21 luglio 2015

Lontano lontano

Vacanze della Gfamily.
LaGfamily è andata in vacanza e ha fatto una cosa nuova. Per me, fare cose nuove è entusiasmante ed eccitante come per un bambino che per la prima volta va in altalena in piedi anziché seduto, ma ovviamente mi fa anche un po’ paura. Non è un caso se quando facevo l’educatrice, le “mie” ragazzine di 15 anni mi chiamavano “la nonna”.
Fare nuove esperienze e cambiare prospettiva pare faccia diventare più intelligenti, e funziona un po’ come la selezione darwiniana: se non muori, ti evolvi. Visto che non basta dormire con la testa al posto dei piedi (del letto, intendo, eh), quest’anno abbiamo deciso di fare due (DUE) settimane al mare (e questo è già un evento rispetto alla settimanella solita, che ora che ti sei abituato e ti è finalmente passata la stitichezza da cambio d’ambiente, è già ora di tornare.) Inoltre, il Gmarito ha proposto un luogo davvero lontanissimo, praticamente superate le Colonne d’Ercole, addirittura dopo Eboli, in un luogo remoto che sono andata a cercarmi sulla cartina geografica politica dell’Italia sul libro di Geografia di Megamind.(solo così si impara geografia, lo sappiamo, andando a vedere se la Campania è davvero di colore arancione come mostra la carta).
Vent’anni fa, anno più, anno meno, il Gmarito, allora giovane ragazzo biondo (si lo, nemmeno io ci credevo che fosse biondo), era stato qui, alla Baia del Silenzio, a Palinuro. Probabilmente avrà dragato di brutto, avrà un sacco di ricordi che prima o poi gli estorcerò, ed è stato felice di sapere che, se non il suo fascino biondo, almeno il luogo esisteva ancora. E valeva la pena di provarlo.
E’ un villaggio di bungalow immerso in un uliveto a picco sul mare, bellissimo panorama mentre scendi verso il mare, momento in cui ti riproponi di fartela a piedi anche al ritorno per rassodare i glutei, cosa che ovviamente non farai alle 13,00 con 39 gradi. Quindi mare, piscina, babyclub (che ovviamente Megamind ha schifato), animazioni più o meno moleste, balli di gruppo in spiaggia, lo yoga mattutino a cui sarei voluta andare ma non sono riuscita, ma poi a vederlo mi è sembrato di più ginnastica per la terza età, pedalò, canoe, campi da tennis e calcetto a disposizione, serate organizzate cui i Fantastici 4 ci costringevano ad andare, compresa la bebidenz a cui superMario non poteva assolutamente mancare.
Quando arrivi in vacanza e hai davanti due settimane, è come se avessi davanti un grande terrazzo, vuoto, sconfinato, pensi di avere tantissimo tempo per fare di tutto, e nel contempo vuoi fare tutto, ottimizzare i tempi, riempire tutte le caselle. Ti alzi presto, fai colazione, mandi Megamind al corso di vela alle 9 in punto, che in spiaggia si arriva nelle ore più fresche si sa. Poi i giorni passano e ti rilassi, indugi sul caffèlatte sulla terrazza, te la prendi comoda, si pranza alle due, tanto chi ci corre dietro, ci sta la penichella che fa un caldo porco, ceni alle nove, insomma ti riposi davvero e dimentichi l’orologio. Arriva venerdì, il finesettimana, ma tanto ci sono ancora altri 7 giorni, ti sembra una eternità. Poi, arriva martedì della seconda settimana, e già cominci a pensare che se non prenoti la gita alle Grotte, poi finisce la vacanza che te le sei perse. Pensi, tra due giorni è venerdì, quindi è il finesettimana, e visto che si parte domenica, la vacanza è quasi finita. Perché il mio cervello ragiona così, e forse è così pure la vita. Il terrazzo sconfinato si riduce ad un balcone, e poi ad una finestrella con vista. Ora sì che vorresti ottimizzare ogni istante, ma l’effetto novità della vacanza si è già trasformato in rilassata abitudine, ti sei già accomodato, l’ordine che tentavi di conservare nel piccolo appartamento i primi giorni, si è trasformato in allegra anarchia. E allora, glie la dai su, e decidi di lasciar correre così i giorni che mancano, senza ottimizzare, senza contar minuti, semplicemente contemplando, senza la paura della noia, nemmeno quella dei bambini, che a noi genitori ci mette in crisi, e gli rispondiamo: ma come, questa bella vacanza, che ti abbiamo pagato PURE il miniclub, e fai tennis, e fai un giro in canoa, e vai tutti i giorni al corso di vela che son già tutte attività pagate.
No. E’ terribile, se ci si pensa.
 Megamind mi sembra un po’ disadattato, perché sta ore con la maschera a guardare il fondo del mare e tentare inutilmente di catturare un granchio sugli scogli. I ragazzetti della loro età se ne stanno in gruppetti a giocare a pingpong. Lui solo, a fantasticare, a sparare acqua col suo mitra, a fare castelli di sabbia da solo.  Ma se ripesco i ricordi dalla memoria anche io ero un po’ così, ci si annoiava, d’estate, da bambini. Si stava ore a contemplare, a guardare, ad oziare nel caldo, annusando l’aria, e inventandosi giochi anche solitari, eppure i miei genitori non se ne preoccupavano un granchè, e nemmeno io. La verità è che per riposarsi, bisogna annoiarsi. Ma nella noia c’è anche dell’altro. La scoperta di se stessi, il tempo per pensare, per vivere il tempo in maniera non consumistica, non come un processo industriale su cui fare un controllo qualità e l’ottimizzazione dei costi. Quante e quali attività ed esperienze nuove riesci a far entrare in 15 giorni, non sono la misura del successo del periodo di vacanza.  E in due settimane c’è tutto quel che serve: l’entusiasmo, la scoperta, la novità, ma poi anche il riposo, il vuoto, la noia, la contemplazione lo “spreco” del tempo.






