26 agosto 2015

"Faccio un salto" Kierkegaard, aiutaci tu.

Visto che stiamo proseguendo su temi piuttosto pesi, ecco vorrei parlare delle scelte della vita.
Ormai credo che fare delle scelte, anzi fare Le Scelte, quelle irrevocabili (non il modello di smartphone, insomma)  sia sempre più faticoso.
Anzi, meno si sceglie, meglio è, perché si sa, quando scegli, devi scartare tutte le altre opzioni.
(Do you know Kierkegaard, amico mio?)
Un po’ come quelli che inviti alla festa di Capodanno a casa tua e ti dicono “faccio un salto”, cioè nè sì, né no, non si impegnano, si tengono aperti tutti gli inviti, così non devono rinunciare a niente. E poi, però non vivono. Assaggiano. Gli venisse a tutti la caghetta.
Ecco, in questo panorama in cui ci si può illudere che le strade siano sempre tutte aperte, in cui proseguire una adolescenza sine die, mi domando cosa spinga ancora a fare certe scelte in cui metti in gioco vita, futuro, risorse economiche, abitudini, libertà, bellezza, giovinezza, lavoro, insomma in cui sembra che quello che perdi sia di gran lunga maggiore di quello che guadagni.
Penso al matrimonio, penso al mettere al mondo dei figli, penso ad altre scelte equiparabili di vocazione assoluta.
Insomma, alla fine, ma perché sposarsi, che dopo i primi anni di fuoco, c’è in agguato la cenere del Gattopardo. Perché condividere i tuoi spazi, far fatica, sforzarsi di capire l’altro, cercare di far bastare l’amore anche quando gli anni avanzano, si diventa sgradevoli, ci si ammala, ci si sveglia quando l’altro russa, bisogna sbattersi ogni santo giorno per re-incontrarsi di nuovo. Ma il rapporto costo/beneficio è pessimo.
Per non parlare dell’avere figli, che è tutto un sacrificio, dal dolore del parto alla puzza di piedi adolescenti, sprazzi di felicità in una fatica quotidiana h24, senza possibilità di deroga, un investimento a perdere, senza nessuna garanzia sul futuro, visto che poi se ne vanno all’estero (certo, non farai altro che dirgli che all’estero ci sono più opportunità) e magari quando sei vecchio ti parcheggiano in una casa di riposo.
Alla fine la risposta che mi sono data è molto semplice, forse non basterà a tutti, ma a me basta. Non ha bisogno di una dimostrazione matematica, di comprove od esperimenti. E’ un assioma. No? Non si chiama così?
L’unica cosa che ci portiamo via, da questo mondo è l’amore. Donato, ricevuto. E dunque tutta la vita deve essere uno sforzo per compiere scelte che ci costringano ad amare. Sì, ci costringano. Perché il matrimonio, quello senza la data di scadenza sul retro, ci costringe ad uno sforzo d’amore. E mettere al mondo dei figli, ci costringe a mettere da parte noi stessi, ci costringe ad amare.
Solo queste scelte assolute (e un po’ assurde?) di dono di sé ci danno mille e mille occasioni per mettere amore in ogni momento, impedendoci di dimenticarci dell’altro, fosse un marito brontolone o un figlio puzzolente.
Certo, sono occasioni.
Come diceva Madre Teresa, che liberamente cito: fai poche cose, ma falle con amore.

E dunque, con le mie (nostre, gmarito!) scelte io credo di essermi facilitata la vita.

22 agosto 2015

Tutta colpa di De Andrè

Ogni tanto, mi prende una malinconia.
Potrei chiamarla la malinconia delle vecchie foto.
O dei filmini.
Ah, non fatemi vedere i filmini eh. Nei filmini c’è l’illusione che cose –e persone- morte esistano ancora. Tutto ciò che vedi nel filmino è morto, non solo le persone passate a miglior vita. WonderWoman di 4 anni, coi codini, che allatta le bambole, non c’è più. E’ trascorsa. E anche la Hysterikmom di 5 anni fa non c’è più, non è più quella. Vedere un filmino è come vedere un fantasma. Quella persona, che non c’è più, ti parla, si muove, ma è una porta chiusa sul passato, e un illusione che genera in me grande angoscia, rimpianto e sofferenza.
Perché il tempo trascorso, morto, mi sembra scivolato via, tra le dita. E i bambini sono diventati grandi a tradimento, senza che potessi -forse-“goderli” appieno.
Ma se rifletto, e smetto di raccontarmi bugie, so che non è così. Che questa è solo la paura della morte, che genera desiderio di possesso. E che i figli che crescono sono la prova inconfutabile che il nostro tempo ha una fine, che né le cose, né i figli ti appartengono, e che nulla, su questa terra ti appartiene.
E che infine, in questo eraclideo fiume che scorre, tutti i sassi sono lisci, non puoi aggrapparti a nulla, per evitare che ti trascini via.
Devi abbandonarti, lasciarti andare, il controllo è un illusione, e alla fine del fiume, Dio, come un Grande Mare, ti accoglie.
L’ultimo vestito non ha tasche, ha detto mia nonna, e della sua vita non ha tenuto davvero nulla per sé.
E se smetto di raccontarmi bugie, lo so, che tutta la vita trascorsa fino ad ora, soprattutto da quel non molto lontano 20 settembre 2003, abbiamo vissuto tutto in pienezza, con intensità, ogni momento, basta ricordare per davvero, senza bisogno di filmini o fotografie.  
Mi basta rileggere il blog, e tutto torna alla mente, e so.
So che il passato ci appartiene anche se non possiamo “consumarlo” di nuovo. Che il passato non torna, ma ci consola.
La mia Tata di quando ero piccola, ora nella vecchiaia, con tante sofferenze fisiche ma soprattutto morali, dice:- io ripenso alle passeggiate in montagna con voi piccoli, quando andavamo a raccogliere le ortiche per fare le tagliatelle, alle settimane passate al Solimei, al le tavolate grandi nel giardino, ai pomeriggi passati a rammendare con la nonna Anny, e godo del goduto.-
Quanta umiltà ci vuole per abbandonarsi alla vecchiaia e alla gratitudine per la gioia e gli affetti vissuti?
Poi ripenso ai miei nonni, Cià e Anny, alla loro vita piena, allegra, affollata di amicizie e incontri autentici, nonostante l’età avanzata, alla loro accoglienza, alla capacità di rallegrarsi per le piccole cose, al loro amore coniugale. E mi dico, no, il miglior tempo non è trascorso solo perché sentiamo passare la gioventù. Questo è un mito odierno, quello dell’efficientismo, della volontà di vivere una eterna giovinezza emotiva oltre che fisica che ci illude che nulla sia irrevocabile.
Noi non abbiamo lasciato trascorrere la vita senza accorgerci di essere felici, abbiamo vissuto con pienezza e ancora ci resta tanto da scoprire, riguardo al nostro amore coniugale, ai nostri figli che impariamo faticosamente a conoscere ogni giorno, alla nostra personalità, alle sfide che ci troveremo a dovere sopportare.
Certo, dovrò smettere di ascoltare certe canzoni di Degregori e De Andrè, questo è certo.


Porcavacca.

