21 dicembre 2015

novità in famiglia

Dialoghi che avvengono solo nella mia testa. Al telefono.

Prova uno.

-Ciao mamma. Tutto bene. Sai che abbiamo preso due gatti? No, non è uno scherzo. Mamma? Mamma? Hai messo giù? Ci sei? Sento rantolare!-

Prova due.

-Ciao mamma. Sai, abbiamo due gatti. Sì, due. Sai, l’ho pensato per le bamb… Sì, lo so non sei d’accordo. Sì, lo so, non te li porto a casa. Si, lo so, graffieranno il divano. Anche le sedie. Si lo so, i peli.  …Perché dovrebbero vomitare ovunque? Perché precipitare dalla finestra? Perché dovrebbero pisciare sul letto? No, la cacca la fanno nella cassetta, non la faranno sul pavimento. Nemmeno sul tappeto. Non ho teppeti, mamma. Non accecheranno i bambini graffiandoli nei bulbi oculari. No, mamma i gatti non hanno la rabbia, non portano neanche la lectospirosi. Non mi verrà un esaurimento, e non mi dovranno ricoverare, te lo prometto. Sì, mamma, me lo hai già detto. Non sei d’accordo. Neanche papà. Ho 38 anni, mamma.-

Prova tre.

-Ciao mamma. Sai la novità? Babbo Natale ha portato due gatti alla bambine. Sì, Babbo Natale. Sì, due gatti. Veri. Nel senso di vivi, si. Mamma, scusa, mica posso METTERMI CONTRO BABBO NATALE!-

Prova quattro

-Ciao, mamma. Devo dirti una cosa. Sì, sì, è una cosa bella. Una novità….Mamma ci sei? Dunque, sai, la nostra famiglia è aumentata. Adesso siamo in otto… No, aspetta, Mamma. Non gridare.. Intendo che abbiamo due gatti. Sì, Mamma, sì. Grazie a Dio intendo due gatti. Riprenditi. Lo so, ho avuto una ottima idea. Sono molto responsabile. Anche io penso che sarà una ottima occasione di crescita per i bambini. Grazie, mamma, sapevo che avresti capito.-

Ok. Con l’opzione quattro rischio di restare orfana di madre.

Ho ancora due giorni. Mi sento già un po’ sadica…

4 dicembre 2015

Nel frattempo i maschi.


SuperMario è robusto E’ macho. Lui a tavola s’alza la maglietta, si gratta l’ombelico e chiede:- e adesso cosa si mangia?-
Lui viene alla mia postazione pc, dopo 8 nanosecondi che mi sono seduta e acceso il portatile, ovvero 25 minuti prima che l’aggeggio sia operativo, e mi dice:- Mamma. Perché sei qui. Devi essere in cucina.-
Lui cresce, e io gli metto il pigiamino intero di ciniglia a righe illudendomi che sia ancora un piccolissimo, ma gli si è scucito al cavallo, mi sa che taglia 4 anni non esista.
Lui guarda Masha e Orso fino alla nausea, canta in russo, e si giustifica dicendo che sì, è vero, nel cartone c’è una bambina, ma è l’orso quello che conta.
Lui canta. Senza fare sul serio (è una canzone). Ti viglio bene (Vasco). Kung Fu Fighting. She moves. Il cowboy Arturo. (Sappiate che l’Indiano Bello, nella versione XXI secolo, non ha più il chiodo nel cervello. Cruento e vagamente razzista. Ha la PENNA SUL CAPPELLO.)
Lui suona, qualsiasi cosa.
Getta, qualsiasi cosa. Ama le macchine, non ha pazienza per i LEGO, adora andare a scuola perché il suo lavoro, è andare a scuola (modalità lavaggio del cervello eseguita con successo).
Megamind ha la sua scrivania. Ottimo affare Amazon, splendida occasione di attività maschile padre figlio come nei migliori manuali del bravo genitore, un sabato pomeriggio l’hanno montata loro due.
Ora lui si chiude tutto il pomeriggio nella sua tana, a studiare. O suonare la chitarra. Per ora il trip del disegno è passato di moda.
Megamind è una spugna Veleda. Lui assorbe ogni cosa. Ma mantiene la sua forma. (per ora il super io fa il suo dovere).
Lui si alza alla mattina alle 06.32, ovvero 20 minuti prima della sottoscritta, nonostante la mia sveglia inizi a suonare 40’prima. Si scalda il latte, si chiude in cucina, sfoglia il giornale.
(Cioè immaginate cosa prova una madre, che entra in cucina spettinata e rincoglionita, dopo circa 7 sveglie ignorate, il trucco da fare ancora,cronicamente in ritardo, e trova il figlio di 11 anni, perfettamente vestito, che sorseggia il latte e cacao leggendo l’inserto del Sole24ore.)
Quando gli ho detto che sua sorella maggiore fa molta fatica a studiare, che non riesce a memorizzare, non ha metodo, e io dovrò aiutarla, lui la sera stessa, se l’è presa in camera, le ha fatto uno schemino riassuntivo di studio sugli Ittiti comprensivo di disegni divertenti che la aiutassero a ricordare.  Lui non rimane mai indifferente.
A volte ho il sospetto che sia lui a proteggermi, visto che sono un POCHINO ansiosa.
-Mamma, va tutto bene, Tuuuuuutto ok. Non devo dirti niente.- Mi dice alla venticinquesima volta che entro in camera per chiedergli com’è andata/come va/cosa devi dirmi/c’è qualcosa che devi dirmi/ma sei sicuro che non mi devi parlare/ma sei sicuro che è tutto ok, hai fame?
Non so quanto durerà. Per questo devo ricordarmelo bene.