3 luglio 2015

sento il mare dentro....

Il tempo d’estate è arrivato. Ma nessuna estate è uguale all’altra, i Fantastici 4 crescono, cambiano, si complicano, si arrangiano, si annoiano, si autonomizzano, vanno in crisi; tutto questo in ordine sparso, su più fronti e con tutte le combinazioni possibili. Megamind  è ComplicatedMind, ovvero lui prende tutto molto molto molto seriamente. Lui è un senza pelle, un po’ come me. Si fa turbare molto facilmente, tutto ciò che lo sfiora, dalle esperienze alle emozioni, è come se lo facesse sulla carne viva. Con la conseguenza che nulla è facile, liscio, sereno. E’ un po’ il prezzo da pagare per la profondità dell’anima, ma soccia, per me, madre apprensiva e in colpevolizzazione continua, è sfinente. E quest’anno, in crisi lo ha messo l’oratorio estivo. L’oratorio estivo, quella cosa che nella mia Rossa città non esisteva. Un assolato spazio in cui sperimentare il divertimento ma anche la dura lotta per sopravvivere. Megamind odia il calcio. Odia i giochi organizzati coatti. Odia il tempo libero perché tutti giocano a calcio. Tutti i maschi, giocano a calcio. E visto il suo smisurato amorproprio, lui, se fa una cosa la deve fare perfettamente, o comunque mantenere lo standard dei compagni, sennò getta la spugna. E quindi passa ore ad annoiarsi, mentre tutti i maschi dell’oratorio tirano calci al pallone, capaci o no.  Il Genitore ha di fronte due scelte. Costringerlo, che si fa uomo, che già non c’è più il servizio militare (Genitore maschio). Trovare una alternativa-ovviamente costosa-ma che lo rassereni (Genitore Mamma).
Così Megamind è stato iscritto all’oratorio dei ricchi, che infatti non è un oratorio, ma un campus presso una scuola elementare, in cui pochi bambini molto seguiti vengono coinvolti in attività molto curate, dallo sport ogni giorno diverso, alle attività pseudoagricole (orto, equitazione su pony, far formaggio) e nulla viene lasciato al caso. Paletto, paletti, paletti.
Poi c’è CatWoman, che all’oratorio ci vivrebbe, dedicandosi alle sue attività preferite, mercatini, far braccialetti, spettegolamenti, primi amori, blanda competizione, seduzione degli animatori. Da cui si evince che il mondo femminile ha infinitamente più idee, creatività, varietà di quello maschile.
Lei è libera di essere spettinata, scalza, di mangiare patatine e caramelle che acquista senza controllo coi proventi del mercatino, di digiunare alla mensa, di sporcarsi senza mai lavarsi le mani. Un mondo selvaggio per una bambina selvaggia, che quando torna a casa mi guarda torva coi suoi occhi di ghiaccio quando le dico di andare a lavarsi le mani e disincrostarsi i piedi. Purtroppo una sospetta varicella le ha fatto sospendere questa esperienza di totale anarchia, costringendola a casa con la noiosissima madre.
Meno male che la ZiaMatta (come si definisce lei stessa, eh) l’ha portata al concerto di Lorenzo.
Jovanotti, sì. A San Siro, si.
Sì, ha solo 7 anni.
WonderWoman, che a proposito di paletti, non sa cosa siano, è volata in sardegna con la mia Omonima Amica, madre della sua AMICADELCUORE. Primo volo in aereo. Vacanza con prevalenza femminile, alto tasso di divertimento, sole, ammucchiate nel lettone, shopping libero con la paghetta dei nonni.
Dopo una settimana di gioia pura, cene al ristorante (me la sento tra 5-6 anni che mi dice: “il migliore amico di una donna è un diamante”) oggi, torna a casa, carica di regali per tutti, e probabilmente scura come una nocciola.
E domani, la Gfamily, parte per la Campania. Senza “gn”. CampaNIa.

Pare sia un Regione d’Italia, molto a sud.

