-          - Ci sono 35 gradi, e noi siamo senza costumi perché va bene intestardirsi con il lago, ma una giornata di pseudomare corredata di teli, ombrelloni, sabbia, cambi, bagni, no, non ce la potevamo fare.(Ma bene così, meno male che alla fine non siamo andati all’Expo, saremmo morti dopo la prima coda di 240’ al primo padiglione)
-          - WonderWoman si è lamentata tutto il tempo dicendo di annoiarsi mentre Megamind e SuperMario hanno corso e giocato tutto il tempo, praticamente con nulla, un bastone, la corteccia degli alberi.(Ma sì, non importa, a volte ci si annoia, guardiamo il panorama. No, DUE euro per guardare con il cannocchiale non te li do, non vedi che non ci arrivi nemmeno?)
Abbiamo tenuto duro, abbiamo fatto scorta di sole e riflessi e azzurro per quest’inverno, siamo tornati a casa, tardi, ho preparato la cena, il pranzo per il giorno dopo, siamo andati all’ultima messa disponibile, la messa salvadomenica alle 20.30, abbiamo cenato e siamo praticamente svenuti, aspettando il lunedì.
Non so che insegnamento trarre, io odio la parola ottimizzare, mi sembra che abbia a che fare con il consumo, come se la vita sia da vivere nell’ottica aziendale per cui non è altro che una serie di caselline da riempire per evitare l’horror vacui.
La verità è che quello che conta è la disposizione d’animo, non ciò che si fa. E noi, il Gmarito e io, eravamo intenzionati a vedere il bello in ogni cosa, fosse anche la gita all’ospedale, dove ho mostrato a WondeWoman quante persone soffrano, molto più di lei, l’esercizio di pazienza nell’attesa (io, che detesto aspettare), il sollievo di sapere che non c’era nulla di grave, la contemplazione della natura al posto della noia, che è gratis.
Poi, meno male che il finesettimana dura solo due giorni, comunque.





26 agosto 2015

"Faccio un salto" Kierkegaard, aiutaci tu.

Visto che stiamo proseguendo su temi piuttosto pesi, ecco vorrei parlare delle scelte della vita.
Ormai credo che fare delle scelte, anzi fare Le Scelte, quelle irrevocabili (non il modello di smartphone, insomma)  sia sempre più faticoso.
Anzi, meno si sceglie, meglio è, perché si sa, quando scegli, devi scartare tutte le altre opzioni.
(Do you know Kierkegaard, amico mio?)
Un po’ come quelli che inviti alla festa di Capodanno a casa tua e ti dicono “faccio un salto”, cioè nè sì, né no, non si impegnano, si tengono aperti tutti gli inviti, così non devono rinunciare a niente. E poi, però non vivono. Assaggiano. Gli venisse a tutti la caghetta.
Ecco, in questo panorama in cui ci si può illudere che le strade siano sempre tutte aperte, in cui proseguire una adolescenza sine die, mi domando cosa spinga ancora a fare certe scelte in cui metti in gioco vita, futuro, risorse economiche, abitudini, libertà, bellezza, giovinezza, lavoro, insomma in cui sembra che quello che perdi sia di gran lunga maggiore di quello che guadagni.
Penso al matrimonio, penso al mettere al mondo dei figli, penso ad altre scelte equiparabili di vocazione assoluta.
Insomma, alla fine, ma perché sposarsi, che dopo i primi anni di fuoco, c’è in agguato la cenere del Gattopardo. Perché condividere i tuoi spazi, far fatica, sforzarsi di capire l’altro, cercare di far bastare l’amore anche quando gli anni avanzano, si diventa sgradevoli, ci si ammala, ci si sveglia quando l’altro russa, bisogna sbattersi ogni santo giorno per re-incontrarsi di nuovo. Ma il rapporto costo/beneficio è pessimo.
Per non parlare dell’avere figli, che è tutto un sacrificio, dal dolore del parto alla puzza di piedi adolescenti, sprazzi di felicità in una fatica quotidiana h24, senza possibilità di deroga, un investimento a perdere, senza nessuna garanzia sul futuro, visto che poi se ne vanno all’estero (certo, non farai altro che dirgli che all’estero ci sono più opportunità) e magari quando sei vecchio ti parcheggiano in una casa di riposo.
Alla fine la risposta che mi sono data è molto semplice, forse non basterà a tutti, ma a me basta. Non ha bisogno di una dimostrazione matematica, di comprove od esperimenti. E’ un assioma. No? Non si chiama così?
L’unica cosa che ci portiamo via, da questo mondo è l’amore. Donato, ricevuto. E dunque tutta la vita deve essere uno sforzo per compiere scelte che ci costringano ad amare. Sì, ci costringano. Perché il matrimonio, quello senza la data di scadenza sul retro, ci costringe ad uno sforzo d’amore. E mettere al mondo dei figli, ci costringe a mettere da parte noi stessi, ci costringe ad amare.
Solo queste scelte assolute (e un po’ assurde?) di dono di sé ci danno mille e mille occasioni per mettere amore in ogni momento, impedendoci di dimenticarci dell’altro, fosse un marito brontolone o un figlio puzzolente.
Certo, sono occasioni.
Come diceva Madre Teresa, che liberamente cito: fai poche cose, ma falle con amore.