21 agosto 2015

La gita in montagna

Eravamo partiti con una promessa a noi stessi. Almeno una gita seria, l’avremmo fatta.
Si intende per gita seria una camminata superiore a due ore (passo Catwoman) con dislivello superiore a quello che c’è nel piatto doccia, zaini con panini, cioccolata corroborante, pedule, raggiungimento di baita spartana e rustica. In 9 giorni di montagna, siamo riusciti a progettare una gita al Peller, un monte che ho sempre visto dalla finestra fin da bambina, convinta che fosse un vulcano spento per la sua forma particolare, con una specie di affossamento in cima. Abbiamo puntato la sveglia alle 06.30. L’abbiamo lasciata suonare fino alle 8.15, ci siamo equipaggiati, lasciando la zavorra dalla nonna, ovvero superMario, altrimenti detto culoDiPimbo per la sua propensione sportiva alla camminata. Abbiamo raggiunto in macchina il punto di partenza, mentre il sole festeggiava con noi il nostro sforzo di volontà. Un sentiero tra pascoli di velluto e nuvole sospese come mongolfiere lente, che sembrava di essere in un cartone di Miazaki. E fiori. E lamponi, in mezzo alle ortiche, che un po’ di dolore rende la conquista più buona, anche se insieme al lampone si mangia qualche formica.
Megamind che sale, quasi senza peso, silenzioso e a caccia di frutti di bosco, coleotteri blu, e altri tesori; le bambine entusiaste, felici, logorroiche.
-WonderWoman, adesso inizia un bella salita, devi stare un po’ zitta, che sennò non hai fiato-
Lei comincia a salire su un pendio un po’ ripido:- Non ce la faccio….-
Pausa. Fiatone.
-…a stare zitta!-
Poi hanno iniziato a passare le macchine. Prima una o due, il sentiero è largo, in certi punti l’anno orrendamente stuprato con del cemento.
Man mano che si avvicinava l’ora di pranzo, sembrava di essere sulla circonvallazione.
Ovviamente alla decima auto, CatWoman ha protestato:- Ma perché loro vanno in macchina e noi a piedi?-
La verità è che tutte queste persone che, spesso con maleducazione, coprendoci di polvere e senza rallentare ci costringevano ad appiattirci sui bordi del sentiero, non ci disturbavano solo. Non ci facevano solo respirare odiosi fumi. Non rallentavano soltanto il nostro cammino, facendoci fermare continuamente. Ci toglievano qualcosa. Ci defraudavano della nostra conquista sbattendoci in faccia la loro scorciatoia.
Certo, non ce l’ho con le specifiche persone che andavano a farsi derubare al rifugio trangugiando polenta e funghi, godendo di un panorama mozzafiato che non si erano guadagnati. Ma sto ai fatti.
Non c’è ormai una scorciatoia per tutto? La strada è sempre più spianata, ci disabituiamo a conquistarci le cose e, alla fine, le cose perdono sapore.
Prima ho provato con un approccio buonista.
-Ma no, bambini, sapete, magari sono persone anziane che vogliono fare una gita bella, ma non camminano….-
Poi ho visto le loro facce con un sopracciglio alzato, ed  è passata una golf coi freni a disco.
-Beh, loro non hanno mangiato lamponi, non hanno visto il coleottero blu che a papà fa così schifo, non hanno mangiato la cioccolata amara perché non avevano bisogno di prendere energia, non hanno assaggiato l’acqua gelata della fontana, arriveranno su, e non sarà niente di speciale, per loro, perché non hanno fatto alcuno sforzo per conquistarselo. E comunque, vi autorizzo a guardarli con disprezzo.-
Il Gmarito, più composto, in veste di bravo padre, mi correggeva dicendo:- Ma no, bambini, bisogna avere pena per queste persone, che non sanno apprezzare le montagne-
Per tutta risposta Megamind ha chiesto: -Mamma, guarda, va bene questa, come espressione di disprezzo?-
Quando siamo arrivati su, dopo una rampetta niente male, siamo arrivati, io ultima classificata, al rifugio, già zeppo di mangiatori a sbafo. Ma noi, ci siamo messi sulla panca di legno, verso la valle, ammirando lo pseudo vulcano, a mangiare panini, formaggio, salsiccia, cioccolata. Io, il Gmarito, Megamind e il vento abbiamo giocato una faticosa partita a Macchievelli -ha vinto il vento, naturalemente-mentre le bimbe si dedicavano alle relazioni pubbliche.
Credo che questa gita sia stata molto educativa, e che la Gfamily abbia imparato qualcosa, sul fatto che solo ciò per cui si paga un prezzo (in termini umani) acquista valore, acquista dignità, e infine bellezza.

E che i Trentini non sanno più cosa asfaltare.



31 luglio 2015

zolfanelli

Il mio carburante è avere un progetto. In assenza di un progetto divento la regina delle larve, divento l’alga mucillagine di Cesenatico, mi svuoto come un palloncino usato, sono fiacca come Panda allo zoo. Alla fine mi basta poco, fare una casetta di cartone con lo scatolone, disporre i fiori in un vaso, fare una torta, cambiare di posto ai mobili. Ma è come lo zolfanello della piccola fiammiferaia, un attimo di luce, tutto sembra trasformato, e poi si consuma e si ripiomba nell’inverno.
I bambini sono annoiati. I parchi sono impraticabili. Megamin ha passato l’età del parco, le femmine sembra che senza amichette non possano più vivere, ma ovviamente sono quasi tutti in vacanza, e poi quando le invito sperando che si autonomizzino, è tutto un: mamma posso dipingere? Mamma facciamo una torta? Mamma possiamo fare le pozioni magiche e gli esperimenti con cose che sporcano tutta la casa? Cose-insomma- che richiedono la mia presenza. Quando arrivo a casa, finchè sto in cucina a fare delle cose ordinarie e pallose da casalinga, va tutto bene. Appena mi siedo al computer, arrivano come api sul miele, o mosche sulla…, ahem.
-Mamma cosa fai? (cerco di evadere senza dovere scappare col primo treno, amore)
- Devo lavorare un po’-
Mamma posso guardare ?(no, perché tu guardi con le mani.)
-Si, ma non puoi guardare un bel film? Che ti annoi meno?-
-Mamma posso disegnare? ( se tocchi quella tavoletta grafica sei morto, quella tavoletta è il più bel regalo mai ricevuto in vita mia, quella tavoletta è come braccio, quella tavoletta è la mia Porta Blu)
-No, non puoi. Spostati che mi stai addosso-
- Mamma  facciamo un puzzle? (sono 5 anni che non fai un puzzle, sono 5 anni che ti prpongo un puzzle, basta, ormai i giochi intelligenti li abbiamo archiviati)
-Fai un puzzle ti, AMORE, che sei bravissima-
Mamma, adesso cosa fai? (Pensavo di imbavagliarti e metterti dello scotch da pacchi sulla bocca)
-Lavoro, cerco di lavorare, amore. Vai a fare un po’ di compiti, che sei indietrissimo.
-E questo pulsante, cos’è?-(e’ il pulsante che se lo tocchi dà una scarica elettrica a 2000 watt ai bambini molesti)
- Vai a giocare con l’Ipad, che questi pulsanti non si toccano.-
Alla fine ci rinuncio, vado a stirare. Vado a fare lavatrici. Tanto, se non c’è un PROGETTO vero, che mi legittima, che mi fa ardere, alla fine non ho la giusta resistenza alle avversità.
La chiamano RESILIENZA, (nuova parola di moda) che io pensavo fosse una caratteristica della carta igienica, invece pare sia capacità di affrontare le avversità. Sono come una carta igienica di pessima qualità, io, tipo quella solo a due veli.
Poi, un giorno, arriva un bel progetto, e allora è come l’anfetamina. Non importa cosa mi separa dalla mia postazione pc, fossero anche 12 lavatrici, il dentista al pomeriggio, giocare a nont’arrabbiare, tollero tutto sapendo che, una volta tutti a letto, o davanti alla Tv, potrò essere libera.
Allora-quando arriva il progetto non è più uno zolfanello, divento una torcia umana, nessun ostacolo si frapporrà tra me e quel pc.
Divento una madre orribile, dal mio punto di vista: (sì, amore, vai a guardare pure 5 ore di TV, sì amore, puoi dormire vestita, sì amore, mangia pure un gelato dopo che ti sei lavata i denti). Tutto, pur di lavorare al PROGETTO. Dal punto di vista dei bambini, non so semi vedono come una madre splendida. O schizofrenica.
Resisto come i rotoloni regina.
Ed ora ho un progetto.