E cercare di svegliarmi al mattino. Forse se punto la (prima) sveglia alle 5.20…

3 dicembre 2015

giorno zero e giorno uno


Giorno zero

Mentre meditavo un modo degno per mandare a quel paese la Dott.ssa OrsoSpezzindue, mi sono attivata, ho cambiato Ospedale, passando ad un luogo esattamente agli antipodi di quello precedente. 
Colori, sorrisi, informazioni, conoscenze di psicologia infantile, ambulatori con posti a sedere per tutti.
Alla fine il risultato è stato scoprire che le due sorelle son proprio sorelle, e quindi sordastre tutte e due, che vuol dire che porteranno entrambe un bell’apparecchietto acustico che costa come due motorini.
Mentre la dottoressa emanava la sentenza, WonderWoman, che non se l’aspettava, ha iniziato a piangere.
La mia tattica di consolazione basata su considerazioni razionali e di buonsesno, è stata inutile.
-Ma io non voglio essere diversa dai miei compagni! -
CatWoman, che non si è per nulla turbata per la protesi acustica, l’ha guardata distrattamente e le ha detto:- Perché? E’ BELLISSIMO essere diversa dai compagni-
La dottoressa, che è un genio, le ha detto la frase definitiva: -Ma sai, che ci sono le COVER? E puoi cambiare colore intonando l’apparecchio alle scarpe?-
WonderWoman ha alzato lo sguardo lacrimoso e la dottoressa le ha porto una scatola con apparecchietti acustici così colorati e metallizzati che sembrava una scatola di Lindt. WonderWoman si è consolata all’istante, ha scelto il rosa antico perla, e ha messo in lista 3 cover fantasia.
Poi attenzione, nel kit “sento meglio” c’è anche il Roger. Il Roger è una trasmittente a forma di penna,(che costa come una Montblanc) che l’insegnate si appunta all’abito quando spiega. L’aggeggio (disponibile purtroppo in soli tre colori e nessuno comprendente il fucsia) trasmette la voce direttamente in FM all’apparecchio acustico, eliminando qualsiasi alibi di disattenzione (ed eliminando il rumore di sottofondo che crea disturbo). Il marchingegno si può collegare anche al telefono, alla tv, allo stereo. Vedrò se riesco a collegarlo anche alla sveglia. Tutto questo popò di tecnologia esclusiva ha ringalluzzito le fanciulle, che naturalmente avranno una penna a testa.
WonderWoman ne ha colto subito gli indiscutibili vantaggi:- Ma mamma, pensa! se la maestra per esempio esce un attimo dalla classe per parlare con un’altra maestra di cose segrete, e NON si toglie la penna….io sento tutto!-
Per mercoledì WonderWoman ha indetto una conferenza stampa interclasse.
CatWoman sta studiando come connettersi all’Ipad, al pc, allo stereo e magari anche alla NASA.
Poi abbiamo ritirato gli aggeggi, svuotato il conto corrente, per poi tornare all’Ospedale e regolare le orecchie bioniche. L’avventura comincia.

Giorno 1
Presto l’Ospedale di Varese sarà un luogo famigliare. Le sorelle sono entrate in ambulatorio per la regolazione.
Quando mi hanno chiamata, ho trovato CatWoman e WonderWoman con gli occhi spalancati, sorrisi spalancati, e una stupefazione spalancata dipinta sui musetti.
-Mamma, sento la carta che si muove!-
-Senti, CatWoman, senti il rumore dei vestiti? Senti il rumore dell’acqua?Dei respiri?-
Mi sarei messa a piangere. (in effetti l’ho fatto, di nascosto)
Hanno imparato a metterli e toglierli da sole, a cambiare le pile, ad agganciarli con una speciale catenella agli abiti, insomma sono già autonome più che sul vestirsi o il cambio delle mutande mattutino. A scuola sono state circondate da compagni incuriositi con i quali si sono molto vantate e hanno avuto il loro momento di notorietà grazie alla famosa conferenza stampa a tutta la classe.
Hanno avuto la un poco sadica soddisfazione di potermi dire per tutto il pomeriggio:- Mamma, non urlare, che non sono mica sorda!-
Ieri sera quando hanno tolto le chioccioline CatWoman mi guarda stupefatta: -MAMMA, QUANDO ME LO TOLGO MI SEMBRA DI ESSERE SORDA!-

L’elemento novità è decisivo, so che ci saranno momenti duri, anzi, so che devo dire di sapere che ci saranno momenti duri-come una madre responsabile ed emotivamente stabile- in realtà non ci penso. Per ora. Miro a prendere quello che c’è di buono oggi, anzi nella prossima mezz’ora.

17 novembre 2015

aggiornamenti belli in salsa agrodolce

Catwoman dunque porterà due apparecchi acustici.
Ha scelto un colore sobrio. Viola e fuscia. 
Il signore della fabbrica degli apparecchi acustici è stato molto gentile. Una persona gentile che è stata il nostro balsamo, dopo l’approccio con la dottoressa dell’Ospedale che era praticamente da Signorina Spezzaindue visualizzate: quella di Roald Dahl, illustrata da Quentin Blake nel suo celebre capolavoro Matilda).


La dottoressa OrsoSpezzindue all’età di 8 anni si è estirpata il cuore con il coltello da pesce e se l’è mangiato fritto in padella, per una colazione da campioni.
Perché, non facendoci mancare niente, anche Wonderwoman è sordastra, meno, ma sempre sordastra. E la Dottoressa OrsoSpezzindue non solo ha messo alla gogna la loro madre snaturata (che sarei io) con parole piene di rimprovero maltrattenuto e frasi scandite lentamente come se avessi un lieve ritardo mentale, ma si è approcciata alle bambine come un ufficiale con le sue reclute (apocalipse now?), apostrofandole con la parola “giovanotte”. E riuscendo, nel corso della visita, a fare molte cose contemporaneamente: parlarmi con parole semplici e ben scandite (come se fossi una ragazza madre di 14 anni, abusata e zingara), dare delle maleducate alle bimbe (come se fossero piccole ladre figlie di zingari che progettano di rubare il suo aggeggio per guardare nelle orecchie e lordare le sue sedie con i loro piccoli piedi puzzolenti), omettere di darmi qualsivoglia informazione medica che la mia povera mente di ragazza non scolarizzata non potrebbe capire, rispondere in maniera visibilmente seccata ma con un grande visibile sforzo di pazienza, alle mie inutili domande.
Ha detto le seguenti frasi, con tono basso, con parole scandite, e insofferenza trattenuta, e labbra all’ingiù (presente Disgusto?) nell’ordine:
- non toccare
- lì,no
- qui, no
- alza la voce, giovanotta!!!
- apri apri apri! Giovanotta!
- puoi sederti lì, ma non devi stare in mezzo, perché io devo muovermi
- e giù i piedi dalla sedia, che io la maleducazione non la sopporto! (quest’ultimo, a chiosa della visita, diretto a Catwoman che piangeva accoccolata sulla sedia)
Ho il privilegio di manifestare apertamente il mio disprezzo per questa persona, perché sono sollevata da un grande peso. Cioè che-grazie agli ultimi esami effettuati- si escludono altre indagini mediche potenzialmente molto preoccupanti.
Consiglierei alla dottoressa OrsoSpezzindue o un trapianto di cuore (umano), oppure di farsi trasferire da un reparto pediatrico (in cui, vorrei informarla, quelli che visita non sono piccoli nani dispettosi-e sordi-ma bambini) ad un reparto di rianimazione, in cui i pazienti sono più pazienti e –loro malgrado-fermi e zitti.

Grazie.

4 novembre 2015

La malattia e il mistero

Dedico questa poesia ad una persona molto malata, ed al mistero con cui, suo malgrado, illumina le nostre vite.