E dunque, con le mie (nostre, gmarito!) scelte io credo di essermi facilitata la vita.

22 agosto 2015

Tutta colpa di De Andrè

Ogni tanto, mi prende una malinconia.
Potrei chiamarla la malinconia delle vecchie foto.
O dei filmini.
Ah, non fatemi vedere i filmini eh. Nei filmini c’è l’illusione che cose –e persone- morte esistano ancora. Tutto ciò che vedi nel filmino è morto, non solo le persone passate a miglior vita. WonderWoman di 4 anni, coi codini, che allatta le bambole, non c’è più. E’ trascorsa. E anche la Hysterikmom di 5 anni fa non c’è più, non è più quella. Vedere un filmino è come vedere un fantasma. Quella persona, che non c’è più, ti parla, si muove, ma è una porta chiusa sul passato, e un illusione che genera in me grande angoscia, rimpianto e sofferenza.
Perché il tempo trascorso, morto, mi sembra scivolato via, tra le dita. E i bambini sono diventati grandi a tradimento, senza che potessi -forse-“goderli” appieno.
Ma se rifletto, e smetto di raccontarmi bugie, so che non è così. Che questa è solo la paura della morte, che genera desiderio di possesso. E che i figli che crescono sono la prova inconfutabile che il nostro tempo ha una fine, che né le cose, né i figli ti appartengono, e che nulla, su questa terra ti appartiene.
E che infine, in questo eraclideo fiume che scorre, tutti i sassi sono lisci, non puoi aggrapparti a nulla, per evitare che ti trascini via.
Devi abbandonarti, lasciarti andare, il controllo è un illusione, e alla fine del fiume, Dio, come un Grande Mare, ti accoglie.
L’ultimo vestito non ha tasche, ha detto mia nonna, e della sua vita non ha tenuto davvero nulla per sé.
E se smetto di raccontarmi bugie, lo so, che tutta la vita trascorsa fino ad ora, soprattutto da quel non molto lontano 20 settembre 2003, abbiamo vissuto tutto in pienezza, con intensità, ogni momento, basta ricordare per davvero, senza bisogno di filmini o fotografie.  
Mi basta rileggere il blog, e tutto torna alla mente, e so.
So che il passato ci appartiene anche se non possiamo “consumarlo” di nuovo. Che il passato non torna, ma ci consola.
La mia Tata di quando ero piccola, ora nella vecchiaia, con tante sofferenze fisiche ma soprattutto morali, dice:- io ripenso alle passeggiate in montagna con voi piccoli, quando andavamo a raccogliere le ortiche per fare le tagliatelle, alle settimane passate al Solimei, al le tavolate grandi nel giardino, ai pomeriggi passati a rammendare con la nonna Anny, e godo del goduto.-
Quanta umiltà ci vuole per abbandonarsi alla vecchiaia e alla gratitudine per la gioia e gli affetti vissuti?
Poi ripenso ai miei nonni, Cià e Anny, alla loro vita piena, allegra, affollata di amicizie e incontri autentici, nonostante l’età avanzata, alla loro accoglienza, alla capacità di rallegrarsi per le piccole cose, al loro amore coniugale. E mi dico, no, il miglior tempo non è trascorso solo perché sentiamo passare la gioventù. Questo è un mito odierno, quello dell’efficientismo, della volontà di vivere una eterna giovinezza emotiva oltre che fisica che ci illude che nulla sia irrevocabile.
Noi non abbiamo lasciato trascorrere la vita senza accorgerci di essere felici, abbiamo vissuto con pienezza e ancora ci resta tanto da scoprire, riguardo al nostro amore coniugale, ai nostri figli che impariamo faticosamente a conoscere ogni giorno, alla nostra personalità, alle sfide che ci troveremo a dovere sopportare.
Certo, dovrò smettere di ascoltare certe canzoni di Degregori e De Andrè, questo è certo.


Porcavacca.