Son tutti cacchi vostri.

30 luglio 2015

mete dell'estate n. 2: Sfruzbourg


L’altra meta dell’estate, era la seconda patria, ovvero Sfruzbourg, nella valle delle mele, un luogo deturistizzato e misconosciuto. Una casetta in un complesso con aspirazioni turistiche degli anni ‘80, una camera con due letti a castello +1, intorno prati d’erba spagna, il bosco, le montagne sullo sfondo. Unici posti proibiti, il garage e le case in costruzione, per il resto, pure la strada era innocua, che passava forse una macchina al giorno, e giù da quella discesa d’asfalto scendevamo sullo skateboard o sul carretto di altri bambini sgrattuggiandoci le ginocchia. E l’abetone gigante aveva un ramo basso ad altezza bimbo, e tutti gli altri disposti a salire come una scala a chiocciola,  e mia madre a volte si affacciava alla finestra e trovava uno di noi quasi in cima, lo riconosceva dal Kway (quando il kway era solo una giacca a vento rossa o blu e non un capo d’alta moda di nylon da 400 euro) e credo perdesse 10 anni di vita.
Nelle case intorno c’erano ragazzini della nostra età. Ricordo corse e giochi nel campone di fronte a casa, ricordo l’addentrarsi nei rovi a prendere lamponi e scansare ortiche alte un metro e mezzo, la costruzione di archi, spade, armi con i rami di nocciolo, le passeggiate nel bosco con papà a prendere funghi sperando di vedere qualche gnomo, e poi ogni tanto il caminetto acceso perché da giungo ad agosto capitavano pure giornate fredde, che oggi tutti i giornali scriverebbero allarmati che sta arrivando la seconda glaciazione. Nei miei ricordi, tornavamo a casa solo per mangiare e lavarci alla sera, nel primo pomeriggio era gradito che stessimo fuori dai piedi fino alle 16,30, credo sia per questo motivo che i miei hanno acquistato una depandance sottoforma di taverna, dove noi potessimo fare (o fingere di fare) i compiti, giocare a non t’arrabbiare e arrabbiarci, litigare o comunque fare rumore molesto.
Ricordo alla sera, che nostro papà ci raccontava storie inventate da lui davanti al caminetto, come una illustrazione di un libro dei fratelli Grimm, il Cavaliere senza ombra e altre storie che purtroppo non andate perdute nella notte dei tempi. Oppure puliva i funghi che aveva raccolto nel bosco-unica attività fisica cui si dedicava nostro padre contando anche la famosa gita alla Malga-sempre la stessa tutti gli anni, fatta per puro senso del dovere, che in tre mesi di montagna almeno un picnic alla fine di una salita, bisogna farlo. Ci faceva vedere i porcini, e quel fungo che se lo tagli diventa blu. Poi, quando eravamo tutti pigiamati e lavati ci dava un goccino di Cocacola in tre bicchierini blu di plastica (noi primi tre fratelli, nati vicini, che abbiamo gli stessi ricordi della prima infanzia). Si andava a dormire e si sognavano altre avventure il giorno dopo, si programmavano costruzioni di casette nel prato, raccolte di lamponi, furti di fragole dagli orti, nascondigli per Guardie e Ladri.
Di sicuro mi sarò annoiata, forse, qualche giorno, ma non ricordo la sofferenza della noia. Si dava la caccia alle cavallette nel prato, si andava da soli giù in paese a prendere il calippo al Bar al Pino, dove c’era una signora grassa e buonissima, il bar era sempre quasi vuoto a parte le mosche lente che non avevano imparato come uscire, e non c’era un vero confine tra il bar e il salotto di casa della signora, che abitava di sopra, dove c’erano pure delle camere in affitto. Con gli altri bambini che venivano in vacanza nelle case-da-turisti vicino alla nostra, si giocava, si litigava, si ingaggiavano guerre, gare, si consumavano tragedie e avventure.
A Sfruzbourg alla domenica io e mi sorella ci mettevamo il vestito tirolese, non so perché c’era sta moda, tra la generazione dei miei genitori, di vestire le figlie coi vestiti tirolesi appena salivano sopra il livello del mare. Secondo me è una cosa anni ’60. Fino ai 12 anni mi sentivo una principessa, dopo mi sentivo un po’ disadattata. Tipo una che si accorge di essere uscita di casa con le pantofole. Mia zia Fiore, sorella gemella di mia madre, era andata oltre e vestiva pure il maschio con i lederhosen, ma d’altra parte li ha vestiti da marinaretti fino a 15 anni. 
Ma ovviamente, visto che adesso sono io la madre, ripropino alle mi figlie i vestiti tirolesi, che-da madre- adoro. Uno l’ho pure fatto io, praticamente il prodotto della macchina da cucire che mi è riuscito meglio nella mia vita. A Mario imporrò sadicamente il ledehosen del cuginetto, fino a tre anni è consentito dalla legge.

Sfruzbourg è la nostra patria, la patria della nostra infanzia, ed ora quella dei nostri Fantastici, nonostante un po’ di cose siano cambiate, anche se preferisco non farne l’elenco, perché ora loro hanno i loro luoghi magici, i loro percorsi e storie da raccontare.

28 luglio 2015

la mia vita è un lego di cui ho perso le istruzioni



Un weekend come un altro è un weekend in cui quando suona la sveglia al sabato e mi chiedo dove sono e che giorno è e cosa diavolo ho fatto ieri sera, poi mi ricordo che ho invitato a cena degli amici che non vedevo da secoli, e non avrei fatto tardi se non fosse che poi mi sono messa a guardare faccialibro compulsivamente fino alle due perché non avevo più sonno anche se poi ho lasciato tutti i piatti da lavare perché ero così stanca. Mentre questi pensieri mi affollano la mente nello spazio che va dalle terza alla settima sveglia, e mi dico che da settembre finalmente non lavorerò più al sabato, striscio fino al bagno usando la memoria spaziale, che non riesco ad aprire neanche un occhio. Decido che no, non posso fare colazione in una cucina coi piatti da lavare nel lavello, sovvenendomi anche che non ho nemmeno messo in frigo gli avanzi di pollo, i quali mi guarderanno, unti e bisunti dalla padella, e mi diranno che i bambini africani intanto muoiono di fame.
Allora, in questo weekend-come-un-altro, mi consolo facendo colazione al bar, ma con parsimonia, senza godere troppo, perché è un bar dei cinesi. Poi vado al lavoro, percorrendo strade già calde e deserte, e quando timbro il cartellino mi accorgo che qualcosa non va, perché sono le 8.10, e al lavoro non c’è praticamente nessuno, e infatti il mio collega alla centrale radio mi fa notare che è festa, il santo patrono della ridente cittadina lombarda in cui vivo. Le scelte sono due. Tornare a letto, certa che basterebbe assumere una posizione orizzontale per addormentarmi come quelle bambole che chiudono gli occhi appena le sdrai, d’altra parte la fase del risveglio non è del tutto completata. Oppure assumere altra caffeina ed ottimizzare la giornata andando a fare la spesa.
Visto che so con certezza, in base alla legge della maternità, che se tornassi a dormire, troverei metà della famiglia già in piedi, opto per l’ottimizzazione forzata. D’altra parte io do il meglio solo se costretta dalle circostanze.  Quando torno a casa i Fantastici 4 sono felici della sorpresa, anche se il più felice di tutti è il gmarito, che si è risparmiato la sua mattinata di finto riposo con la prole. Nel weekend-come-un-altro c’è la passeggiata in centro, e la sosta obbligatoria alla Botega che i miei figli chiamano il bar della biblioteca, io e il gmarito ci prendiamo un caffè e i Fantastici corrono al piano di sotto dove ci sono i libri da bambini. No, non è la biblioteca, ma una libreria che rimane aperta grazie agli introiti della gfamily, praticamente. Anche perché non è ancora chiaro a tutti i Fantastici, che i libri che si vogliono portare a casa, vanno pagati, non essendo, appunto, la biblioteca. Ma il gmarito ha il debole per la carta stampata, e loro lo sanno benissimo che se gli chiedono di comprare una Barbie o una pistola, vengono sostanzialmente ignorati, o insultati,  ma se con occhi lacrimosi chiedono un libro (purchè non sia un pseudolibro di Violetta,  Fashion Moda, Winx, ed altro merchandising travestito da letteratura) il padre potrebbe avere dei cedimenti.
Ovviamente scendo anche io a guardare i libri per bambini, mentre il gmarito guarda libri di storia tedesca su Hitler, SS, dittature Comuniste o saggi sull’origine dell’universo. Ho visto un libro bellissimo che desidero spasmodicamente e che ho letto ai Fantastici, per educarli al bello.