Quelli che vengono
stanno alla tua porta
e bussano.
Il tuo nome, allora,
è la chiave dorata.
Non può essere inutile suono muto.
Il tuo nome è la tua anima intatta.
E non è concesso
smettere di bussare.
Smettere di chiamare.
Chiamano i volti, dalle fotografie.
Chiamano i fiori senza profumo, dal vaso.
Chiamano gli oggetti, raccontando storie segrete.
E tu ci sei.
Ti affacci soltanto, talvolta,
come alle finestre di grandi stanze sconosciute.
Come una falena ti lasci incantare
Alla luce di un volto sacro.
Ci sei in un modo,
che esige soltanto

di essere amato.

29 ottobre 2015

Catwoman nel mio cuore


Catwoman è selvaggia.
Non ascolta. Non risponde.
I capelli sono sempre aggrovigliati-sono tantissimi.
Non si può pettinare, la treccia è una tortura, la fascia per capelli diventa una benda da pirata, o un collarino, la coda è una operazione chirurgica.
Catwoman è come un cespuglio di rovi, ma con more dolcissime. Molto in fondo tra le spine. Ma sono io la mamma, io che devo metterci le mani.
Caparbia, testarda, razionale, siderale, che non ammette errori. Nemmeno i suoi.
Matematica.
Che quando le devi far finire la frase: “cosa fanno le stelle?” lei non risponde “brillano”, ma “si consumano”.
Catwoman che vuole l’arcobaleno, esige l’armonia, la gentilezza, parole sussurrate e richieste supplicate, non vuole sentire urli e sgridate, a nessuno.
Catwoman che quando si arrabbia diventa indomabile, inafferrabile, e si trasforma in un groviglio di rabbia, calci, urla, con i capelli che le coprono tutta la faccia, come il cugino Hit.
E poi, ti guarda con quello sguardo truce, come Mercoledì.
Che non ha il senso dell’umorismo, e inventa barzellette che sembrano i testi dei problemi di matematica.
Catwoman che vuole essere piccola. Piccolissima. Accudita.
Che non mangia, che non le piace niente, che se c’è il suo piatto preferito non ha fame, che si nutrirebbe di nutella, formaggini, carne in scatola (quella che uccide), omogeneizzati di frutta, e panna liquida.
Catwoman che ama le bustine, le scatoline, i software, la colla pritt (che talvolta mangia), le cose col marchio esselunga.
Che è una potenziale accumulatrice seriale di cianfrusaglie, scontrini, pubblicità di parrucchieri cinesi (gmarito, è colpa tua).
Catwoman che non ci sente bene, che il dottore le ha detto che dovrà portare l’apparecchio acustico da tutte e due le orecchie.
Lei ne è felice.
Si sente speciale. Lo dice a tutti.
-mamma, così se non ho voglia di sentire qualcuno che mi dà fastidio abbasso il volume-
Io, che sto lottando con un colossale senso di colpa e rileggendo tutto il mio rapporto con lei in un'altra chiave, che sono angosciata per ulteriori accertamenti che si rendono obbligatori e potenzialmente preoccupanti, che non mi capacito di come una madre decente possa non accorgersene prima, riesco a sorriderle e a dirle:- Ottima idea!-

(Poi mi nascondo sotto le coperte e mi sfracello di pianto).

23 ottobre 2015

la preghiera della mamma (e del papà)

#noncirestachepregare
La prima preghiera con l'hashtag  nel titolo

Dio Padre,

Benedici questa famiglia, questa tavola e tutte le sue sedie.

Benedici il mio umore perché splenda il sole in tutta la casa.

Benedici il disordine 
per ricordarmi che prima vengono le persone,
e poi le cose.

Benedici le tazze nel lavandino,
e ogni giorno appena iniziato.

Benedici i capricci,
per insegnarmi che la pazienza è amore.

Benedici gli imprevisti,
perché io impari che il tempo non è mio.

Benedici le briciole sul pavimento,
per ricordarmi che non ci manca il pane.

Benedici i letti sfatti,
perché abbiamo un luogo in cui posare il capo.

Benedici le cose dimenticate, perdute e rotte,
perché l’unica cosa che non andrà mai perduta

è l’amore donato.



Birds in Tree by Lynne Alexander

21 ottobre 2015

Che la forza sia con me

Con l’inizio dell’autunno, è cambiato qualcosa. Cioè, oltre i miei orari di lavoro, il mio peso, le scuole dei bambini, il menu famigliare, gli occhiali del Gmarito. Dire che ho avuto una illuminazione è inquietante, perfino per me stessa. E’ una termine che evoca qualcosa tra il Newage (ma si usa ancora dire newage?) e l’apparizione della madonna nella macchia di muffa sul soffitto.
Un giorno scriverò quel post. Quel post in cui, per usare un'altra espressione, racconto come ogni cosa sia stata illuminata. Come tutto mi sia diventato chiaro.
Le prime settimane è stato bellissimo, perché mi è sembrato tutto incredibilmente semplice, e che per ogni cosa ci fosse una sola risposta, e quindi tutto l’affannarsi fosse semplicemente inutile.
Da quel momento c’è stata la consapevolezza, e quando c’è la consapevolezza, non ci sono più scuse. Non basta pensare un cambiamento, bisogna desiderarlo, e viverlo.
E da qui partono i cavoli amari, amarissimi, perché c’è sempre quella resistenza dentro di noi, il nostro ego, che stava meglio prima, quando tutto era molto buio, e confuso, non si vedeva una mazza, e se si inciampava tutto quel buio era un alibi perfetto. E d’altra parte quel buio non era vero buio.
Eravamo noi che tenevamo gli occhi chiusi, e ce la raccontavamo.
Ed è partita una dura lotta. La Hysterikmom con tre etti di prosciutto di Langhirano sugli occhi, contro la Hysterikmom che quel prosciutto di Langhirano se l’era magnato, e dunque finalmente ci vedeva bene (qualche diottria in meno ce l’ha lo stesso, ma ci si può lavorare).
E insomma, ad un tratto, l’Hysterikmom del Lato Oscuro stava prevalendo, e tutti in casa se n’erano accorti.
E  visto che Qualcuno, che non parlava proprio a vanvera, ha detto “Chiedete e vi sarà dato”, io ho chiesto. Ho chiesto una risposta, perché insomma, non puoi prima illuminarmi così, e poi lasciare che il (mio, comodo, confortevole) lato oscuro vinca.
Ed ecco che la risposta è arrivata. Avrei certo gradito una risposta su carta pergamena dagli arcangeli Michele, Gabriele, Raffaele, ma erano impegnati al Sinodo.
E’ arrivata attraverso la voce di una persona, ma lo si capisce subito, che è la risposta che hai chiesto.
Tutti questi sono finti problemi. Sono problemi di lusso. Metterti continuamente in discussione per ogni cosa che non va come vorresti è solo una perdita inutile di tempo che non porta a niente. (se non a guardarti l’ombelico-ndr). Accettalo, e comincia a sorridere.
Accettazione è stata la parola magica. La Forza è fluita dentro di me.
Fare, o non fare. Non c’è provare.(cit. YODA)

E così, con la mia spada laser rosa, ho tagliato la testa a DartHysterikmom.