21 agosto 2015

La gita in montagna

Eravamo partiti con una promessa a noi stessi. Almeno una gita seria, l’avremmo fatta.
Si intende per gita seria una camminata superiore a due ore (passo Catwoman) con dislivello superiore a quello che c’è nel piatto doccia, zaini con panini, cioccolata corroborante, pedule, raggiungimento di baita spartana e rustica. In 9 giorni di montagna, siamo riusciti a progettare una gita al Peller, un monte che ho sempre visto dalla finestra fin da bambina, convinta che fosse un vulcano spento per la sua forma particolare, con una specie di affossamento in cima. Abbiamo puntato la sveglia alle 06.30. L’abbiamo lasciata suonare fino alle 8.15, ci siamo equipaggiati, lasciando la zavorra dalla nonna, ovvero superMario, altrimenti detto culoDiPimbo per la sua propensione sportiva alla camminata. Abbiamo raggiunto in macchina il punto di partenza, mentre il sole festeggiava con noi il nostro sforzo di volontà. Un sentiero tra pascoli di velluto e nuvole sospese come mongolfiere lente, che sembrava di essere in un cartone di Miazaki. E fiori. E lamponi, in mezzo alle ortiche, che un po’ di dolore rende la conquista più buona, anche se insieme al lampone si mangia qualche formica.
Megamind che sale, quasi senza peso, silenzioso e a caccia di frutti di bosco, coleotteri blu, e altri tesori; le bambine entusiaste, felici, logorroiche.
-WonderWoman, adesso inizia un bella salita, devi stare un po’ zitta, che sennò non hai fiato-
Lei comincia a salire su un pendio un po’ ripido:- Non ce la faccio….-
Pausa. Fiatone.
-…a stare zitta!-
Poi hanno iniziato a passare le macchine. Prima una o due, il sentiero è largo, in certi punti l’anno orrendamente stuprato con del cemento.
Man mano che si avvicinava l’ora di pranzo, sembrava di essere sulla circonvallazione.
Ovviamente alla decima auto, CatWoman ha protestato:- Ma perché loro vanno in macchina e noi a piedi?-
La verità è che tutte queste persone che, spesso con maleducazione, coprendoci di polvere e senza rallentare ci costringevano ad appiattirci sui bordi del sentiero, non ci disturbavano solo. Non ci facevano solo respirare odiosi fumi. Non rallentavano soltanto il nostro cammino, facendoci fermare continuamente. Ci toglievano qualcosa. Ci defraudavano della nostra conquista sbattendoci in faccia la loro scorciatoia.
Certo, non ce l’ho con le specifiche persone che andavano a farsi derubare al rifugio trangugiando polenta e funghi, godendo di un panorama mozzafiato che non si erano guadagnati. Ma sto ai fatti.
Non c’è ormai una scorciatoia per tutto? La strada è sempre più spianata, ci disabituiamo a conquistarci le cose e, alla fine, le cose perdono sapore.
Prima ho provato con un approccio buonista.
-Ma no, bambini, sapete, magari sono persone anziane che vogliono fare una gita bella, ma non camminano….-
Poi ho visto le loro facce con un sopracciglio alzato, ed  è passata una golf coi freni a disco.
-Beh, loro non hanno mangiato lamponi, non hanno visto il coleottero blu che a papà fa così schifo, non hanno mangiato la cioccolata amara perché non avevano bisogno di prendere energia, non hanno assaggiato l’acqua gelata della fontana, arriveranno su, e non sarà niente di speciale, per loro, perché non hanno fatto alcuno sforzo per conquistarselo. E comunque, vi autorizzo a guardarli con disprezzo.-
Il Gmarito, più composto, in veste di bravo padre, mi correggeva dicendo:- Ma no, bambini, bisogna avere pena per queste persone, che non sanno apprezzare le montagne-
Per tutta risposta Megamind ha chiesto: -Mamma, guarda, va bene questa, come espressione di disprezzo?-
Quando siamo arrivati su, dopo una rampetta niente male, siamo arrivati, io ultima classificata, al rifugio, già zeppo di mangiatori a sbafo. Ma noi, ci siamo messi sulla panca di legno, verso la valle, ammirando lo pseudo vulcano, a mangiare panini, formaggio, salsiccia, cioccolata. Io, il Gmarito, Megamind e il vento abbiamo giocato una faticosa partita a Macchievelli -ha vinto il vento, naturalemente-mentre le bimbe si dedicavano alle relazioni pubbliche.
Credo che questa gita sia stata molto educativa, e che la Gfamily abbia imparato qualcosa, sul fatto che solo ciò per cui si paga un prezzo (in termini umani) acquista valore, acquista dignità, e infine bellezza.

E che i Trentini non sanno più cosa asfaltare.