8 giugno 2015

celebrazioni di fine anno

Le recite di fine anno. Ho già parlato lungamente dell’incubo della fine dell’anno scolastico, che si porta dietro un corollario di impegni, scadenze, contributi economici, cene di classe, cene di mamme, regali e altro, da moltiplicare (per quest’anno ancora) per tre. Megamind ha finito la quinta, e a tagliare questo traguardo, non c’è più l’esame, visto che è stato sostituito più o meno intenzionalmente dalle Prove Invalsi, un sistema di valutazione Kafkiano in cui non vengono valutati gli alunni, ma gli insegnanti, in base ai risultati degli alunni.
Il risultato è che le maestre suggeriscono ai bambini bravi di far copiare i bambini meno bravi, travestendo il tutto da buona azione verso il compagno sfigato, con la differenza che solo una settimana prima, la stessa buona azione veniva punita con una nota sul diario.
Alla fine della quinta, quindi, dopo avere superato le famose prove Invalsi, che tutti chiamano INVALSE credendo che sia un modo per dire che non valgono una mazza, c’è la festa della Consegna del Diploma.
(Il diploma poi non c’è, ma bisogna immaginarselo)
Mentre mi trovavo in questa aula-teatro con la temperatura e anche l’atmosfera di Marte, ovvero incompatibile con la vita, mentre disperdevo da tutti i pori i miei sali minerali e la mia pazienza, alle 15,30 di un pomeriggio estivo, avrei voluto rendere pubbliche le mie domande interiori, a tutto lo stuolo di nonni, genitori, zii, mentre una novantina di bambini salivano ripetutamente sul palco a garantire ad ognuno una quota di celebrità, con recita di poesie, frasi, pensieri, canzoncine, balletti, sketch.
Perché questa festa assomiglia più ad X.factor, invece che ad una festa di fine anno?  Perché i questi bambini indossano la toga e il tocco, e se glie lo chiediamo non sanno dirti perché? Perché la scuola Italiana, una volta considerata la migliore al mondo, scimmiotta liturgie che non ci appartengono? Perché dobbiamo trasmettere agli scolari Italiani una sudditanza culturale (in questo caso quella americana, che in altri contensti non facciamo che criticare), invece di celebrare la nostra (che ne abbiamo pure di più?) E poi, che c’entra la laurea, seppur americana, con la fine della quinta? Un nonno a fianco a me diceva, mentre trasudava come un prosciutto d’agosto, che ai suoi tempi, la fine della quinta era davvero un traguardo, la maggior parte si preparava a lavorare, e solo due o tre proseguivano con la scuola. Eppure, non c’era tutta questa celebrazione dello scolaro.
E perché non finisce mai, che sono già due ore che sudo, e ancora continuano a salire bambini sul palco (posso dire delle parolacce)?
Ah, dimenticavo, c’è la consegna dei Diplomi, ognuno viene chiamato, e NON riceve un diploma, però tanti applausi e foto, e filmini, e un po’ di notorietà. E poi, c’è la canzoncina di inglese. E poi c’è la merenda. E forse, se non andiamo al pronto soccorso, ce ne andiamo a casa, col tocco di cartone, e la toga in sintetico, blu elettrico.
I ragazzini sono contenti, li aspetta un’estate spensierata, la più spensierata della vita, ed è questa la cosa che devono festeggiare. Perché la spensieratezza è il dono dell’infanzia, una infanzia che comincia già a velarsi di maturità. (almeno così dovrebbe essere)
 Per farlo bastava una canzone in coro (CORO, sottolineo), un gelato, e un bacio alle maestre.  Perché festeggiare è importante, ma bisogna anche saperlo fare. E sapersi pure fare delle domande.

Sono impopolare.