(Cioè, cos’è di bello? Cos’è? UN CAPOLAVORO.)
Gli è piaciuto, ma l’educazione al bello deve essere perfezionata, perché dopo SuperMario voleva che comprassi un libretto di Masha e Orso, CatWoman mi propinava un libro su come diventare una principessa che contiene un tutù e una coroncina di plastica cinese, WonderWoman era propensa per una roba che si chiama Top Model.
-Possiamo, possiamo, possiamo?-
-Sì. Potete DESIDERARLI.- Ho risposto. Lo capiranno a  40anni che il bello della vita è desiderare e non avere, e che quando non si ha nulla da desiderare, è ora di lasciare questo mondo. Nel frattempo sono libere di odiarmi bonariamente. Al pomeriggio i Fantastici sono stati assorbiti dal LEGO, finalmente sono riuscita a convincere le bambine a distruggere le loro costruzioni lego Friends (che come dice Megamind sono solo casette, gelaterie, negozi di animali, villette borghesi, fari a strisce rosa e camper, e non hanno nemmeno tutti quei pezzi speciali utili a costruire ALMENO un robot) in modo da liberare la loro creatività. Ci vuole una buona dose di coraggio a distruggere la costruzione lego riportata sul foglietto. Così perfetta, così’ congrua, così in posa. Così in posa, che non ci si può giocare. I bambini (e poi gli adulti) si dividono in tre categorie. Quelli che disfano le costruzioni in lego, pur sapendo che, anche conservando le istruzioni, non riusciranno mai più a rifare la costruzione originaria, ma creeranno altre magnifiche e imperfette e mirabolanti invenzioni;, e storie, e mondi; quelli che costruiscono seguendo le istruzioni e poi mettono l’opera su una mensolina a prender polvere come una scultura di cristallo svarosky, e quelli che costruiscono, distruggono, creano qualcosa di nuovo, ma poi sono così precisi che non perdono nessun pezzettino e nemmno le istruzioni e riescono a RICOSTRUIRE esattamente l’opera originaria. Esistono, sono rari, ma esistono.
Insomma, dopo questa lezione di vita alle mie bambine, che le ha tenute occupate tutto il pomeriggio, il weekend-come-un-eltro è proseguito, è venuta la suocera, poi mia cognata, siamo passati alla cena e poi sono riuscita persino a trascinarmi fuori dopocena, che SuperMario sente la mancanza della bebidenz e vuole uscire tutte le sere a sentire la musica come in villaggio. In piazza c’era una brutta copia di FreddyMercury che cantava , e superMario ha deciso che farà il batterista.
Domenica siamo andati, insieme alla cognata che ci ha tenuto compagnia, sul lago, che non è il lago, ma è il Ticino, ma il gmarito allora fidanzato mi ha portato sempre a Sesto Calende facendomela passare per gita al lago, e da allora per me è andare al  lago, in fondo di acqua ce n’è. I Fantastici hanno giocato al parco giochi, e donato il congruo obolo alle zanzare di fiume.
E’ stato un bellissimo weekend-come-un-altro, che poi è evidente che i nostri weekend sono come le costruzioni di lego. Non ce n’è uno come un altro. E quando lo inizi, non sai cosa ne verrà fuori.


(si sappia che Megamind non vuole farsi fotografare, è questo il motivo per cui no c'è quasi mai nelle foto. Non perchè è il figlio disdegnato)

22 luglio 2015

Le mete delle vacanze: Il Solimei


Cosa facevo io d’estate. Io e i miei fratelli eravamo molto fortunati, perché stavamo via tutta l’estate. Quando finiva la scuola ricordo che a casa c’era un fermento operoso, perché chiudere casa per tre mesi era un affare serio. Non so bene cosa facesse mia madre, ma la ricordo in preda all’operosità casalinga senza fine, assieme alla mia tata, che sembrava si preparassero all’invasione della Polonia. Anche ora, che sono (pressochè?) adulta e anche madre e anche potenzialmente casalinga, non riesco ad immaginare cosa facessero tutto il giorno, per almeno una o due settimane, (e questo dovrebbe forse farmi porre delle domande). Cioè, a parte le valige. Comunque a noi bambini questa cosa ci sfiorava appena. Ricordo che mi mettevo in costume e fingevo di nuotare strisciando sul pavimento di marmo, come fanno i gatti quando hanno caldo. Ricordo che alla mattina mi svegliavo nel caldo e nella luce con le finestre spalancate e pregustavo il vuoto di una giornata senza doveri, come solo i bambini possono avere.
Poi si partiva. E le mete erano tre.
Meta numero uno.