31 luglio 2015

zolfanelli

Il mio carburante è avere un progetto. In assenza di un progetto divento la regina delle larve, divento l’alga mucillagine di Cesenatico, mi svuoto come un palloncino usato, sono fiacca come Panda allo zoo. Alla fine mi basta poco, fare una casetta di cartone con lo scatolone, disporre i fiori in un vaso, fare una torta, cambiare di posto ai mobili. Ma è come lo zolfanello della piccola fiammiferaia, un attimo di luce, tutto sembra trasformato, e poi si consuma e si ripiomba nell’inverno.
I bambini sono annoiati. I parchi sono impraticabili. Megamin ha passato l’età del parco, le femmine sembra che senza amichette non possano più vivere, ma ovviamente sono quasi tutti in vacanza, e poi quando le invito sperando che si autonomizzino, è tutto un: mamma posso dipingere? Mamma facciamo una torta? Mamma possiamo fare le pozioni magiche e gli esperimenti con cose che sporcano tutta la casa? Cose-insomma- che richiedono la mia presenza. Quando arrivo a casa, finchè sto in cucina a fare delle cose ordinarie e pallose da casalinga, va tutto bene. Appena mi siedo al computer, arrivano come api sul miele, o mosche sulla…, ahem.
-Mamma cosa fai? (cerco di evadere senza dovere scappare col primo treno, amore)
- Devo lavorare un po’-
Mamma posso guardare ?(no, perché tu guardi con le mani.)
-Si, ma non puoi guardare un bel film? Che ti annoi meno?-
-Mamma posso disegnare? ( se tocchi quella tavoletta grafica sei morto, quella tavoletta è il più bel regalo mai ricevuto in vita mia, quella tavoletta è come braccio, quella tavoletta è la mia Porta Blu)
-No, non puoi. Spostati che mi stai addosso-
- Mamma  facciamo un puzzle? (sono 5 anni che non fai un puzzle, sono 5 anni che ti prpongo un puzzle, basta, ormai i giochi intelligenti li abbiamo archiviati)
-Fai un puzzle ti, AMORE, che sei bravissima-
Mamma, adesso cosa fai? (Pensavo di imbavagliarti e metterti dello scotch da pacchi sulla bocca)
-Lavoro, cerco di lavorare, amore. Vai a fare un po’ di compiti, che sei indietrissimo.
-E questo pulsante, cos’è?-(e’ il pulsante che se lo tocchi dà una scarica elettrica a 2000 watt ai bambini molesti)
- Vai a giocare con l’Ipad, che questi pulsanti non si toccano.-
Alla fine ci rinuncio, vado a stirare. Vado a fare lavatrici. Tanto, se non c’è un PROGETTO vero, che mi legittima, che mi fa ardere, alla fine non ho la giusta resistenza alle avversità.
La chiamano RESILIENZA, (nuova parola di moda) che io pensavo fosse una caratteristica della carta igienica, invece pare sia capacità di affrontare le avversità. Sono come una carta igienica di pessima qualità, io, tipo quella solo a due veli.
Poi, un giorno, arriva un bel progetto, e allora è come l’anfetamina. Non importa cosa mi separa dalla mia postazione pc, fossero anche 12 lavatrici, il dentista al pomeriggio, giocare a nont’arrabbiare, tollero tutto sapendo che, una volta tutti a letto, o davanti alla Tv, potrò essere libera.
Allora-quando arriva il progetto non è più uno zolfanello, divento una torcia umana, nessun ostacolo si frapporrà tra me e quel pc.
Divento una madre orribile, dal mio punto di vista: (sì, amore, vai a guardare pure 5 ore di TV, sì amore, puoi dormire vestita, sì amore, mangia pure un gelato dopo che ti sei lavata i denti). Tutto, pur di lavorare al PROGETTO. Dal punto di vista dei bambini, non so semi vedono come una madre splendida. O schizofrenica.
Resisto come i rotoloni regina.
Ed ora ho un progetto.

Son tutti cacchi vostri.