16 ottobre 2015

voi, che pensate

Voi, che erroneamente pensate, avendo letto il mio saggio post precedente, che io abbia le risposte.
Voi, che pensate che solo perché ho 4 figli io sia una brava madre, e che sappia sempre cosa e come fare.
Voi, che pensate che io sia una persona equilibrata, che io sia come mia madre, sollecita e paziente e saggia ed amorevole, e composta, e controllata, e materna.
Sappiate che no, che su cento che ne faccio n’azzecco una, per grazie ricevuta. Ne faccio tesoro, dell’esperienza positiva, sperando di poterla spendere con tutti i figli, invece no.
Ogni figlio ha una valuta diversa, perché sennò sarebbe ben troppo facile. Quello che funziona con Megamind, a CatWoman, per citarla precisamente : non glie ne può fregare di meno.
Non è questo il post adatto a descrivere il carattere di CatWoman, perché nella mia pancia si agitano ancora le tre Erinni, e dunque non sono per nulla obbiettiva, né giusta, né saggia, nè materna.
La verità è che, essendo io l’adulta e lei la bambina, lo sbaglio è sempre comunque mio.
La mattina è il bacino di raccolta in cui, io e CatWoman, diamo il peggio di noi stesse.
Il peggio.
Solo che lei ha sette anni, e naturalmente io le sto rovinando ogni aspetto del carattere, l’autostima, l’educazione, i buoni sentimenti. Avete presente quei demenziali post che girano su Facebook s’intitolano “ ecco i dieci errori che distruggono la personalità dei nostri figli irrimediabilmente.” Ecco, io non li leggo, perché sono certa di farli tutti e dieci, e suggerirne anche 5 o 6 inediti.
In questo momento mi sento completamente fallita, ma non per l’amor proprio di non essere come mia mamma (dolce, paziente) ma per non sapere dominare me stessa anche quando so perfettamente e lucidamente che sto facendo del mio peggio, che dalla mia bocca sta uscendo tutto il decalogo del pessimo genitore.
Inutile, più vado avanti più capisco perché nelle favole le madri crepano sempre prima di rovinare i figli.
Questo post non ha lo scopo di autocommiserazione, né di farsi leccare le ferite da commenti rassicuranti, ma solo per dire:
Non mi propongo come esempio. Sono solo una che ci prova. Come si suol dire, navigando a vista e imbarcando acqua e facendosi scagazzare sulla testa dai gabbiani. E col mal di mare.

(se metto 50 centesimi nel salvadanaio delle parolacce, posso dirne una?)

15 ottobre 2015

dedicato a Lavandina, ovvero sgabuzzino con vista

C’è un momento della vita in cui non sei più padrona del tuo tempo, della tua doccia, del tuo corpo, del tuo momento relax in bagno, del tuo sonno.
Quel momento, è il momento in cui diventi madre. E all’inizio non te ne fai una ragione.
Pensi, ok, va bene, però, dev’esserci qualcosa che non va. Cioè, per un po’ va bene, ma non è che poi sarà sempre così.
Quando finiranno le coliche. Quando comincerà a camminare. Quando imparerà a parlare. Quando il suo sistema immunitario comincerà a funzionare. Quando andrà all’asilo.
Quando si sposerà.
Ecco, dunque.
Probabilmente quando avrà 18 anni non vorrà più entrare nel bagno quando devi fare la pipì, ma non cambierà di molto. Il fatto, cioè, è che sarai madre fino alla morte e una certa libertà per un periodo imprecisato di tempo (quantomeno quella di uscire di casa quando ne hai voglia o di improvvisare un caffè con una amica, o salire sul primo treno che passa…ahem…) verrà meno.
Una mamma già nonna una volta mi ha detto: quando sei mamma impari ad accettare dei limiti, perché o ti dibatti nell’insoddisfazione di ciò che vorresti fare e non puoi, oppure impari ad amare ciò che puoi fare. (Ecco perché le donne invecchiano meglio. Hanno già imparato che la felicità può esserci anche se c’hai l’anca sbilenca e fare una passeggiata sul lungo mare diventa più complicato di quando avevi 20anni)
In ogni caso, il momento critico è quando il bimbetto di turno è piccolo, e (solo il tuo) urla, si butta giù dal carrello della spesa, non vuole stare sul passeggino, non gioca mai da solo, vuole solo camminare, vuole solo gattonare sull’asfalto, dorme quando vorresti uscire e non dorme quando tu hai carenza di sonno da un mese.
Ricordo mesi di straniamento ed esasperazione, praticamente ero una una detenuta di Guantanamo.
Deprivata di sonno, privacy al gabinetto, possibilità di shopping e di tenere una conversazione sensata con una persona adulta.
Ora, dopo anni, posso dire come sono sopravvissuta.
(sì, si sopravvive. Dopo ci sono altre limitazioni, ma i diritti fondamentali della donna vengono rispettati.)
Questo post lo dedico a mia cognata Lavandina, mamma di BiancaNeveIndemoniata e a tutte le neomamme o alle mamme recidive, che non vedono la fine del tunnel.
La mia tecnica si basa sull’autoincentivo. Altrimenti detto contentino.
Situazione: Devi andare per forza in banca. Ti basta un’ora.
L’errore: Chiami la babysiter/nonna per un’ ora, esci di corsa, corri in banca, chiami la babysitter-nonna per avvertire che forse tarderai, senti in sottofondo urli disumani, torni a casa furibonda e ti accorgi di avere sbagliato a comunicare il numero di contocorrente.
Cosa fare invece: Chiami la babysitter-nonna per l’intera mattina o pomeriggio. La avverti che non sai quando (e SE?) tornerai. Vai a fare colazione al bar, cappuccio e brioche. Sbrighi le faccende in banca. Passi da Feltrinelli. Passi da Benetton. Chiami al telefono la tua migliore amica. Visto che si è fatta una certa ora, decidi che mangerai con lei al bar, torni a casa. Non importa cosa troverai, perché per qualche ora sarai stata qualcosa di diverso dalla mamma-con-macchie-di-rigurgito.
Situazione: La bimba dorme. Hai un ora e devi metterci dentro più cose che puoi. Lavare il pavimento, fare la doccia, lavorare, guardare la mail.
L’errore: Fai tutto in ordine sparso e approssimativamente. Appena messo via lo straccio, coi capelli ancora bagnati, il mostro si sveglia e tu aspiri alla fuga.
Cosa fare: dividi l’ora in due parti. Una parte di piacere a scelta (rivista, cazzeggio social, lettura libro, pulizia dell’argenteria -c’è chi si rilassa così, eh-). Una parte di corveè. Realistica però. O il pavimento. O rispondere alle mail. O pagare le bollette. Io scelgo prima il piacere poi le cose pallose, così quando il mostro si sveglia  ( e comunque aspetto 10 minuti ad accorrere) non mi dispiace così tanto quanto mi dispiacerebbe se stessi vedendo una puntata di True Detective.
Situazione: Non ne puoi più sono giorni che piove, vuoi uscire, ti basta il tragitto fino al lattaio, sei disposta pure a parlare del Campionato di Calcio con quel marpione del giornalaio pur di non sentire la sigla di Peppa Pig, ma il piccolo mostro (lo ami tanto, sì, ma ciò non cambia nulla) dopo dieci minuti sul passeggino si divincola e recita la parte di bambino disadattato o posseduto dal demonio.
L’errore. Stai in casa. Guardi il tuo pargoletto partorito con dolore con profondo risentimento. Poi ti senti in colpa. Poi ti senti profondamente infelice. Arriva a casa il marito e gli sputi in un occhio aggratis, appena entrato.
Cosa fare invece: Inutile lottare col destino, forse oggi non uscirai. Però puoi programmare un contentino per domani. Farai la cresta temporale al lavoro, uscirai un po’ prima al mattino o tornerai mezz’oretta dopo, finito il lavoro. E quel tempo rubato lo organizzerai al meglio. Intercetterai un amica con cui prendere il caffè, oppure ti fermerai a prendere quel paio di orecchini che hai visto 3 mesi fa, che magari nel frattempo sono in saldo. Ti fermi alla panetteria e te magni un bombolone. Una volta pianificato il tempo rubato, avendo una uscita di sicurezza mentale, eviterai il pericolo di abbandonare la tua creatura all’inedia.
E’ così che sono sopravvissuta, con scampoli di tempo, i quarti d’ora d’oro, o pregustando il momento in cui la prole dorme e posso guardarmi una puntata di una qualsiasi serie, approfittando del tragitto da casa al lavoro per un’evasione, progettando minifughe da Alcatraz armata di un piccolissimo cucchiaino.
Uno potrebbe dire: però, possibile che io debba rubare del tempo, che prima era tutto per me?
Sì, possibile. Però quel tempo rubato sarà preziosissimo, sarà di prima qualità.