27 maggio 2015

se da ta vo


Sul titolo, solo chi ha visto Franckenstein junior può capire. Oggi voglio parlare dell’ansia. Oltre ad essere un monumento vivente ai sensi di colpa, posso dire che potrei essere la campionessa olimpica dell’ansia. D’altra parte, una che scambia il tuono di un temporale con la caduta di un asteroide svegliando i bambini per farli evacuare nel cuore della notte, non potrebbe che vincere la medaglia d’oro. La mia ansia non è costante né uniforme, dipende dal clima, dal grado di umidità, dal mio peso, dallo stato del disordine della casa, dalle mie ore di sonno, dalla mia cervicale, dall’agitazione e dallo stato di salute dei bambini, dal calendario, da quello che ho sognato la notte, dall’odore dell’ammorbidente, dal livello raggiunto nel cesto della biancheria, dal giorno della settimana, dalla faccia del Gmarito. Ora, dopo un weekend per nulla particolare ma assolutamente sfinente, caotico conflittuale e disordinato, mi sono resa conto che.
Uno. La mia ansia dipende solo apparentemente da fattori esterni,
Due. La mi ansia è direttamente proporzionale alle capacià visive ed uditive: quanto più riesco a ridurle, tanto più mi rilasso
Tre. L’ansia è contagiosa e quindi se io sono nervosa e urlo ai bambini di non urlare, ciò non gioverà, alla mia anisa. (e nemmeno ai bambini)
Quattro. Respirare non serve. Non serviva una mazza quando ero in travaglio, e nemmeno servirà per diminuire l’ansia. Tutt’alpiù posso andare in iperventilazione e svenire. Quello forse, gioverebbe.
Allora ho deciso scrivere un memorandum, non è un manuale, perché un manuale prevede che io sia una esperta, matura, responsabile persona che diffonde buone pratiche già sperimentate.
E io non lo sono, no.
Memorandum dei sedati(a)vi dell’ansia (escludendo sostanze chimiche e punturoni )
1.    Ciò che non posso fare oggi, sicuramente domani potrò farlo con più probabilità
2.    Quando senti che vuoi ucciderli tutti, chiuditi in bagno con un dispositivo collegato a internet e rimanici per 35 minuti, possibilmente con le cuffie auricolari
3.    Quando vedi disordine ovunque posso ricordarmi che:
-       Noti studi pubblicati su facebook sostengono che i disordinati sono più creativi, intelligenti duttili e probabilmente anche più belli degli altri
-       Quando sarò vecchia avrò una casa sempre in ordine (o forse no) ma comunque rimpiangerò i lego sul pavimento
-       Vale la pena mettere a posto solo nelle occasioni in cui ci sono ospiti che possano fugacemente illudersi che la casa sia ordinata, almeno per mezz’ora.
4.    I vestiti lavati rimarranno puliti per poco, quelli sporchi tendono comunque a aumentare indipendentemente da quante lavatrici io riesca a fare in un giorno, in fondo abbiamo gli armadi pieni, ergo, posso benissimo prelevare i vestiti direttamente dalla cesta, piegandoli all’occorrenza, ovvero 5 minuti prima di farli indossare
5.    Visto che non è ancora passato di moda indossare camice stirate, bisogna rassegnarsi. Ma almeno posso tranquillizzarmi pensando che lo farò di notte guardando un film sentimentale.
6.    Anche se i bambini litigano, finchè non scorre il sangue posso ignorarli.
7.    Se per una volta non si mangia verdura, non moriremo tutti per lo scorbuto.
8.    Se il frigo è vuoto, ed è solo mercoledì, vorrà dire che faremo dieta
9.    Quando il Gmarito non ascolta niente di quello che dico, ma finge emettendo suoni disarticolati ad ogni mia pausa, è inutile innervosirsi, posso sempre utilizzare due escamotage. Scrivere un biglietto da attaccare al monitor/pagina del libro/ foglio di giornale. Oppure dire “sono nuda”. Avrò la sua attenzione per almeno due minuti e mezzo.
10.  Se delego alle altre mamme di portare, andare a prendere, accompagnare qualcuno dei miei figli non sono una pessima madre, ma una ottima manager.
11.  E’ stupido chiedersi cosa gli altri-le altre- pensano di me, della mia casa, dei miei figli, dei miei capelli e della mia cellulite. E’ sempre vera la frase: molto sapere, molto affanno.
12.  Quando non trovo una cosa, fracassare tutto quello che si trova sulla mia strada non mi aiuterà. Se la cosa mi serve subito, posso indire due ore di tv/ipad/wii libera, e mettermi a cercarla con metodo (ovvero svuotando ogni contenitore). Se la cosa non mi serve subito, posso farlo nottetempo, quando posso dire parolacce liberamente.
13.  Quando mi sembra di non concludere niente e di essere totalmente inefficacie, fare una torta o dei biscotti può aiutare. A fine giornata, almeno qualcosa avrò combinato. Se dimentico il lievito, è arrivato il momento di uscire di casa per mezz’ora a fare una passeggiata.
14.  Mettere i vestiti nel cassetto non significa che poi devo sclerare per il casino e RISISTEMARE e ORGANIZZARE tutto l’armadio. Gli armadi ordinati esistono solo nei cataloghi ikea.
15.  Se in una giornata ho troppe cose da fare, delegare il più possibile o rimandare le cose che non causano la morte oppure cospicue perdite finanziarie. (O il divorzio)
16.  I vestiti non si danneggiano aspettando di essere stirati. Tutt’alpiù non saranno più congrui alla stagione.
17.  I bambini che non litigano sono di sicuro autistici
18.  Una doccia bollente può sedare l’ansia
19.  Una serata bollente pure
20.  La dieta si può iniziare domani. Molte delle mie amiche hanno perso dieci chili dopo i quarant’anni. C’è sempre tempo. Non è mai troppo tardi.
21.  La colf arriva giovedì. Giovedì. Non è troppo lontano, posso resistere fino a giovedì.
22.  Mettere Elvis a tutto volume aiuta. Perlomeno a sovrastare le urla dei bambini.
23.  Scappare non è mai la soluzione vincente

24.  Domani potrebbe cadere un asteroide, distruggere la mia casa, e allora ma maggior parte delle cose che mi danno ansia sparirebbero, restando solo ciò che conta.

22 maggio 2015

Manuale per il litigio perfetto.