30 luglio 2015

mete dell'estate n. 2: Sfruzbourg


L’altra meta dell’estate, era la seconda patria, ovvero Sfruzbourg, nella valle delle mele, un luogo deturistizzato e misconosciuto. Una casetta in un complesso con aspirazioni turistiche degli anni ‘80, una camera con due letti a castello +1, intorno prati d’erba spagna, il bosco, le montagne sullo sfondo. Unici posti proibiti, il garage e le case in costruzione, per il resto, pure la strada era innocua, che passava forse una macchina al giorno, e giù da quella discesa d’asfalto scendevamo sullo skateboard o sul carretto di altri bambini sgrattuggiandoci le ginocchia. E l’abetone gigante aveva un ramo basso ad altezza bimbo, e tutti gli altri disposti a salire come una scala a chiocciola,  e mia madre a volte si affacciava alla finestra e trovava uno di noi quasi in cima, lo riconosceva dal Kway (quando il kway era solo una giacca a vento rossa o blu e non un capo d’alta moda di nylon da 400 euro) e credo perdesse 10 anni di vita.
Nelle case intorno c’erano ragazzini della nostra età. Ricordo corse e giochi nel campone di fronte a casa, ricordo l’addentrarsi nei rovi a prendere lamponi e scansare ortiche alte un metro e mezzo, la costruzione di archi, spade, armi con i rami di nocciolo, le passeggiate nel bosco con papà a prendere funghi sperando di vedere qualche gnomo, e poi ogni tanto il caminetto acceso perché da giungo ad agosto capitavano pure giornate fredde, che oggi tutti i giornali scriverebbero allarmati che sta arrivando la seconda glaciazione. Nei miei ricordi, tornavamo a casa solo per mangiare e lavarci alla sera, nel primo pomeriggio era gradito che stessimo fuori dai piedi fino alle 16,30, credo sia per questo motivo che i miei hanno acquistato una depandance sottoforma di taverna, dove noi potessimo fare (o fingere di fare) i compiti, giocare a non t’arrabbiare e arrabbiarci, litigare o comunque fare rumore molesto.
Ricordo alla sera, che nostro papà ci raccontava storie inventate da lui davanti al caminetto, come una illustrazione di un libro dei fratelli Grimm, il Cavaliere senza ombra e altre storie che purtroppo non andate perdute nella notte dei tempi. Oppure puliva i funghi che aveva raccolto nel bosco-unica attività fisica cui si dedicava nostro padre contando anche la famosa gita alla Malga-sempre la stessa tutti gli anni, fatta per puro senso del dovere, che in tre mesi di montagna almeno un picnic alla fine di una salita, bisogna farlo. Ci faceva vedere i porcini, e quel fungo che se lo tagli diventa blu. Poi, quando eravamo tutti pigiamati e lavati ci dava un goccino di Cocacola in tre bicchierini blu di plastica (noi primi tre fratelli, nati vicini, che abbiamo gli stessi ricordi della prima infanzia). Si andava a dormire e si sognavano altre avventure il giorno dopo, si programmavano costruzioni di casette nel prato, raccolte di lamponi, furti di fragole dagli orti, nascondigli per Guardie e Ladri.
Di sicuro mi sarò annoiata, forse, qualche giorno, ma non ricordo la sofferenza della noia. Si dava la caccia alle cavallette nel prato, si andava da soli giù in paese a prendere il calippo al Bar al Pino, dove c’era una signora grassa e buonissima, il bar era sempre quasi vuoto a parte le mosche lente che non avevano imparato come uscire, e non c’era un vero confine tra il bar e il salotto di casa della signora, che abitava di sopra, dove c’erano pure delle camere in affitto. Con gli altri bambini che venivano in vacanza nelle case-da-turisti vicino alla nostra, si giocava, si litigava, si ingaggiavano guerre, gare, si consumavano tragedie e avventure.
A Sfruzbourg alla domenica io e mi sorella ci mettevamo il vestito tirolese, non so perché c’era sta moda, tra la generazione dei miei genitori, di vestire le figlie coi vestiti tirolesi appena salivano sopra il livello del mare. Secondo me è una cosa anni ’60. Fino ai 12 anni mi sentivo una principessa, dopo mi sentivo un po’ disadattata. Tipo una che si accorge di essere uscita di casa con le pantofole. Mia zia Fiore, sorella gemella di mia madre, era andata oltre e vestiva pure il maschio con i lederhosen, ma d’altra parte li ha vestiti da marinaretti fino a 15 anni. 
Ma ovviamente, visto che adesso sono io la madre, ripropino alle mi figlie i vestiti tirolesi, che-da madre- adoro. Uno l’ho pure fatto io, praticamente il prodotto della macchina da cucire che mi è riuscito meglio nella mia vita. A Mario imporrò sadicamente il ledehosen del cuginetto, fino a tre anni è consentito dalla legge.

Sfruzbourg è la nostra patria, la patria della nostra infanzia, ed ora quella dei nostri Fantastici, nonostante un po’ di cose siano cambiate, anche se preferisco non farne l’elenco, perché ora loro hanno i loro luoghi magici, i loro percorsi e storie da raccontare.

28 luglio 2015

la mia vita è un lego di cui ho perso le istruzioni



Un weekend come un altro è un weekend in cui quando suona la sveglia al sabato e mi chiedo dove sono e che giorno è e cosa diavolo ho fatto ieri sera, poi mi ricordo che ho invitato a cena degli amici che non vedevo da secoli, e non avrei fatto tardi se non fosse che poi mi sono messa a guardare faccialibro compulsivamente fino alle due perché non avevo più sonno anche se poi ho lasciato tutti i piatti da lavare perché ero così stanca. Mentre questi pensieri mi affollano la mente nello spazio che va dalle terza alla settima sveglia, e mi dico che da settembre finalmente non lavorerò più al sabato, striscio fino al bagno usando la memoria spaziale, che non riesco ad aprire neanche un occhio. Decido che no, non posso fare colazione in una cucina coi piatti da lavare nel lavello, sovvenendomi anche che non ho nemmeno messo in frigo gli avanzi di pollo, i quali mi guarderanno, unti e bisunti dalla padella, e mi diranno che i bambini africani intanto muoiono di fame.
Allora, in questo weekend-come-un-altro, mi consolo facendo colazione al bar, ma con parsimonia, senza godere troppo, perché è un bar dei cinesi. Poi vado al lavoro, percorrendo strade già calde e deserte, e quando timbro il cartellino mi accorgo che qualcosa non va, perché sono le 8.10, e al lavoro non c’è praticamente nessuno, e infatti il mio collega alla centrale radio mi fa notare che è festa, il santo patrono della ridente cittadina lombarda in cui vivo. Le scelte sono due. Tornare a letto, certa che basterebbe assumere una posizione orizzontale per addormentarmi come quelle bambole che chiudono gli occhi appena le sdrai, d’altra parte la fase del risveglio non è del tutto completata. Oppure assumere altra caffeina ed ottimizzare la giornata andando a fare la spesa.
Visto che so con certezza, in base alla legge della maternità, che se tornassi a dormire, troverei metà della famiglia già in piedi, opto per l’ottimizzazione forzata. D’altra parte io do il meglio solo se costretta dalle circostanze.  Quando torno a casa i Fantastici 4 sono felici della sorpresa, anche se il più felice di tutti è il gmarito, che si è risparmiato la sua mattinata di finto riposo con la prole. Nel weekend-come-un-altro c’è la passeggiata in centro, e la sosta obbligatoria alla Botega che i miei figli chiamano il bar della biblioteca, io e il gmarito ci prendiamo un caffè e i Fantastici corrono al piano di sotto dove ci sono i libri da bambini. No, non è la biblioteca, ma una libreria che rimane aperta grazie agli introiti della gfamily, praticamente. Anche perché non è ancora chiaro a tutti i Fantastici, che i libri che si vogliono portare a casa, vanno pagati, non essendo, appunto, la biblioteca. Ma il gmarito ha il debole per la carta stampata, e loro lo sanno benissimo che se gli chiedono di comprare una Barbie o una pistola, vengono sostanzialmente ignorati, o insultati,  ma se con occhi lacrimosi chiedono un libro (purchè non sia un pseudolibro di Violetta,  Fashion Moda, Winx, ed altro merchandising travestito da letteratura) il padre potrebbe avere dei cedimenti.
Ovviamente scendo anche io a guardare i libri per bambini, mentre il gmarito guarda libri di storia tedesca su Hitler, SS, dittature Comuniste o saggi sull’origine dell’universo. Ho visto un libro bellissimo che desidero spasmodicamente e che ho letto ai Fantastici, per educarli al bello.