E, anche se per un certo periodo sembrerà impossibile, quella stanza tutta per sé, che prima era un loculo, si trasformerà in uno sgabuzzino, poi in una cameretta con vista, poi in una veranda vetrata. 

13 ottobre 2015

leggins da struzzo

Constati che sei ingrassata.
In realtà un sospetto ce l’avevi già, perché non ti pesavi da tre settimane. Avevi mangiato dei kinder cereali con la scusa del calo degli zuccheri (altrimenti chiamata astinenza affettiva da shopping). Avevi mangiato formaggi stagionati.. Avevi finito gli avanzi di: merende, pastine al burro, uova sode, torta della nonna, latte e cacao (Mario, la finisci quella ciambellina? Ah, no?).
Poi hai indossato i pantaloni e hai tirato fuori la testa dalla sabbia.
Poi ti sei pesata e hai detto quella frase. No, vabbè, lunedì inizio la dieta, non si può, è uno scandalo.
C’è una vocina dentro di te che ti dice.
Ti dice: ma cos’è che puoi togliere?
 Il kinder cereale,che lo trasformi in un trenino di vagoni cioccolatosi per ridere con Supermario, e alla fine lui ti dice, dai mamma mangiane uno?
I ditalini al burro e parmigiano, che per la precisione navigano nel burro e parmigiano, e quelli hanno il gusto dell’infanzia e puoi assaggiarli solo quando SuperMario non ne vuole più?
La brioche del sabato mattina, che ti mangi quando vai al lavoro di sabato mattina, ma per non sentirti troppo in colpa, menti a te stessa e chiedi quella integrale al miele?
Le tagliatelle al ragù che fai alla domenica quando ci sono ospiti, che sembrano un pochino, solo un pochino ma sufficientemente, quelle che ti faceva la tua mamma?
La fetta di crostata fatta con la pasta frolla vera cioè quella senza lievito e quantità vergognose di burro, e poi con la marmellata del 1992 fatta dalla tua tata (e conservata in quella cantina che sembra un rifugio antiatomico che ci si potrebbe vivere 2 anni, tante derrate alimentari contiene)?
Mi sta venendo il culone da impiegata, ma non posso nemmeno vivere nella tristezza e insipidità.
Mi punisco bevendo acqua e limone al mattino, bevendo litri di tisana durante il giorno, mangiando minestrone alla zucca e spinaci da una settimana, ovviamente senza risultati.
So che non avrò alcun risultato finchè non mi darò una mossa,  solo che avendo eliminato spinning per motivi organizzativi riassunti nella formula:  Fantastici quattro + gmarito + ora di cena+ ritardo cronico del treno= isterìa collettiva + istanza di divorzio , non mi resta che trovare soluzioni alternative.
-mamma, non è che sei grassa. Hai solo quelle ciccette lì.-
Si accettano consigli.
Intanto vado avanti a leggins snellenti yamamai, ovvero metti la testa sotto la sabbia finchè puoi.

Tutto ciò lo dedico alla mia lesboamica pavese. Lei SA.

12 ottobre 2015

attenzione caduta di: capelli, apparecchi per i denti ed autostima

L’autunno sarebbe una bella stagione se non che:
cadono le foglie
i capelli,
e gli apparecchi dai denti (di WonderWoman) (12 sedute dalla dentista negli ultimi 2 mesi allo scopo di cementificare il suddetto apparecchio alla bambina dotata di saliva all’acido muriatico)
le giornate si accorciano
Sono anzi convinta che durino meno di 24 ore, gli scienziati dovrebbero fare delle accurate ricerche.
Sono ingrassata di almeno due kg
(e QUINDI non ho niente da mettermi)
Fa dannatamente freddo, però poi sudo
Gli alberi rosseggianti, i sentieri nei boschi dorati e i cieli azzurri dietro a foglie multicolori, esistono solo nella gallery degli sfondi desktop di Windows.
Giacche, cappotti, spolverini, impermeabili, piumini colonizzano drasticamente l’appendiabiti, che si trasforma in un mostro tentacolare che tenta di ghermirti appena entri nell’ingresso.
Prima di uscire bisogna intabarrarsi.
C’è la vestizione modello astronauta che si prepara a uscire nello spazio: tuta, casco, guanti, bombole.
Cominciano i doveri.
La scuola.
La dieta.
Bere il succo di limone con acqua calda al mattino.
I compiti.
Le dannate attività, i dannati sport, le dannatissime feste.
Le maledette riunioni.
Mamme che vi fermate fuori dalla scuola e vi date appuntamento per un cappuccino, vi odio. Ma non abbiatevene a male, è solo pura invidia. (ah, ecco, cos’avete dimenticato nel film InsideOut, l’invidia!)