La casa di campagna dei nonni era meta ambitissima da noi bambini, perché là c’era l’immensità della campagna, la camera con 4 letti a castello rossi in cui dormire assieme ai cugini, la libertà, il controllo parentale assai allentato, il mistero di una villa antichissima forse popolata dai fantasmi, giochi da inventare, favole da raccontarsi, mondi da immaginare, le biciclette, la fattoria “Mammi” dove andare a comprare il latte (che bisognava bollire e poi togliere la panna) e le uova, ma soprattutto a vedere gli animali e se eri fortunato c’erano anche i cuccioli appena nati di qualche mucca o maiale o cane o gatto. Della Campagna ricordo le nottate tra cugini e il vasino da notte perché era troppo buio per attraversare l’enorme loggia buissima in cui aleggiava il fantasma del Conte Solimei. 
Il vaso da notte si rovesciava puntualmente o qualcuno ci metteva il piede dentro per sbaglio, creando tutta una mitologia infantile che accomuna tutti noi cugini in un lessico famigliare indissolubile. Prima di crollare nel sonno si faceva un gran casino, si raccontavano storie di paura, si dava la caccia al grillo entrato in camera che non faceva dormire, una notte era pure entrato un pipistrello, e c’era sempre quell’odore di zampirone, che non so come non siam morti intossicati, ma era un odore bellissimo. Ricordo le biciclette, un numero imprecisato un po’ di tutte le misure, che ci passavamo a seconda dell’età, ma ne mancava sempre una, quindi c’era per l’ultimo cugino di turno, il mezzo di locomozione sfigato che era un lentissimo monopattino con cui il cugino arrancava lentissimo dietro gli altri, spingendosi con il piede forsennatamente e gridando all’ingiustizia. 
Poi intorno alla casa, nell’immenso parco, c’erano i vari mondi. Diversi, ognuno con la sua luce e con la sua favola da raccontare e la sua avventura da vivere. 
Ricordo la chiesetta, ovvero la cappella privata della villa, quasi sempre chiusa, e dalle cui finestre si spiava dentro e si vedevano paurose effigi e statue buie e arredi di legno scuro, e puzza di muffa e mistero. Dietro la chiesetta, un fico su cui una volta c’era un serpente giallissimo, che ricordava tanto una illustrazione di Adamo ed Eva. Dietro la chiesetta, un campo di grano, IL campo di grano per antonomasia, dorato, giallo perfetto, e dietro ancora, il cielo azzurro, perché eravamo nella bassa modenese, quindi era tutto piatto a perdita d’occhio, e lì capivi come per secoli il mondo poteva davvero essere stato piatto e infinito come la pianura padana. Nel parco c’era un inquietante laghetto artificiale, in mezzo al boschetto, e dentro ci tocciavano  i rami di un salice piangente che a noi bambini sembrava tristissimo per davvero, e tutto intorno c’erano le famose sabbie mobili che inzaccheravano le gambe fino alle ginocchia, e se t’impantanavi e sopravvivevi, dovevi fare i conti con le mamme. Nei periodi di siccità si formava l’isola, e sull’isola ci andavano solo i cugini grandi ovvero mio fratello Giacca e Mattia il Gigante che beveva sempre latte anche al posto dell’acqua. Il laghetto era l’incubo dei genitori, che avevano paura che affogassimo, quindi si era formata tutta un clima di terrore per cui ci si avvicinava solo di nascosto, e comunque sabbie mobili e salice piangente lo avevano fatto diventare la palude della tristezza della Storia Infinita, quindi ci si avvicinava cautamente. Vicino al laghetto c’era l’altalena, perché non c’è infanzia senza altalena, e non c’è infanzia senza i turni, litigi e guerre, per salire sull’altalena. Poi c’erano le stalle. La villa era del ‘700,  con una loggia centrale per far entrare le carrozze, ed una stalla interna per i cavalli. La stalla vecchia era buia, c’era odore di aceto perché c’erano tante bottiglie con le paurosissime madri che facevano l’aceto di vino, e qualche volta noi bambini toglievamo il cappuccio fatto di carta di giornale e infilavamo il dito per assaggiare l’aceto che era un po’ come ubriacarsi col vino rosso. Ci stavano, un po’ accatastate e ingarbugliate tra loro le bici, la pompa e le camere d’aria di ricambio o da aggiustare. C’era l’asse da stiro perché faceva fresco e lì ci si poteva stirare, e c’erano miriadi di attrezzi e oggetti polverosi e sconosciuti, e ogni volta che entravi dovevi stare attento. Poi c’era la stalla nuova, un edificio staccato dalla casa, dietro a dei cipressi  e superato l’albero su cui era stata costruita la casetta sull’albero che però poteva andarci solo il cucino grande perché era pericoloso. Nella stalla nuova c’era più luce, c’era il lavatoio e forse la lavatrice, non ricordo perché a noi bimbi le faccende domestiche non ci tangevano. Ricordo che spesso entravano le libellule giganti e poi battevano sui vetri per uscire. Dietro alla stalla nuova c’era la ghiaia, ovvero un mucchio di ciottoli che non ho mai capito perché fossero lì, ma ci avevano detto che erano molto preziosi, quindi non si potevano spargere in giro, e dunque diventavano molto interessanti ai nostro occhi, e ovviamente li spargevamo in giro. 
Lì accanto c’era la buca della sabbia e la carriola arrugginita. E poi c’era la legnaia, dove ci nascevano sempre i gattini, che, per quanto ne sapevamo, venivano generati spontaneamente dalla legna , e spasimavamo per prenderne uno, ma non c’era verso. Ricordo il bosco di noccioli (poteva essere un bosco solo per noi nani) dove ci mangiavamo chili di nocciole ancora verdi schiacciate sui sassi, e i gelsi piangenti, che erano in realtà dei tepee indiani dentro cui noi femmine ci rifugiavamo e mangiavamo le more di gelso, anche quelle ancora bianche e aspre, e ci sporcavamo la maglietta “con le more che non vengono più via”. Davanti alla casa, sotto la finestra della cucina, era cresciuto un albicocco, famoso perché si raccontava che fosse nato perché la mia mamma da bambina aveva buttato dei noccioli di albicocche dalla finestra. Poi c’era il mondo vicino alla botte e al carro, lungo uno dei fianchi della casa. C’era un grande botte di legno, sicuramente preistorica e un antico carro di legno, su cui si poteva salire solo col permesso, e a fianco un prato grande e incolto con l’erba alta che se ti sdraiavi non ti vedeva nessuno, e dietro quel campo tramontava sempre il sole, quindi era a occidente. Poi c’erano i pioppi cipressini, uno a destra e uno a sinistra del cancello di ferro battuto all’ingresso della villa, ed erano i guardiano della casa, quello più basso era la nonna, quello più alto il nonno. Da lì, partiva il viale di ghiaia bianca (il viale magico che conduceva al nostro mondo magico) delimitato dalle siepi di bosso (quell’odore non si scorda mai) in cui c’erano i nidi di ragni tigre, a righe gialle e nere. Dell’interno della casa ricordo la grande sala, col pianoforte a coda ma senza corde che le avevano rubate i tedeschi durante la guerra, la stanza del camino in cui molto raramente si vedeva un po’ di tv  con una brionvega rossa in bianco e nero, ricordo numerose stanze da letto e lo studio del nonno, in cui a volte ci faceva vedere dei filmini dei Tom e jerry con Super8, era come andare al cinema e si sentiva quel rumore della pellicola che scorre e a volte si ferma. Ricordo la cucina spartana con vecchie pentole di alluminio, e dietro la cucina, la porta quasi come nascosta, come un passaggio segreto, che portava alla stanza da letto della zia Matilde, la sorella di mia nonna, che era sempre un po’ triste. E poi c’era la soffitta, la terribile, affascinante, misteriosa, buia soffitta piena di tesori e dove ci aveva fatto il nido la civetta. Lì tutto era spettrale, la lampadina, sarà stata da 5 watt come le lucine dei cimiteri, chissà poi perché, cosicchè tutto lì dentro faceva paura, dunque era fichissimo. Ci si saliva per una scaletta stretta e oscura, e dovevi farlo di nascosto, che lì c’erano anche cose preziose, o pericolose, o sicuramente segrete.


 Il Solimei, questa era la nostra Isola Che Non c’è, e noi eravamo sia i bimbi sperduti che piterpan, e prendevamo tutti la pastiglia per restare sempre bambini, e cioè la mollica di pane impastata con lo zucchero a velo, ridotta a piccole palline appiccicaticce. Se dovessi far coincidere la fine dell’infanzia più spensierata e magica, direi sicuramente quando i miei nonni hanno venduto il Solimei, io avevo 11 anni.
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21 luglio 2015