(Cioè, cos’è di bello? Cos’è? UN CAPOLAVORO.)
Gli è piaciuto, ma l’educazione al bello deve essere perfezionata, perché dopo SuperMario voleva che comprassi un libretto di Masha e Orso, CatWoman mi propinava un libro su come diventare una principessa che contiene un tutù e una coroncina di plastica cinese, WonderWoman era propensa per una roba che si chiama Top Model.
-Possiamo, possiamo, possiamo?-
-Sì. Potete DESIDERARLI.- Ho risposto. Lo capiranno a  40anni che il bello della vita è desiderare e non avere, e che quando non si ha nulla da desiderare, è ora di lasciare questo mondo. Nel frattempo sono libere di odiarmi bonariamente. Al pomeriggio i Fantastici sono stati assorbiti dal LEGO, finalmente sono riuscita a convincere le bambine a distruggere le loro costruzioni lego Friends (che come dice Megamind sono solo casette, gelaterie, negozi di animali, villette borghesi, fari a strisce rosa e camper, e non hanno nemmeno tutti quei pezzi speciali utili a costruire ALMENO un robot) in modo da liberare la loro creatività. Ci vuole una buona dose di coraggio a distruggere la costruzione lego riportata sul foglietto. Così perfetta, così’ congrua, così in posa. Così in posa, che non ci si può giocare. I bambini (e poi gli adulti) si dividono in tre categorie. Quelli che disfano le costruzioni in lego, pur sapendo che, anche conservando le istruzioni, non riusciranno mai più a rifare la costruzione originaria, ma creeranno altre magnifiche e imperfette e mirabolanti invenzioni;, e storie, e mondi; quelli che costruiscono seguendo le istruzioni e poi mettono l’opera su una mensolina a prender polvere come una scultura di cristallo svarosky, e quelli che costruiscono, distruggono, creano qualcosa di nuovo, ma poi sono così precisi che non perdono nessun pezzettino e nemmno le istruzioni e riescono a RICOSTRUIRE esattamente l’opera originaria. Esistono, sono rari, ma esistono.
Insomma, dopo questa lezione di vita alle mie bambine, che le ha tenute occupate tutto il pomeriggio, il weekend-come-un-eltro è proseguito, è venuta la suocera, poi mia cognata, siamo passati alla cena e poi sono riuscita persino a trascinarmi fuori dopocena, che SuperMario sente la mancanza della bebidenz e vuole uscire tutte le sere a sentire la musica come in villaggio. In piazza c’era una brutta copia di FreddyMercury che cantava , e superMario ha deciso che farà il batterista.
Domenica siamo andati, insieme alla cognata che ci ha tenuto compagnia, sul lago, che non è il lago, ma è il Ticino, ma il gmarito allora fidanzato mi ha portato sempre a Sesto Calende facendomela passare per gita al lago, e da allora per me è andare al  lago, in fondo di acqua ce n’è. I Fantastici hanno giocato al parco giochi, e donato il congruo obolo alle zanzare di fiume.
E’ stato un bellissimo weekend-come-un-altro, che poi è evidente che i nostri weekend sono come le costruzioni di lego. Non ce n’è uno come un altro. E quando lo inizi, non sai cosa ne verrà fuori.