In autunno ci dovrebbero essere i buoni propositi. Quest’anno i buono propositi non li ho fatti.
Ho deciso solo due priorità nella mia vita, vorrei attenermi a quelle, perché riguardano l’anima.
Tutto il resto è “mi piacerebbe/sarebbe bello/ sarebbe opportuno/se fossi una persona seria farei”
Yoga. 
Ideale: svegliarsi prima dell’alba, bere un caffè, posizionare il mio tappetino e fare una di quelle posizioni da yoga che non conosco ma sono così ZEN, respirare, ESSERE zen, meditare, pregare. (se c’è qualche persona con figli che riesce a farlo, sappia che la odio cordialmente).
Realtà: cadere giù dal letto dopo la settima sveglia, inveire contro tutto-soprattutto contro me stessa, vestirsi in fretta (urlare “non ho niente da mettermi, sono obesa”), insultare le mie figlie per il costante casino della loro camera, ustionarsi la gola col caffè, iniziare la giornata nel peggiore dei modi.
Sport. 
Ideale: la sera, prima di cena, andare a fare un bella corsetta, tornare, fare una doccia bollente, spalmarsi di anticellulite anche se non manca un mese alla prova costume, servire sorridente e tonica la cena, previdentemente preparata.
Realtà. Cominciare a preparare la cena alle 19,30-appena tornata da servizio taxi per qualche figlio-, spiluccare cose extracaloriche e malsane convinta che se non mi vede nessuno in realtà ho solo immaginato di mangiarle, aspettare il gmarito, mangiare alle 20.45.
Organizzare in anticipo. 
Ideale: preparae le tazze la sera prima, preparare la merenda la sera prima, preparare la schiscetta la sera prima, preparare i vestiti per me e per i bambini la sera prima, firmare gli avvisi la sera prima.
Realtà: Non preparare una beata mazza la sera prima ma andare comunque a letto tardissimo.

A me l’autunno, non mi fa bene. Ho trovato 4 capelli bianchi, per stapparmeli praticamente mi sono strappata intere ciocche innocenti, e sono arrivata tardi a scuola a prendere il SuperMario, e la maestra mi ha guardato con occhi sgranati e mi ha detto, signora, insomma, oggi era il primo giorno che SuperMario rimaneva fino al pomeriggio, e la sua mamma non arrivava mai, è un po’ in crisi, è l’ultimo bambino rimasto.
No, sa signora maestra, ho fatto tardi perché mi sono strappata metà dei capelli sopravvissuti all’autunno per estirpare quelli bianchi, capisce? E poi è un quarto figlio, che vantaggio c’è a fare 4 figli se non puoi nemmeno smettere di farti paranoie e sensi di colpa per averlo abbandonato alla scuola materna per otto ore?

Ovviamente non ho risposto perché superMario contestualmente mi correva incontro a testa bassa colpendo il colon, qualora il senso di colpa non avesse già provveduto a un attacco di colite.

28 settembre 2015

il dovere della magica infanzia

Ho già pubblicato su Fb un articolo che ha un titolo molto controcorrente e anche un po’ polemico di una madre (i padri non si pongono mai il problema, in questo sta la loro superiorità, a volte) che dice sostanzialmente che è stanca di rendere magica l’infanzia dei propri figli, perché l’infanzia è già magica di per sé, senza l’intervento di noi madri pervasive ed insicure, e la magia si sviluppa proprio (anche) grazie alla noia. Semprechè i nostri figli abbiano il tempo di annoiarsi tra le mille attività che si trovano in agenda.
Pure io sono stata una vittima di pinterest, che se digiti feste di compleanno, ti escono foto di party in giardino (se non ce l’hai, noleggialo), piatti in tinta con torta (regolarmente home made, con pasta di zucchero e pasta interna colorata coi colori dell’arcobaleno, che ti devi fare un corso da pasticcere su Youtube per mesi, prima di riuscire in una imitazione dignitosa), regalini e cotillon a tema, giochi fantastici che prevedono creazioni di spade laser in cartone o tendoni da circo ricavati da lenzuola colorate.
Pure io ho costruito il gioco della pesca con i pesci di carta e la calamita, il garage delle macchinine usando 12 stecche di colla a caldo, con una scatola da scarpe, ho fatto robot di cartoncino con Megamind, cucito vestitini orribili per le bambole, fatto coi bambini tonnellate di biscotti.
Solo che non l’ho fatto per rendere magica la loro infanzia.
L’ho fatto perché MI DIVERTO. E sostanzialmente mi sento di nuovo bambina. E rendo magica la mia noiosissima adultità. (neologismo da inserire nel vocabolario, informare l’Accademia della Crusca)
In effetti, i miei genitori giocavano con me? Un po’ sì. Ma mi accorgevo che lo facevano perché si divertivano. Mio padre ha costruito col cartone castelli, case, ville, armature, spade, elmi. E lo faceva con la stessa cura, scientificità e precisione con cui scriveva un Ricorso, un dibattimento o come caspita si chiamano quelle cose da Avvocati.
Mi mamma ci ha sempre fatto i costumi di carnevale, e mi ricordo benissimo che, pur non sapendo cucire, si divertiva un mondo a tagliare metri di pannolenci (santo pannolenci che non si fa l’orlo) nero per farmi il costume da pipistrello a 7 anni. Era un modo per evadere, per farci contenti, per fare qualcosa di diverso dal lavare i maglioni di lana (con un procedimento lunghissimo che prevede sciacqui, risciacqui, strizzature con vecchi asciugamani, posizionamenti particolari sugli stenditoi, ed altre partiche che ho rimossoe  che ha tentato inutilmente di inculcarmi, ma io getto tutto nella lavatrice, che se c’è il programma lana, ci sarà un motivo, o no?).
Insomma, è vero. Non è un nostro dovere rendere magica l’infanzia dei bambini. Di certo, se c’è tutta questa sensazione che ciò sia necessario, un motivo ci sarà. Io ne ho individuati alcuni.
1.       I bambini non c’entrano una cippa, è l’ego smisurato delle madri, che poi devono farsi belle sul FB, su Pinterest, su Wazzap, e sui loro Blog. (e qui ci sono dentro pure io, mea culpa. Lo specchio di Narciso sono i Social. Che poi mia figlia manco si è accorta, alla sua festa dei 6 anni, che la tovaglia era intonata coi piatti)
2.       Abbiamo un po’ la sensazione che i nostri figli non sappiano divertirsi, e la causa deriva da un tipo di vita che è cambiato, inutile raccontarsela. O abiti in un micropaese che è ancora inserito in una bolla temporale degli anni ’50, oppure, se abiti in un casermone a Milano, le corse nei prati a caccia di cavallette, i giochi di cortile, guardie e ladri cogli amici, te li scordi, se non vuoi che il bimbo sia rapito da un pedofilo o adescato dalla cosca mafiosa del quartiere.
3.       Se li forniamo di 20 dispositivi elettronici di intrattenimento (che ci garantisce silenzio e assenza di litigi, perché vedo che in media chi ha tre figli, compra TRE nintendo, rendiamoci conto please), poi possiamo forse stupirci se non giocano con un semplice scatolone di cartone immaginando che sia una navicella spaziale? Dobbiamo insegnarglielo noi, e poi loro andranno avanti da soli.
4.       Noi madri abbiamo troppi sensi di colpa riguardo ai nostri infanti. Non siamo responsabili del loro divertimento, se comunichiamo loro questa sensazione, siamo fottute. E loro pure.