Lontano lontano

Vacanze della Gfamily.
LaGfamily è andata in vacanza e ha fatto una cosa nuova. Per me, fare cose nuove è entusiasmante ed eccitante come per un bambino che per la prima volta va in altalena in piedi anziché seduto, ma ovviamente mi fa anche un po’ paura. Non è un caso se quando facevo l’educatrice, le “mie” ragazzine di 15 anni mi chiamavano “la nonna”.
Fare nuove esperienze e cambiare prospettiva pare faccia diventare più intelligenti, e funziona un po’ come la selezione darwiniana: se non muori, ti evolvi. Visto che non basta dormire con la testa al posto dei piedi (del letto, intendo, eh), quest’anno abbiamo deciso di fare due (DUE) settimane al mare (e questo è già un evento rispetto alla settimanella solita, che ora che ti sei abituato e ti è finalmente passata la stitichezza da cambio d’ambiente, è già ora di tornare.) Inoltre, il Gmarito ha proposto un luogo davvero lontanissimo, praticamente superate le Colonne d’Ercole, addirittura dopo Eboli, in un luogo remoto che sono andata a cercarmi sulla cartina geografica politica dell’Italia sul libro di Geografia di Megamind.(solo così si impara geografia, lo sappiamo, andando a vedere se la Campania è davvero di colore arancione come mostra la carta).
Vent’anni fa, anno più, anno meno, il Gmarito, allora giovane ragazzo biondo (si lo, nemmeno io ci credevo che fosse biondo), era stato qui, alla Baia del Silenzio, a Palinuro. Probabilmente avrà dragato di brutto, avrà un sacco di ricordi che prima o poi gli estorcerò, ed è stato felice di sapere che, se non il suo fascino biondo, almeno il luogo esisteva ancora. E valeva la pena di provarlo.
E’ un villaggio di bungalow immerso in un uliveto a picco sul mare, bellissimo panorama mentre scendi verso il mare, momento in cui ti riproponi di fartela a piedi anche al ritorno per rassodare i glutei, cosa che ovviamente non farai alle 13,00 con 39 gradi. Quindi mare, piscina, babyclub (che ovviamente Megamind ha schifato), animazioni più o meno moleste, balli di gruppo in spiaggia, lo yoga mattutino a cui sarei voluta andare ma non sono riuscita, ma poi a vederlo mi è sembrato di più ginnastica per la terza età, pedalò, canoe, campi da tennis e calcetto a disposizione, serate organizzate cui i Fantastici 4 ci costringevano ad andare, compresa la bebidenz a cui superMario non poteva assolutamente mancare.
Quando arrivi in vacanza e hai davanti due settimane, è come se avessi davanti un grande terrazzo, vuoto, sconfinato, pensi di avere tantissimo tempo per fare di tutto, e nel contempo vuoi fare tutto, ottimizzare i tempi, riempire tutte le caselle. Ti alzi presto, fai colazione, mandi Megamind al corso di vela alle 9 in punto, che in spiaggia si arriva nelle ore più fresche si sa. Poi i giorni passano e ti rilassi, indugi sul caffèlatte sulla terrazza, te la prendi comoda, si pranza alle due, tanto chi ci corre dietro, ci sta la penichella che fa un caldo porco, ceni alle nove, insomma ti riposi davvero e dimentichi l’orologio. Arriva venerdì, il finesettimana, ma tanto ci sono ancora altri 7 giorni, ti sembra una eternità. Poi, arriva martedì della seconda settimana, e già cominci a pensare che se non prenoti la gita alle Grotte, poi finisce la vacanza che te le sei perse. Pensi, tra due giorni è venerdì, quindi è il finesettimana, e visto che si parte domenica, la vacanza è quasi finita. Perché il mio cervello ragiona così, e forse è così pure la vita. Il terrazzo sconfinato si riduce ad un balcone, e poi ad una finestrella con vista. Ora sì che vorresti ottimizzare ogni istante, ma l’effetto novità della vacanza si è già trasformato in rilassata abitudine, ti sei già accomodato, l’ordine che tentavi di conservare nel piccolo appartamento i primi giorni, si è trasformato in allegra anarchia. E allora, glie la dai su, e decidi di lasciar correre così i giorni che mancano, senza ottimizzare, senza contar minuti, semplicemente contemplando, senza la paura della noia, nemmeno quella dei bambini, che a noi genitori ci mette in crisi, e gli rispondiamo: ma come, questa bella vacanza, che ti abbiamo pagato PURE il miniclub, e fai tennis, e fai un giro in canoa, e vai tutti i giorni al corso di vela che son già tutte attività pagate.
No. E’ terribile, se ci si pensa.
 Megamind mi sembra un po’ disadattato, perché sta ore con la maschera a guardare il fondo del mare e tentare inutilmente di catturare un granchio sugli scogli. I ragazzetti della loro età se ne stanno in gruppetti a giocare a pingpong. Lui solo, a fantasticare, a sparare acqua col suo mitra, a fare castelli di sabbia da solo.  Ma se ripesco i ricordi dalla memoria anche io ero un po’ così, ci si annoiava, d’estate, da bambini. Si stava ore a contemplare, a guardare, ad oziare nel caldo, annusando l’aria, e inventandosi giochi anche solitari, eppure i miei genitori non se ne preoccupavano un granchè, e nemmeno io. La verità è che per riposarsi, bisogna annoiarsi. Ma nella noia c’è anche dell’altro. La scoperta di se stessi, il tempo per pensare, per vivere il tempo in maniera non consumistica, non come un processo industriale su cui fare un controllo qualità e l’ottimizzazione dei costi. Quante e quali attività ed esperienze nuove riesci a far entrare in 15 giorni, non sono la misura del successo del periodo di vacanza.  E in due settimane c’è tutto quel che serve: l’entusiasmo, la scoperta, la novità, ma poi anche il riposo, il vuoto, la noia, la contemplazione lo “spreco” del tempo.






3 luglio 2015

sento il mare dentro....

Il tempo d’estate è arrivato. Ma nessuna estate è uguale all’altra, i Fantastici 4 crescono, cambiano, si complicano, si arrangiano, si annoiano, si autonomizzano, vanno in crisi; tutto questo in ordine sparso, su più fronti e con tutte le combinazioni possibili. Megamind  è ComplicatedMind, ovvero lui prende tutto molto molto molto seriamente. Lui è un senza pelle, un po’ come me. Si fa turbare molto facilmente, tutto ciò che lo sfiora, dalle esperienze alle emozioni, è come se lo facesse sulla carne viva. Con la conseguenza che nulla è facile, liscio, sereno. E’ un po’ il prezzo da pagare per la profondità dell’anima, ma soccia, per me, madre apprensiva e in colpevolizzazione continua, è sfinente. E quest’anno, in crisi lo ha messo l’oratorio estivo. L’oratorio estivo, quella cosa che nella mia Rossa città non esisteva. Un assolato spazio in cui sperimentare il divertimento ma anche la dura lotta per sopravvivere. Megamind odia il calcio. Odia i giochi organizzati coatti. Odia il tempo libero perché tutti giocano a calcio. Tutti i maschi, giocano a calcio. E visto il suo smisurato amorproprio, lui, se fa una cosa la deve fare perfettamente, o comunque mantenere lo standard dei compagni, sennò getta la spugna. E quindi passa ore ad annoiarsi, mentre tutti i maschi dell’oratorio tirano calci al pallone, capaci o no.  Il Genitore ha di fronte due scelte. Costringerlo, che si fa uomo, che già non c’è più il servizio militare (Genitore maschio). Trovare una alternativa-ovviamente costosa-ma che lo rassereni (Genitore Mamma).
Così Megamind è stato iscritto all’oratorio dei ricchi, che infatti non è un oratorio, ma un campus presso una scuola elementare, in cui pochi bambini molto seguiti vengono coinvolti in attività molto curate, dallo sport ogni giorno diverso, alle attività pseudoagricole (orto, equitazione su pony, far formaggio) e nulla viene lasciato al caso. Paletto, paletti, paletti.
Poi c’è CatWoman, che all’oratorio ci vivrebbe, dedicandosi alle sue attività preferite, mercatini, far braccialetti, spettegolamenti, primi amori, blanda competizione, seduzione degli animatori. Da cui si evince che il mondo femminile ha infinitamente più idee, creatività, varietà di quello maschile.
Lei è libera di essere spettinata, scalza, di mangiare patatine e caramelle che acquista senza controllo coi proventi del mercatino, di digiunare alla mensa, di sporcarsi senza mai lavarsi le mani. Un mondo selvaggio per una bambina selvaggia, che quando torna a casa mi guarda torva coi suoi occhi di ghiaccio quando le dico di andare a lavarsi le mani e disincrostarsi i piedi. Purtroppo una sospetta varicella le ha fatto sospendere questa esperienza di totale anarchia, costringendola a casa con la noiosissima madre.
Meno male che la ZiaMatta (come si definisce lei stessa, eh) l’ha portata al concerto di Lorenzo.
Jovanotti, sì. A San Siro, si.
Sì, ha solo 7 anni.
WonderWoman, che a proposito di paletti, non sa cosa siano, è volata in sardegna con la mia Omonima Amica, madre della sua AMICADELCUORE. Primo volo in aereo. Vacanza con prevalenza femminile, alto tasso di divertimento, sole, ammucchiate nel lettone, shopping libero con la paghetta dei nonni.
Dopo una settimana di gioia pura, cene al ristorante (me la sento tra 5-6 anni che mi dice: “il migliore amico di una donna è un diamante”) oggi, torna a casa, carica di regali per tutti, e probabilmente scura come una nocciola.
E domani, la Gfamily, parte per la Campania. Senza “gn”. CampaNIa.