(si sappia che Megamind non vuole farsi fotografare, è questo il motivo per cui no c'è quasi mai nelle foto. Non perchè è il figlio disdegnato)

22 luglio 2015

Le mete delle vacanze: Il Solimei


Cosa facevo io d’estate. Io e i miei fratelli eravamo molto fortunati, perché stavamo via tutta l’estate. Quando finiva la scuola ricordo che a casa c’era un fermento operoso, perché chiudere casa per tre mesi era un affare serio. Non so bene cosa facesse mia madre, ma la ricordo in preda all’operosità casalinga senza fine, assieme alla mia tata, che sembrava si preparassero all’invasione della Polonia. Anche ora, che sono (pressochè?) adulta e anche madre e anche potenzialmente casalinga, non riesco ad immaginare cosa facessero tutto il giorno, per almeno una o due settimane, (e questo dovrebbe forse farmi porre delle domande). Cioè, a parte le valige. Comunque a noi bambini questa cosa ci sfiorava appena. Ricordo che mi mettevo in costume e fingevo di nuotare strisciando sul pavimento di marmo, come fanno i gatti quando hanno caldo. Ricordo che alla mattina mi svegliavo nel caldo e nella luce con le finestre spalancate e pregustavo il vuoto di una giornata senza doveri, come solo i bambini possono avere.
Poi si partiva. E le mete erano tre.
Meta numero uno.