 Come siamo io e il Gmarito? Naturalmente, oltre a piegare ogni tanto le lenzuola, e a stilare lunghe liste dei lavori da fare in casa che, invece di accorciarsi, si allungano ormai dal lontano 2012, conduciamo la nostra vita matrimoniale come tutti: a volte come una corsa ad ostacoli, a volte come in un labirinto in cui ci perdiamo, a volte come nel Paradiso terrestre, a volte come Romeo e Giulietta, a volte come Masha e l’Orso (Provvedere, su youtube, possibilmente in lingua russa, che si avvicina di più alla natura delle nostre dinamiche).
Devo dire che abbiamo la fortuna di viaggiare come la corrente alternata (non so se l’esempio è pertinente perché in campo elettrico sono un disastro, in educazione tecnica ho costruito un solo circuito e la lampadina-che si trovava piantata sulla cartina geografica dell’Italia, in corrispondenza di RomaCapitale, si bruciò appena pigiato il pulsante).
Quando io sono giù di morale e in preda ad ambasce esistenziali, lui è super sorridente e propositivo, quando lui si fa prendere dalle angosce sul cosmo e sulla fine del mondo/esplosione della terra/paura di accertamenti di Equitalia, io sono nella fase donna pratica e casalinga che sforna biscotti e pizze e annusa tutti gli ammorbidenti del supermercato per trovare l’autentica fragranza della lavanda della Provenza. Quando il gmarito decide di dedicarsi al faidate perdendosi a contemplare il reparto di viti e bulloni per 45 minuti, (cosa che di solito succede a me, che subisco il fascino indiscusso derivante da 15 diversi tipi di rondelle e tasselli e dadi e viti di cui non capisco l’esatto uso, ma mi paiono intrinsecamente bellissimi), io invece sono nel trip spirituale e leggo solo libri di poesie. Questo potrebbe portare a feroci dissidi con lancio di piatti, mi rendo conto, e non nego che talvolta succeda, soprattutto quando uno dei due piomba in una situazione letargica per carenza di sonno, e resta ko sul lettone lasciando che la casa cada in mano ai barbari, mentre la controparte vuole andare ad una mostra d’arte con tutti i bambini, che è ora di fargli fare cose culturali.
Ma più spesso, accade che l’uno trascini l’altro reciprocamente in un circolo virtuoso che genera un equilibrio quasi perfetto, a patto che ognuno rinunci almeno un po’ ai suoi trip di natura più meno egotica. Su questo blog non troverete mai i resoconti dei litigi o delle delusioni di carattere sentimentale, è ovvio.
Se non –in alcuni casi- quando già digeriti, pacificati, e riletti nella veste rasserenata e a volte ironica di una difficoltà superata, che in seguito che ha resi più vicini.
Ripenso ai miei nonni materni, che si punzecchiavano in continuazione, alla modalità ormai affettuosa e leggera e velata di ironia con cui litigavano, come se fosse qualcosa che rimaneva comunque sullo sfondo, senza mai un offesa, una parolaccia, una parola o un gesto che potesse provocare una vera ferita da ricucire, come se litigassero già con la prospettiva della pace fatta. Anni e anni di allenamento.
Se fossero ancora qui, mi farei scrivere un manuale.
(Da non sottovalutare, la presunta sordità del nonno C.A. E la colazione a base di focaccia e grappa della nonna Anny)
Siparietto tipo uno
-C.a. dammi una di quelle mele, che diventan vecchie. Ecco, lo sapevo, son cattive, vero? Non le compro più da quel verduraio.-
-Eh? Cosa hai detto anni? Non sento il telegiornale.-
-No, niente C.A., niente guarda il tuo telegiornale.-
-Sì, comunque, Anny, son buonissime queste mele. Comprale ancora, dov’è che le hai prese?.-
Siparietto tipo due
-Ah, mi ha chiamato La Claudia Gatti, poverina, sai cosa le è successo?-
-Cos’è che dici, Anny?- (leggendo il giornale)
-La Claudia Gatti. Mi ha chiamato. Poverina.-
-La Flavia?-
-No, la Claudia. CLAUDIA. CLAUDIA GATTI-
-E chi è? Non la conosco mica-
-Ma la cugina della cognata dell’Aurelia, C.A.!-
-Non la conosco, Anny, non la conosco.-
-Vabè, C.A.-
(pausa, concentrazione sul giornale)

-Anny, amore, sai cosa? E’ un sacco di tempo che non chiami la Claudia Gatti. Chissà come sta. Chiamala, stasera-

Cyclofelicità

Ho scoperto che nella ridente cittadina in cui la gfamily prospera, esiste un luogo chiamato ciclofficina popolare. Il nome già mi riporta a qualcosa d’antan, un po’ come nuovo cinema paradiso, non so. Mi suscita immagini alla Rockwell (e se non sapete chi è, provvedete, vi darò una mano pubblicando una sua opera), gelaterie anni ’50, la graziella rosa che avevo in campagna, vestiti a ruota, e merende a base di pane e marmellata. Sembra che non c’entri niente, ma il mio cervello funziona così, mi dicono si chiami brain storming. O comunque è una di quelle terapie che si fanno coi pazzi.
In ogni caso, cos’è la ciclofficina popolare?
E’ prima di tutto un ‘idea.
Quella di avere un luogo in cui potere riparare la propria bicicletta, utilizzando risorse e materiali e attrezzature condivise e condivisibili, un luogo dove imparare cos’è una camera d’aria e a ripararla, e a fare altre cose che non so, in quanto la mia capacità di manutenzione della bici si riduce a gonfiare le gomme, e rimetter su la catena quando scende (e questa è la mia massima performance tecnica). Ovviamente la ciclofficina è più di tutto questo. Il ragazzo che l’ha fatta nascere, ha ideato un luogo in cui le bici risorgono, è un po’ come un Don Mazzi delle biciclette.
Lui recupera vecchi inutili rottami abbandonati, che per tutti sono da discarica, li guarda e vede altro. Vede una potenzialità, vede l’anima della bicicletta e le dà una seconda chance. La porta nell’ officina, la smonta, la cura, la scrosta,  la ripara, sostituisce i pezzi senza speranza, la dipinge, la restaura. Si accettano anche donazioni e baratti.
E’ così che ho portato a riparare la biciclettina, già riciclata, di Catwoman, e mi sono portata a casa una bici di taglia più grande e più adatta a lei, un modello che io chiamo modello E.T., lasciando un rimborso spese per la sostituzione della camera d’aria.
Nel frattempo forse qualche altro bambino di taglia inferiore si porterà a casa la bici più piccola.

La ciclofficina organizza anche corsi, accetta qualsiasi forma di collaborazione, nell’ottica della condivisioni delle competenze, del riuso, della creatività, del recupero della manualità e della relativizzazione del consumo coatto. Ciò che mi ha fatto innamorare di questa idea, non è tanto l’occasione per risparmiare, ma soprattutto la rivalutazione della gratuità. Perché oggi, ciò che non costa niente in termini economici, sembra non avere alcun valore. Quando invece dovrebbe essere chiaro che il tempo che si dedica a qualcuno o qualcosa-che è la vita- è la misura di ogni cosa.