Noi vogliamo tutto. I figli felici e sempre impegnati, popolari tra i compagni grazie a feste spettacolari, figli che sono bravissimi nello sport, camerette da rivista con tappeti intonati a giocattoli in legno progettati dai designer scadinavi, figli creativi e sorridenti, che non sporchino però con la farina con cui fare la pasta didò home made.

Insomma, molliamoli. Facciamo almeno due figli così giocano tra loro. Costruiamo casette di cartone, se ciò ci diverte, o per evitare che si recidano la giugulare con il taglierino. Troviamo il giusto mezzo, che sennò sentiremo sempre inadeguati sia i nostri figli che noi stesse.

Non ci si sente un po’ liberate?

22 settembre 2015

pasti molto sofferti

Ore 15. L’ultimo pacco di pasta è stato messo nella dispensa rigurgitante (che sarà tale solo fino a Venerdì, GiornoDellaPenuria, in cui si mangiano uova sode, avanzi di formaggio e pastina in brodo). Megamind sta facendo i compiti. Io guardo i fiori del supermercato che mi sono autoregalata e vedo una pizzetta al posto della gerbera. In effetti, non ho mangiato.
Apro il frigo, che rigurgita anche lui.
Un piatto di pasta e via, burro e parmigiano.
No, ho mangiato troppi carboidrati ‘sta settimana.
Allora una piadina al prosciutto.
 Ma ci sono sempre i carboidrati, e la farina, veleno, glutine, veleno.
Insalata con formaggio e pomodori. No, aspetta, sto cercando di eliminare il latte, ricordi, che hai fatto 10 giorni a grattarti dappertutto?
Due uova sode. Mangiato ieri, con la carbonara (ancora carboidrati).
Yogurt con cereali? Lattosio. Ormoni. (e ancora carboidrati)
Prosciutto cotto? Ah, no c’è il latte.
Carne. E’ nel congelatore, o me la succhio come un ghiacciolo, oppure mangio all’ora del tè.
 Pomodori e tonno. C’ho un mal di stomaco pazzesco, il pomodoro fa acidità, e ho finito le mie pastigliette.
Mangio due cracker e via. No, la farina, la farina, la farina!
Vada per la carne in scatola, senza guardare gli ingredienti. Tre olive.

Sono le tre emmezza, devo andare a scuola a prendere le bimbe. E c’ho già ma di stomaco.

21 settembre 2015

Diventare grandi e vecchi (e vecchi telefoni)


Quest’inizio di scuola è un vero casino. Megamind ha iniziato l’adolescenza la scuola media. Esce alle 13.35. Ma solo certi giorni. Per due giorni fa il pomeriggio, perché fa la specializzazione musicale. Ma-siamo nella scuola italiana- la sua prof di chitarra, non esiste ancora. Quindi non si sa. Se arriva, quando arriva, quando sarà la riunione con la prof, quali saranno i pomeriggi, a che ora saranno i pomeriggi.
E superMario, addestrato a fare la pipì in piedi, la cacca nel gabinetto, prontissimo per la scuola, comincerà MERCOLEDì 23.
Per sole due ore. Non inizierò un'altra volta il pippone sui sadici inserimenti all’italiana, che solo qui, nella terra dei mammoni-tessorodellammamma-ciccinobbbello esiste l’inserimento. (sì, quello affinchè le maestre non si traumatizzino dopo tre mesi di vacanza- Argh, l’ho detto, l’ho detto, perdono, chiedo veniaaaa)
Poi c’è il tennis. Che non si sa, quando sarà. (occorre aspettare la prof di chitarra, bla bla bla
Poi c’è danza, al venerdì. Il Catechismo al lunedì, al martedì, al mercoledì.
E poi ci sono i miei pomeriggi, che appena si sapranno quali sono questi fottuti pomeriggi della prof di chitarra, potrò sdoganare il sabato che fino ad ora lavoravo (io però forse mi riposavo, ma il gmarito, no, questo è certo).
Nel frattempo SuperMario usa i congiuntivi meglio di WonderWoman (“mamma io non volevo che tu andassi al lavoro, io vorrei che tu restassi qui con me), e li usa per sollevare impoonenti sensi di colpa mattutini.
Sempre nel frattempo, Megamind si cucina da solo. Gli ho insegnato a fare la pasta e a cuocersi hamburger, a riscaldarsi cibo semilavorato da me la sera precedente, e di questo devo ringraziare il Gmarito che 18 mesi fa aveva promesso che avrebbe riparato il forno a microonde.
(E che invece viene attualmente utilizzato come PORTAPANE)  Se che sembro un tantino sarcastica, ma anche no, in effetti è una fortua, perché adesso Megamind è grande, sa provvedere a se stesso, e questo lo riempie di orgoglio anche se il primo giorno ha eseguito in ordine sparso le istruzioni per la cottura della pasta scoprendo che la proprietà commutativa non si applica a tutto.
Eppoi ha un telefono.
“Buongiorno” dico entrando in un negozio di roba tecnologica usata “vorrei un telefono, sa, di quelli PER TELEFONARE” Ammetto di essermi sembrata vecchia e reazionaria da sola. Il ragazzino del negozio ride. E mi dà un telefono di quelli che probabilmente ora comprano solo gli ultra settantenni che non hanno capito cosa sia un tuchscreen. Ma megamind è felice. Devo solo ricordargli che ci sono i tasti, e che smetta di tormentare il display.
Un telefono-telefono che deve accendere solo quando esce da scuola per tornare a casa da solo, e che si spera nessuno gli rubi.
ciao figlio grande, come va? Tutto ok? Già mangiato?” è il primo SMS della madre a Megamind, con la pietosa scusa di una prova.
ciao mamma giovane, tutto ok
(Avrò fatto trapelare una certa paura dell’insieme: figli grandi-vecchiaia-morte? Nota per me: fare un corso per imparare a dissimulare)
Sempre ne frattempo WonderWoman vuole indossare solo leggins che sennò i maschi le guardano le mutande, e Catwoman sembra abbia smesso di strapparsi i capelli, qualche volta addirittura si pettina, e le dondolano un po’ di denti da latte. Forse anche il suo corpo ha capito che io le voglio bene anche se non la imbocco più con gli omogenizzati.
Abbiamo debellato una invasione di pidocchi apocalittica ancor prima che iniziasse la scuola.
Abbiamo ricominciato col dentista e gli apparecchi sono a quota due.
SuperMario, sei diventato grande! Quand’è che sei diventato grande?” domando retoricamente sapendo che una madre-che-si-deve non fa queste domande PER DAVVERO  a suo figlio di tre anni. (nota per me: fare un corso sulle cose da non dire a voce alta)
“oggi, mamma”

Aiuto, muoro.