Pare sia un Regione d’Italia, molto a sud.

8 giugno 2015

celebrazioni di fine anno

Le recite di fine anno. Ho già parlato lungamente dell’incubo della fine dell’anno scolastico, che si porta dietro un corollario di impegni, scadenze, contributi economici, cene di classe, cene di mamme, regali e altro, da moltiplicare (per quest’anno ancora) per tre. Megamind ha finito la quinta, e a tagliare questo traguardo, non c’è più l’esame, visto che è stato sostituito più o meno intenzionalmente dalle Prove Invalsi, un sistema di valutazione Kafkiano in cui non vengono valutati gli alunni, ma gli insegnanti, in base ai risultati degli alunni.
Il risultato è che le maestre suggeriscono ai bambini bravi di far copiare i bambini meno bravi, travestendo il tutto da buona azione verso il compagno sfigato, con la differenza che solo una settimana prima, la stessa buona azione veniva punita con una nota sul diario.
Alla fine della quinta, quindi, dopo avere superato le famose prove Invalsi, che tutti chiamano INVALSE credendo che sia un modo per dire che non valgono una mazza, c’è la festa della Consegna del Diploma.
(Il diploma poi non c’è, ma bisogna immaginarselo)
Mentre mi trovavo in questa aula-teatro con la temperatura e anche l’atmosfera di Marte, ovvero incompatibile con la vita, mentre disperdevo da tutti i pori i miei sali minerali e la mia pazienza, alle 15,30 di un pomeriggio estivo, avrei voluto rendere pubbliche le mie domande interiori, a tutto lo stuolo di nonni, genitori, zii, mentre una novantina di bambini salivano ripetutamente sul palco a garantire ad ognuno una quota di celebrità, con recita di poesie, frasi, pensieri, canzoncine, balletti, sketch.
Perché questa festa assomiglia più ad X.factor, invece che ad una festa di fine anno?  Perché i questi bambini indossano la toga e il tocco, e se glie lo chiediamo non sanno dirti perché? Perché la scuola Italiana, una volta considerata la migliore al mondo, scimmiotta liturgie che non ci appartengono? Perché dobbiamo trasmettere agli scolari Italiani una sudditanza culturale (in questo caso quella americana, che in altri contensti non facciamo che criticare), invece di celebrare la nostra (che ne abbiamo pure di più?) E poi, che c’entra la laurea, seppur americana, con la fine della quinta? Un nonno a fianco a me diceva, mentre trasudava come un prosciutto d’agosto, che ai suoi tempi, la fine della quinta era davvero un traguardo, la maggior parte si preparava a lavorare, e solo due o tre proseguivano con la scuola. Eppure, non c’era tutta questa celebrazione dello scolaro.
E perché non finisce mai, che sono già due ore che sudo, e ancora continuano a salire bambini sul palco (posso dire delle parolacce)?
Ah, dimenticavo, c’è la consegna dei Diplomi, ognuno viene chiamato, e NON riceve un diploma, però tanti applausi e foto, e filmini, e un po’ di notorietà. E poi, c’è la canzoncina di inglese. E poi c’è la merenda. E forse, se non andiamo al pronto soccorso, ce ne andiamo a casa, col tocco di cartone, e la toga in sintetico, blu elettrico.
I ragazzini sono contenti, li aspetta un’estate spensierata, la più spensierata della vita, ed è questa la cosa che devono festeggiare. Perché la spensieratezza è il dono dell’infanzia, una infanzia che comincia già a velarsi di maturità. (almeno così dovrebbe essere)
 Per farlo bastava una canzone in coro (CORO, sottolineo), un gelato, e un bacio alle maestre.  Perché festeggiare è importante, ma bisogna anche saperlo fare. E sapersi pure fare delle domande.

Sono impopolare.