14 maggio 2015

microcosmo con carpe

Esiste un posto che sembra un parco, ma invece è un microcosmo utopistico.
E’ un parco. Con scivoli, alberi, un piccolo stagno con dei pesci rossi e delle carpe grosse come tonni (un po’ transgeniche a forza di mangiare merendine all’olio di Palma dei bambini). C’è la casetta dei bimbi, molti fiori profumati, cespugli, piante, un ponticello tibetano, una permanente piccola colonia di gatti perennemente in calore, c’è un piccolo “zoo” con animali da compagnia, pony, pavoni, voliere con pappagallini, papere, in recinti puliti ed estetici, che sembrano le illustrazioni del libro per bambini “nella vecchia fattoria”. Il parco è aperto a tutti ma è all’interno di una struttura, i bambini entrano, ma non possono scappare via da nessun cancello aperto. Nel parco, c’è una tettoia con un palcoscenico. C’è un bagno pulito. C’è un piccolo chiosco che vende dannosi zuccheri sotto varie forme, gelati e caffè. C’è anche un bar. E, a circondare il tutto, ci sono tante porte e finestre con sui davanzali piccoli vasetti di fiori. E in queste mini abitazioni organizzate in un mini condominio, abitano i vecchietti del Melo. Capitano cose che si pensano possibili solo in un piccolo paese degli anni ’50, oppure nel cartone di Heidy. Una bambina (nella fattispecie Catwoman) cade in bicicletta, sfiorando lo spigolo della fioriera si pietra con le meningi, ed una nonnina 95enne che passeggia per il mini vialetto davanti al suo alloggio, (dopo avere resentato il collasso coronarico), la soccorre e le offre due cioccolatini. Capita che a volte uno dei Fantastici 4 si soffermi nel salone adiacente al bar, dove i nonnini cantano “ O mia bela Madunina” battendo le mani, o altre canzoni anteguerra che parlano di amori perduti. Capita di incontrare vecchietti in carrozzina, che non parlano più e stanno con la bocca aperta, tornati bambini, che si fermano a guardare la vita, ovvero la marmaglia di bambini che ride, corre e urla davanti ai loro occhi. Capita che-così come dovrebbe essere- vecchi e bambini vivano assieme e condividano gli stessi spazi. Non solo vecchietti efficienti e pimpanti ancora in grado di svolgere una funzione ritenuta utile per questa società, come i supernonni tuttofare che siamo abituati a vedere nei parchi. Qui si parla degli ultimi. Di persone che- con la scusa della necessità di una assistenza- vengono di solito tenute nascoste, o separate, persone a volte dall’aspetto sgradevole, persone che suscitano domande (Wonderwoman che chiede col suo tono di voce: Mamma ma quel nonnino lì sta per morire,vero?). E’ un micromondo ideale, che mi commuove, un micromondo in cui sono coltivati i valori per una società che ci rende più umani, in cui la debolezza e la vecchiezza (neologismo di mio conio) non sono una vergogna, ma solo un diverso aspetto dell’esistenza, un mondo in cui l’uomo è pienamente uomo,  indipendentemente da ciò che sa fare, dal suo aspetto fisico, dal dolore. Un mondo in cui forse l’eutanasia non verrebbe presa mai in considerazione, né come diritto, né come soluzione.

Un mondo in cui si impara ad amare e ad essere amati in maniera autentica.

13 maggio 2015

cose che sanno fare (e tu no)

Perchè le mamme pensano (erroneamente) che i loro figli siano sempre dei geni? O dei bambini straordinari? Fuori dal comune? Di una sensibilità incredibile? Speciali?
Questa sarà uno dei migliaia di errori fatali che ci verrà imputato.
Notoriamente, il pensare che i propri rampolli siano persone incredibilmente in gamba, e agire di conseguenza, li renderà degli sfigati. Gay repressi. O bamboccioni.

Ecco il perchè.
Quando nascono sono animaletti che dipendono da noi mamme.
Il fatto che non ci rassegniamo che possano crescere, ci fa credere che, quando faranno "uno" col pollice alla domanda quanti anni hai? siano dei geni della matematica e quindi saranno certamente destinati a fare gli astrofisici e inventare il teletrasporto.
I primi passi sono un miracolo della natura, quasi che  l'evoluzione dell'homo erectus sia un' invenzione di nostro figlio.
Se prende in mano un libro, è un intellettuale, forse bisognerà fargli saltare la prima per andare direttamente in terza.
Questo perchè l'altro ieri sapeva solo ciucciare una tetta, ed oggi, il mio bambino, è un essere straordinario in quanto sa soffiarsi il naso a soli due anni.

Poi arriva il momento in cui cominciano a fare delle cose che noi (mamme) non sappiamo fare.
La prima volta  stato quando ha iniziato a fare le divisioni in colonna.
Ha provato pure, a insegnarmele, ma giuro che noi a scuola mica le facevamo così, mettono tutti  numeri dalla parte sbagliata della riga.
Poi sono arrivate tutte le province della Campania.
Suonare il flauto e leggere le note (quelle sono sempre le stesse, lo ammetto).
Sapere recitare.
Fare i trucchi di magia e mescolare le carte come i prestigiatori.
Fare la ruota.
Saltare la corda per un'ora intera.
Salire su un albero.
Sciare.

Se fino a quel momento noi eravamo la misura di tutte le cose, poi smettiamo di esserlo, lentamente, ( e grazie al cielo, anche).
Però è strano. Strano vedere Megamind sul palco del saggio di musica che suona l'inno alla gioia.
Strano vedere WonderWoman che mi spiega come connettere il suo tablet al WiFi di casa.
Strano che abbia delle competenze che tu non hai (o non hai più), su cui non c'è più nè il tuo controllo nè la tua garanzia, nè la tua impronta.
Strano chiedergli di ricordarti in quale Regione si trova Taranto (vabbè lo sapete la mia idiosincresia per la Geografia, non fa testo).
Meno male che con Catwoman le tabelline riesco ancora a ripassarle.