14 settembre 2015

calcinculo

Quando passavo in autostrada e vedevo le ruspe dell’expo, pensavo, che bello. Certo un po’ in ritardo. Un po’ tanto. Siamo ad aprile, e ci sono ancora le gru e si vedono tetti mezzi scoperchiati, però dai, che bello.
Architetture all’avanguardia, che sembra nemmeno di essere in Italia, materiali innovativi, pareti che si beffano della gravità, una modernità solo sognata o vista nei rendering di architetti stranieri, sulle riviste fighe tipo Abitare.
Una occasione da non perdere, un evento mondiale, e che fortuna essere ad un tiro di schioppo, dobbiamo assolutamente andare, anche coi bimbi, che  così facciamo qualcosa di veramente stimolante e potranno dire ai loro nipoti: io ho visto (l’unica) expo fatta in Italia, nonostante Mafia Capitale e le altre porcherie italiche, chissà se avremo mai un’altra botta di culo come questa, nelle prossime 3 generazioni.
Io, nella mia profonda ingenuità pensavo che bastasse comprare i biglietti.
Invece bisogna REGISTARSI sul portale expo che, essendo italiano, ha una usability partorita da un impiegato sadico dell'inps, e dunque dopo avere generato l'ennesima password che dimenticherai (ma che ti gioverà altre sedicimila spam nella tua casella di posta per i prossimi 10 anni) dopo avere affrontato numerosi bug (il suo biglietto non è disponibile...?!?), cliccato link, effettuato login, inserito codici di 25 cifre per ogni biglietto, era impossibile giungere all'unica pagina utile del sito: ovvero quella in cui inserire la data di visita. Dopo avere cliccato a caso e avere esplorato ogni inutile meandro del portale, sono riuscita finalmente a inserire la sospirata data di visita. Inutile che provate a chiedermi come ho fatto, non riuscirei mai più a ricapitarci, vi assicuro.
Comunque.
Io, sempre nella mia profonda ingenuità, pensavo che fosse come visitare una bella città. Cioè pensavo che fosse come in quegli (orrendi, fatemelo dire da grafica) rendering che trovi sul sito, in cui si vedono padiglioni semideserti, bimbi con palloncini, mamme che ammirano, alberi, panchine, viali.
Perché non immaginavo che fosse invece come Gardaland? 
Perché E’ come Gardaland, nei sabato pomeriggi di Luglio. 
Un carnaio apocalittico. Era ovvio, lo so. 
Nel frattempo visitavo la pagina Facebook amatoriale dell’expo, leggevo i blog, e mi veniva l’ansia. Due (2) ore di coda, in media, per visitare i Padiglioni. Coda fissa per entrare. 
Si consiglia di arrivare un ora prima dell’apertura dei cancelli. 
Si consiglia assunzione di droghe dopanti per arrivare con ancora un briciolo di energia almeno all’accensione delle luci del famigerato Albero della Vita.
Mi sono fatta pure un elenco dei Padiglioni “che bisogna vedere assolutamente” (leggi: devi dire che li hai visti, sennò ti guarderanno con compatimento e saprai di avere buttato via i tuoi soldi, ovvio). 
Naturalmente sono quelli che TUTTI vogliono vedere, quindi sai che farai una coda di 2,3,4, addirittura 5 ore.
Evabbè, ormai la frittata è fatta, facciamo sto sforzo, che i bambini ci tengono un sacco, le lo racconteranno ai nipoti eccetera eccetera.
Cioè, io ero partita bene, positiva. Non è colpa mia se odio la ressa, se detesto camminare nella stessa direzione di altre quindicimila persone che invadono tutte il mio spazio vitale, ovunque. Non è colpa mia se dopo un’ora di coda mi sento come un barattolo di polpa di pomodoro su una catena di montaggio. Non mi dilungherò, ma esprimerò in punti salienti il bilancio dell’expo.
 1.       Il padiglione zero è bello. Potrebbe essere una sezione del Museo Della Scienza e Della Tecnica di Milano.
 2.       Appena arrivi sul famoso Decumano, devi precipitarti nelle file perché percepisci un countdown come nei giochi elettronici, più temporeggi, più le file si allungano, presto! Devi decidere dove andare
 3.       Se temevo per il sole e il caldo solo due settimane prima, ieri c’era l’allerta meteo. Nonostante kway e ombrelli, ore in coda sotto l’acqua non hanno giovato al nostro buonumore
 4.       Padiglioni deludenti. Hanno puntato tutto sulla spettacolarità delle installazioni, ma come contenuti Discoverychannel è decisamente più arricchente.
 5.       I fantomatici padiglioni “da vedere” non li abbiamo visti, perché con le tempistiche di attesa, ne avremmo visti due, massimo tre. Sì, è figa la grande rete su cui puoi camminare, ondeggiare nel padiglione Brasile, ma allora vado su Sequoia Adventures a Gardaland, che faccio pure meno coda
 6.       Pensi, l’expo è sul cibo, almeno non ci sarà problema a mangiare. Bene, dalle 12 alle 15 non c’era un posto coperto e dunque al riparo dal nubifragio dove sedersi. Alle 15 passate siamo entrati in un ristorante spagnolo stranamente poco affollato dove ci hanno servito delle porzioni talmente minuscole (ma non nel prezzo) che perfino Catwoman, che si sfama con 5 maccheroni, ha protestato.
 7.       Alla fine abbiamo mangiato delle patatine AL MACDONALD, e chi mi conosce sa che dovevamo essere davvero disperati. Molti  stand a quell’ora non davano più cibo, altri erano all’aperto (perché all’expo non è previsto che piova, nemmeno avessero scelto come sito espositivo gli Emirati Arabi nel mezzo de deserto. )
88.      Sfiniti, bagnati, infreddoliti, alle 18 ci siamo trascinati per il decumano, abbiamo guardato le splendide architetture dei Pavillons con rammarico, sia per non essere riusciti a visitarli, sia per non essere riusciti a GUARDARLI e goderli DAVVERO. Come quando interiorizzi un bel paesaggio urbano, ti soffermi a guardare una bella chiesa Romanica, o un palazzo di Gaudì.
 9.       L’albero della vita, direte. A  me sembra tanto il calcinculo delle Feste dell’unità. Ma molto meno divertente. Non dite di no.

 10.   Se volete dire che sono snob, potete. Lo capisco. Lo capisco che sembra che io voglia fare quella diversa, a cui non piacciono le cose che piacciono a tutti. (tipo la Nutella, che mi piace solo 5 giorni al mese) Però mi sono sforzata, davvero. Volevo davvero che mi piacesse.