27 maggio 2015

se da ta vo


Sul titolo, solo chi ha visto Franckenstein junior può capire. Oggi voglio parlare dell’ansia. Oltre ad essere un monumento vivente ai sensi di colpa, posso dire che potrei essere la campionessa olimpica dell’ansia. D’altra parte, una che scambia il tuono di un temporale con la caduta di un asteroide svegliando i bambini per farli evacuare nel cuore della notte, non potrebbe che vincere la medaglia d’oro. La mia ansia non è costante né uniforme, dipende dal clima, dal grado di umidità, dal mio peso, dallo stato del disordine della casa, dalle mie ore di sonno, dalla mia cervicale, dall’agitazione e dallo stato di salute dei bambini, dal calendario, da quello che ho sognato la notte, dall’odore dell’ammorbidente, dal livello raggiunto nel cesto della biancheria, dal giorno della settimana, dalla faccia del Gmarito. Ora, dopo un weekend per nulla particolare ma assolutamente sfinente, caotico conflittuale e disordinato, mi sono resa conto che.
Uno. La mia ansia dipende solo apparentemente da fattori esterni,
Due. La mi ansia è direttamente proporzionale alle capacià visive ed uditive: quanto più riesco a ridurle, tanto più mi rilasso
Tre. L’ansia è contagiosa e quindi se io sono nervosa e urlo ai bambini di non urlare, ciò non gioverà, alla mia anisa. (e nemmeno ai bambini)
Quattro. Respirare non serve. Non serviva una mazza quando ero in travaglio, e nemmeno servirà per diminuire l’ansia. Tutt’alpiù posso andare in iperventilazione e svenire. Quello forse, gioverebbe.
Allora ho deciso scrivere un memorandum, non è un manuale, perché un manuale prevede che io sia una esperta, matura, responsabile persona che diffonde buone pratiche già sperimentate.
E io non lo sono, no.
Memorandum dei sedati(a)vi dell’ansia (escludendo sostanze chimiche e punturoni )
1.    Ciò che non posso fare oggi, sicuramente domani potrò farlo con più probabilità
2.    Quando senti che vuoi ucciderli tutti, chiuditi in bagno con un dispositivo collegato a internet e rimanici per 35 minuti, possibilmente con le cuffie auricolari
3.    Quando vedi disordine ovunque posso ricordarmi che:
-       Noti studi pubblicati su facebook sostengono che i disordinati sono più creativi, intelligenti duttili e probabilmente anche più belli degli altri
-       Quando sarò vecchia avrò una casa sempre in ordine (o forse no) ma comunque rimpiangerò i lego sul pavimento
-       Vale la pena mettere a posto solo nelle occasioni in cui ci sono ospiti che possano fugacemente illudersi che la casa sia ordinata, almeno per mezz’ora.
4.    I vestiti lavati rimarranno puliti per poco, quelli sporchi tendono comunque a aumentare indipendentemente da quante lavatrici io riesca a fare in un giorno, in fondo abbiamo gli armadi pieni, ergo, posso benissimo prelevare i vestiti direttamente dalla cesta, piegandoli all’occorrenza, ovvero 5 minuti prima di farli indossare
5.    Visto che non è ancora passato di moda indossare camice stirate, bisogna rassegnarsi. Ma almeno posso tranquillizzarmi pensando che lo farò di notte guardando un film sentimentale.
6.    Anche se i bambini litigano, finchè non scorre il sangue posso ignorarli.
7.    Se per una volta non si mangia verdura, non moriremo tutti per lo scorbuto.
8.    Se il frigo è vuoto, ed è solo mercoledì, vorrà dire che faremo dieta
9.    Quando il Gmarito non ascolta niente di quello che dico, ma finge emettendo suoni disarticolati ad ogni mia pausa, è inutile innervosirsi, posso sempre utilizzare due escamotage. Scrivere un biglietto da attaccare al monitor/pagina del libro/ foglio di giornale. Oppure dire “sono nuda”. Avrò la sua attenzione per almeno due minuti e mezzo.
10.  Se delego alle altre mamme di portare, andare a prendere, accompagnare qualcuno dei miei figli non sono una pessima madre, ma una ottima manager.
11.  E’ stupido chiedersi cosa gli altri-le altre- pensano di me, della mia casa, dei miei figli, dei miei capelli e della mia cellulite. E’ sempre vera la frase: molto sapere, molto affanno.
12.  Quando non trovo una cosa, fracassare tutto quello che si trova sulla mia strada non mi aiuterà. Se la cosa mi serve subito, posso indire due ore di tv/ipad/wii libera, e mettermi a cercarla con metodo (ovvero svuotando ogni contenitore). Se la cosa non mi serve subito, posso farlo nottetempo, quando posso dire parolacce liberamente.
13.  Quando mi sembra di non concludere niente e di essere totalmente inefficacie, fare una torta o dei biscotti può aiutare. A fine giornata, almeno qualcosa avrò combinato. Se dimentico il lievito, è arrivato il momento di uscire di casa per mezz’ora a fare una passeggiata.
14.  Mettere i vestiti nel cassetto non significa che poi devo sclerare per il casino e RISISTEMARE e ORGANIZZARE tutto l’armadio. Gli armadi ordinati esistono solo nei cataloghi ikea.
15.  Se in una giornata ho troppe cose da fare, delegare il più possibile o rimandare le cose che non causano la morte oppure cospicue perdite finanziarie. (O il divorzio)
16.  I vestiti non si danneggiano aspettando di essere stirati. Tutt’alpiù non saranno più congrui alla stagione.
17.  I bambini che non litigano sono di sicuro autistici
18.  Una doccia bollente può sedare l’ansia
19.  Una serata bollente pure
20.  La dieta si può iniziare domani. Molte delle mie amiche hanno perso dieci chili dopo i quarant’anni. C’è sempre tempo. Non è mai troppo tardi.
21.  La colf arriva giovedì. Giovedì. Non è troppo lontano, posso resistere fino a giovedì.
22.  Mettere Elvis a tutto volume aiuta. Perlomeno a sovrastare le urla dei bambini.
23.  Scappare non è mai la soluzione vincente

24.  Domani potrebbe cadere un asteroide, distruggere la mia casa, e allora ma maggior parte delle cose che mi danno ansia sparirebbero, restando solo ciò che conta.

22 maggio 2015

Manuale per il litigio perfetto.

 Come siamo io e il Gmarito? Naturalmente, oltre a piegare ogni tanto le lenzuola, e a stilare lunghe liste dei lavori da fare in casa che, invece di accorciarsi, si allungano ormai dal lontano 2012, conduciamo la nostra vita matrimoniale come tutti: a volte come una corsa ad ostacoli, a volte come in un labirinto in cui ci perdiamo, a volte come nel Paradiso terrestre, a volte come Romeo e Giulietta, a volte come Masha e l’Orso (Provvedere, su youtube, possibilmente in lingua russa, che si avvicina di più alla natura delle nostre dinamiche).
Devo dire che abbiamo la fortuna di viaggiare come la corrente alternata (non so se l’esempio è pertinente perché in campo elettrico sono un disastro, in educazione tecnica ho costruito un solo circuito e la lampadina-che si trovava piantata sulla cartina geografica dell’Italia, in corrispondenza di RomaCapitale, si bruciò appena pigiato il pulsante).
Quando io sono giù di morale e in preda ad ambasce esistenziali, lui è super sorridente e propositivo, quando lui si fa prendere dalle angosce sul cosmo e sulla fine del mondo/esplosione della terra/paura di accertamenti di Equitalia, io sono nella fase donna pratica e casalinga che sforna biscotti e pizze e annusa tutti gli ammorbidenti del supermercato per trovare l’autentica fragranza della lavanda della Provenza. Quando il gmarito decide di dedicarsi al faidate perdendosi a contemplare il reparto di viti e bulloni per 45 minuti, (cosa che di solito succede a me, che subisco il fascino indiscusso derivante da 15 diversi tipi di rondelle e tasselli e dadi e viti di cui non capisco l’esatto uso, ma mi paiono intrinsecamente bellissimi), io invece sono nel trip spirituale e leggo solo libri di poesie. Questo potrebbe portare a feroci dissidi con lancio di piatti, mi rendo conto, e non nego che talvolta succeda, soprattutto quando uno dei due piomba in una situazione letargica per carenza di sonno, e resta ko sul lettone lasciando che la casa cada in mano ai barbari, mentre la controparte vuole andare ad una mostra d’arte con tutti i bambini, che è ora di fargli fare cose culturali.
Ma più spesso, accade che l’uno trascini l’altro reciprocamente in un circolo virtuoso che genera un equilibrio quasi perfetto, a patto che ognuno rinunci almeno un po’ ai suoi trip di natura più meno egotica. Su questo blog non troverete mai i resoconti dei litigi o delle delusioni di carattere sentimentale, è ovvio.
Se non –in alcuni casi- quando già digeriti, pacificati, e riletti nella veste rasserenata e a volte ironica di una difficoltà superata, che in seguito che ha resi più vicini.
Ripenso ai miei nonni materni, che si punzecchiavano in continuazione, alla modalità ormai affettuosa e leggera e velata di ironia con cui litigavano, come se fosse qualcosa che rimaneva comunque sullo sfondo, senza mai un offesa, una parolaccia, una parola o un gesto che potesse provocare una vera ferita da ricucire, come se litigassero già con la prospettiva della pace fatta. Anni e anni di allenamento.
Se fossero ancora qui, mi farei scrivere un manuale.
(Da non sottovalutare, la presunta sordità del nonno C.A. E la colazione a base di focaccia e grappa della nonna Anny)
Siparietto tipo uno
-C.a. dammi una di quelle mele, che diventan vecchie. Ecco, lo sapevo, son cattive, vero? Non le compro più da quel verduraio.-
-Eh? Cosa hai detto anni? Non sento il telegiornale.-
-No, niente C.A., niente guarda il tuo telegiornale.-
-Sì, comunque, Anny, son buonissime queste mele. Comprale ancora, dov’è che le hai prese?.-
Siparietto tipo due
-Ah, mi ha chiamato La Claudia Gatti, poverina, sai cosa le è successo?-
-Cos’è che dici, Anny?- (leggendo il giornale)
-La Claudia Gatti. Mi ha chiamato. Poverina.-
-La Flavia?-
-No, la Claudia. CLAUDIA. CLAUDIA GATTI-
-E chi è? Non la conosco mica-
-Ma la cugina della cognata dell’Aurelia, C.A.!-
-Non la conosco, Anny, non la conosco.-
-Vabè, C.A.-
(pausa, concentrazione sul giornale)

-Anny, amore, sai cosa? E’ un sacco di tempo che non chiami la Claudia Gatti. Chissà come sta. Chiamala, stasera-