Qui siamo in fase di nuove autonomie, Megamind, che qualche anno fa disegnava le persone facendo quadrati e rettangoli come Klee (ma senza intenti artistici) ora disegna cavalli e volti bene quasi quanto me.
Ha imparato a giocare a poker (solo per fare tutte quegli equilibrismi col mazzo di carte), va a scuola in bici da solo.

E insomma, le cose che possiamo insegnargli noi, sono sempre meno.
Dobbiamo limitarci ad essere di esempio.

(A Macchiavelli vinco ancora io però)





5 maggio 2015

il paradiso è romagnolo

Niente canti celestiali, luce infinita, schiere di angeli.
Io ora lo so com'è il paradiso.
Per arrivarci passi dal purgatorio della tangenziale ovest di milano e dal girone infernale del bivio tra Autosole e l'Adriatica.
Ma poi, sei arrivato.
A Bagno di Romagna.
Nota località termale in mezzo a dolci colline.
Una vacanza per tutti e sei, perchè altrimenti, che paradiso sarebbe? (beh, ovviamente camere separate, altrimenti, che paradiso sarebbe?)
Il paradiso ha una piscina con acqua che sgorga naturalmente ad una temperatura di 45°, ovvero la mia temperatura ideale, che-dunque-in natura esiste.
Un specie di brodo primordiale in cui rinascere.
La puzza di uovo marcio si supera senza difficoltà.
Qui, in questo paradisiaco hotel romagnolo, avvolti in accappatoi candidi come vesti angeliche, si passa il tempo a decidere se uscire dall'acqua per pranzare al turno delle 12.15, o quello delle 13,15. Se non fosse per il menù ad alto tasso romagnolo, distribuito su lunghissimi banconi selfservice, dall'acqua non usciresti mai.
Cascatelle, idromassaggi, getti tonificanti, ti riportano al ricordo della vita intrauterina. I Fantastici sono pressochè disattivati dall'effetto amniotico dell'acqua, giocano tra loro, non riescono nemmeno ad affogarsi, e forse questo per l'aria mistica che aleggia. Pure SuperMario, una volta introdotto nel suo salvagente, permette un rilassamento quasi totale.
Alle 11.00 un bel manzo romagnolo si piazza a bordo piscina per l'acquagym. Pardon, la zumba.
Tutti ballano, davvero tutti. Se vi dico che si  mosso a tempo di musica perfino il Gmarito, capite il l'aura miracolosa che impermea l'aria.
L'Hotel, oltre a pasti ipercalorici, offre intrattenimento serale, con serate danzanti, il lissssio per coppie non più troppo ggiovani (che però c'hanno un fisico pazzesco perchè so che se facessi un mezzo casquet di quelli, mi verrebbe un ernia al disco fulminante), balli dello zecchino d'oro,  disco music. C'è la saletta relax in cui i marmocchi non possono entrare e ci si abbiocca su divanetti orientaleggianti bevendo tisana, c'è il centro estetico e massaggi (la prossima volta ti lascio fare un massaggio, Gmarito. Quando si libera quella massaggiatrice di 120 kg ultra cinquantenne). C'è una sala giochi a cui si accede da un tronco cavo molto suggestivo, dal quale gli adulti sovrappeso non riescono a passare.
In paradiso, la colazione è ricchissima e infinita. Le macchinette del caffè servono caffè e non orzo mascherato da caffè, le brioche sono calde e c'è il pane nero tedesco, i salumi, i biscotti, due tipo di torte, le ciambelline, la nutella, pane, miele, yogurt, cereali, che vorrei potere avere tre stomaci per potere assaggiare tutto.
L'accento romagnolo completa la perfezione.
E le liquerizie del bar.




4 maggio 2015

videocamere di sorveglianza

Ricordo quando MegaMind è andato alla scuola materna.
Lui piangeva come un disperato, ha pianto per mesi.
Ma non è questo che voglio ricordare. Che se ci penso sto ancora male mammescamente.
Ricordo che quello che più mi lasciava sconcertata non era tanto il distacco da lui, ma il fatto che da quel momento faceva esperienze che non non avrei condiviso.
Fino a quel momento ogni sua scoperta, capriccio, conquista, pianto, persino ogni cacca, nelle sue varie consistenze, era qualcosa cui io partecipavo.
(Volente o nolente)
Io guardavo il mondo coi suoi occhi, e lui con i miei. Io davo il nome alle cose, io le rendevo belle per lui, io creavo la sua realtà.
Poi, grazie a Dio, viene il distacco. La distanza. Il figlio diviene se stesso, vivendo esperienze non mediate dalla madre.
All'inizio è liberatorio ma anche angosciante.
Perchè non hai più il controllo. Perchè ti sfugge, perchè ti tendi conto che è un estraneo.
E Megamind, come il gmarito, era un ostrica, e continua ad esserlo. (Quando trovo la perla, ve lo dico)
E io appena vedo che qualcosa lo turba, prenderei un crick e gli aprirei la bocca estraendo il rospo, ricorrendo pure a biechi ricatti. Ovviamente non è una tattica vincente, e il fatto che io non l'abbia ancora appreso in 10 anni di matrimonio, mostra quanto l'angoscia mi soverchi talmente tanto da riuscire a farmi mandare a quel paese in tre lingue.
Col gmarito non  imparerò mai, invece con Megamind sto facendo dei progressi, e di riflesso pure con gli altri Fantastici. Non ho più bisogno di conoscere ogni dettaglio della loro giornata, di arginare i loro sentimenti, e questo-sorpresa!- fa bene a entrambi.
Se non detestassi la parola privacy, potrei usarla, ma, oltre ad essere ormai tanto logora quasi quanto la parola amore, non centra il bersaglio.
Non è questione di privacy, ma di distanze. Di libertà. Di responsabilità.
A me è costato molto capire tutto questo, cioè capirlo non con la ragione, ma con la pancia.
E mi sono resa conto che non è un atteggiamento molto diffuso.