La casa di campagna dei nonni era meta ambitissima da noi bambini, perché là c’era l’immensità della campagna, la camera con 4 letti a castello rossi in cui dormire assieme ai cugini, la libertà, il controllo parentale assai allentato, il mistero di una villa antichissima forse popolata dai fantasmi, giochi da inventare, favole da raccontarsi, mondi da immaginare, le biciclette, la fattoria “Mammi” dove andare a comprare il latte (che bisognava bollire e poi togliere la panna) e le uova, ma soprattutto a vedere gli animali e se eri fortunato c’erano anche i cuccioli appena nati di qualche mucca o maiale o cane o gatto. Della Campagna ricordo le nottate tra cugini e il vasino da notte perché era troppo buio per attraversare l’enorme loggia buissima in cui aleggiava il fantasma del Conte Solimei. 
Il vaso da notte si rovesciava puntualmente o qualcuno ci metteva il piede dentro per sbaglio, creando tutta una mitologia infantile che accomuna tutti noi cugini in un lessico famigliare indissolubile. Prima di crollare nel sonno si faceva un gran casino, si raccontavano storie di paura, si dava la caccia al grillo entrato in camera che non faceva dormire, una notte era pure entrato un pipistrello, e c’era sempre quell’odore di zampirone, che non so come non siam morti intossicati, ma era un odore bellissimo. Ricordo le biciclette, un numero imprecisato un po’ di tutte le misure, che ci passavamo a seconda dell’età, ma ne mancava sempre una, quindi c’era per l’ultimo cugino di turno, il mezzo di locomozione sfigato che era un lentissimo monopattino con cui il cugino arrancava lentissimo dietro gli altri, spingendosi con il piede forsennatamente e gridando all’ingiustizia. 
Poi intorno alla casa, nell’immenso parco, c’erano i vari mondi. Diversi, ognuno con la sua luce e con la sua favola da raccontare e la sua avventura da vivere. 
Ricordo la chiesetta, ovvero la cappella privata della villa, quasi sempre chiusa, e dalle cui finestre si spiava dentro e si vedevano paurose effigi e statue buie e arredi di legno scuro, e puzza di muffa e mistero. Dietro la chiesetta, un fico su cui una volta c’era un serpente giallissimo, che ricordava tanto una illustrazione di Adamo ed Eva. Dietro la chiesetta, un campo di grano, IL campo di grano per antonomasia, dorato, giallo perfetto, e dietro ancora, il cielo azzurro, perché eravamo nella bassa modenese, quindi era tutto piatto a perdita d’occhio, e lì capivi come per secoli il mondo poteva davvero essere stato piatto e infinito come la pianura padana. Nel parco c’era un inquietante laghetto artificiale, in mezzo al boschetto, e dentro ci tocciavano  i rami di un salice piangente che a noi bambini sembrava tristissimo per davvero, e tutto intorno c’erano le famose sabbie mobili che inzaccheravano le gambe fino alle ginocchia, e se t’impantanavi e sopravvivevi, dovevi fare i conti con le mamme. Nei periodi di siccità si formava l’isola, e sull’isola ci andavano solo i cugini grandi ovvero mio fratello Giacca e Mattia il Gigante che beveva sempre latte anche al posto dell’acqua. Il laghetto era l’incubo dei genitori, che avevano paura che affogassimo, quindi si era formata tutta un clima di terrore per cui ci si avvicinava solo di nascosto, e comunque sabbie mobili e salice piangente lo avevano fatto diventare la palude della tristezza della Storia Infinita, quindi ci si avvicinava cautamente. Vicino al laghetto c’era l’altalena, perché non c’è infanzia senza altalena, e non c’è infanzia senza i turni, litigi e guerre, per salire sull’altalena. Poi c’erano le stalle. La villa era del ‘700,  con una loggia centrale per far entrare le carrozze, ed una stalla interna per i cavalli. La stalla vecchia era buia, c’era odore di aceto perché c’erano tante bottiglie con le paurosissime madri che facevano l’aceto di vino, e qualche volta noi bambini toglievamo il cappuccio fatto di carta di giornale e infilavamo il dito per assaggiare l’aceto che era un po’ come ubriacarsi col vino rosso. Ci stavano, un po’ accatastate e ingarbugliate tra loro le bici, la pompa e le camere d’aria di ricambio o da aggiustare. C’era l’asse da stiro perché faceva fresco e lì ci si poteva stirare, e c’erano miriadi di attrezzi e oggetti polverosi e sconosciuti, e ogni volta che entravi dovevi stare attento. Poi c’era la stalla nuova, un edificio staccato dalla casa, dietro a dei cipressi  e superato l’albero su cui era stata costruita la casetta sull’albero che però poteva andarci solo il cucino grande perché era pericoloso. Nella stalla nuova c’era più luce, c’era il lavatoio e forse la lavatrice, non ricordo perché a noi bimbi le faccende domestiche non ci tangevano. Ricordo che spesso entravano le libellule giganti e poi battevano sui vetri per uscire. Dietro alla stalla nuova c’era la ghiaia, ovvero un mucchio di ciottoli che non ho mai capito perché fossero lì, ma ci avevano detto che erano molto preziosi, quindi non si potevano spargere in giro, e dunque diventavano molto interessanti ai nostro occhi, e ovviamente li spargevamo in giro. 
Lì accanto c’era la buca della sabbia e la carriola arrugginita. E poi c’era la legnaia, dove ci nascevano sempre i gattini, che, per quanto ne sapevamo, venivano generati spontaneamente dalla legna , e spasimavamo per prenderne uno, ma non c’era verso. Ricordo il bosco di noccioli (poteva essere un bosco solo per noi nani) dove ci mangiavamo chili di nocciole ancora verdi schiacciate sui sassi, e i gelsi piangenti, che erano in realtà dei tepee indiani dentro cui noi femmine ci rifugiavamo e mangiavamo le more di gelso, anche quelle ancora bianche e aspre, e ci sporcavamo la maglietta “con le more che non vengono più via”. Davanti alla casa, sotto la finestra della cucina, era cresciuto un albicocco, famoso perché si raccontava che fosse nato perché la mia mamma da bambina aveva buttato dei noccioli di albicocche dalla finestra. Poi c’era il mondo vicino alla botte e al carro, lungo uno dei fianchi della casa. C’era un grande botte di legno, sicuramente preistorica e un antico carro di legno, su cui si poteva salire solo col permesso, e a fianco un prato grande e incolto con l’erba alta che se ti sdraiavi non ti vedeva nessuno, e dietro quel campo tramontava sempre il sole, quindi era a occidente. Poi c’erano i pioppi cipressini, uno a destra e uno a sinistra del cancello di ferro battuto all’ingresso della villa, ed erano i guardiano della casa, quello più basso era la nonna, quello più alto il nonno. Da lì, partiva il viale di ghiaia bianca (il viale magico che conduceva al nostro mondo magico) delimitato dalle siepi di bosso (quell’odore non si scorda mai) in cui c’erano i nidi di ragni tigre, a righe gialle e nere. Dell’interno della casa ricordo la grande sala, col pianoforte a coda ma senza corde che le avevano rubate i tedeschi durante la guerra, la stanza del camino in cui molto raramente si vedeva un po’ di tv  con una brionvega rossa in bianco e nero, ricordo numerose stanze da letto e lo studio del nonno, in cui a volte ci faceva vedere dei filmini dei Tom e jerry con Super8, era come andare al cinema e si sentiva quel rumore della pellicola che scorre e a volte si ferma. Ricordo la cucina spartana con vecchie pentole di alluminio, e dietro la cucina, la porta quasi come nascosta, come un passaggio segreto, che portava alla stanza da letto della zia Matilde, la sorella di mia nonna, che era sempre un po’ triste. E poi c’era la soffitta, la terribile, affascinante, misteriosa, buia soffitta piena di tesori e dove ci aveva fatto il nido la civetta. Lì tutto era spettrale, la lampadina, sarà stata da 5 watt come le lucine dei cimiteri, chissà poi perché, cosicchè tutto lì dentro faceva paura, dunque era fichissimo. Ci si saliva per una scaletta stretta e oscura, e dovevi farlo di nascosto, che lì c’erano anche cose preziose, o pericolose, o sicuramente segrete.


 Il Solimei, questa era la nostra Isola Che Non c’è, e noi eravamo sia i bimbi sperduti che piterpan, e prendevamo tutti la pastiglia per restare sempre bambini, e cioè la mollica di pane impastata con lo zucchero a velo, ridotta a piccole palline appiccicaticce. Se dovessi far coincidere la fine dell’infanzia più spensierata e magica, direi sicuramente quando i miei nonni hanno venduto il Solimei, io avevo 11 anni.
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