CatWoman è partita per la gita allo zoo. Cioè non è uno zoo, è un safari park, che zoo si diceva fino agli anni '90.

In ogni caso l'ho portata all'appuntamento davanti alla scuola all'alba, ovvero alle 7.00, e sono rimasta finchè non è partito il pullman solo perchè il mio orario di lavoro parte dalle 8.00 ed ho aspettato altre mamme per bermi un caffè con loro e farmi 4 chiacchere. Le quali madri, non si sono mosse dal marciapiede finchè non hanno visto passare l'autobus col loro pargoletto, dispiacendosi perchè era seduto sull'altro lato e quindi per non avere visto che faceva ciao con la manina, cosa che non avrebbe fatto comunque perchè si stava già menando col bambino di dietro.

Dopodichè sul gruppo delle mamme di wats'up della relativa classe c'è stata una cronaca minuto per minuto del viaggio, da parte di una mamma infiltrata alla gita.
Venivo informata che che:
un bambino ha vomitato.  Stanno guardando un film. L'altro pullman si è rotto e aspetta mezzo sostitutivo. Stanno per arrivare. Sono arrivati, il tempo è nuvolo,no, aspetta, sta uscendo il sole, guardano il rinoceronte (foto), si fermano per una pausa, 50 foto in sequenza di animali dietro uno schieramento di zainetti, il tempo sembra peggiorare, forse piove, si mettono i k-way, ma per fortuna c'è il laboratorio, momento del pranzo e dei souvenir. Stanno salendo sul pullman per tornare. Mettono su un altro film (sono finiti i tempi in cui si cantava Romagna mia. Nemmeno O mia bella Madunina, poi ci sono i musulmani, sarebbe indecoroso, rimbambiamoli con la tv) Il viaggio va bene, non c'è traffico, forse arrivano in anticipo, ecco, sono arrivati a scuola, sono le 15.15.
Tra un messaggio e l'altro infiniti commenti di giubilo delle mamme, tutte felicissime avere un occhio (anzi due) nella vita dei figli, di sapere se si sono messi la felpa, se hanno preso la pioggia ( che pare essere una specie di tragedia, nonostante i bambini siano stati equipaggiati come degli sherpa). Felici di partecipare anche se non ci sono.
E di controllare. Di filtrare.
Di vivere, in definitiva, la vita dei figli.

Non voglio sembrare troppo severa, ma forse dovrebbero scoprire quanto possa essere liberatorio, per i figli -ma anche per loro stesse-, cominciare a mettere delle distanze, concedere i figli uno spazio riservato, in cui poter fare degli sbagli, mettersi i pantaloni della tuta al contrario, usare il kway come mantello di batman, spappolare la banana in fondo allo zaino, avere dei segreti.

Perchè poi accede che gli si compra il cellulare a dieci anni, fingendo che serva garantire maggior sicurezza per quando vanno a scuola da soli, ma in realtà lo usano per leggere di nascosto i messaggini su wat's up, spiare il loro profilo facebook e scoprire se la ragazza a cui fanno il filo è abbastanza carina. E non extracomunitaria.


26 aprile 2015

Il baratto

Oggi piove, ma noi, che ormai siamo esperti del gioco della felicità, siamo usciti lo stesso.
E visto che siamo esperti in scelte giuste al momento giusto, siamo usciti in bici.
Catwoman ha una bici piccolissima, che quando ci sale sembra Brand dei Goonies mentre insegue l'auto. (E se non avete visto i Goonies, dovete provvedere immediatamente).
In più è di Hello Kitty, e non so se lo sapete, ma le cose di Hello Kitty vanno SOLO per le bambine sotto i sei anni o le donne tardoadolescenti post 40enni.
Abbiamo un amico, che ha un negozio tipo "tuttoUnEuro" in centro, che le mie figlie chiamano Sandokan perchè ha il codino e il pizzetto. Lui ha tre figli, e visto che aderisce-come noi- alla filosofia : "se posso non lo compro e se devo comprarlo, lo compro usato", ci ha proposto uno scambio. Lui ci ha dato la bici smessa di suo figlio, e noi gli abbiamo lasciato lì la bici rosa shocking per la sua bimba di tre anni.
Almeno per quello che riguarda l'economia domestica, forse non per quella dei grandi sistemi, se usassimo il baratto, saremmo tutti più ricchi.(vi linko un post in cui parlo di persone che sono davvero ricchissime, nell'assoluta essenzialità della loro esistenza autentica).
CatWoman ha fatto il gioco della felicità (per contrastare il lamento di: piove, sono bagnata, non posso pedalare bene, i capelli mi sgocciolano sul collo, ho fame, ho freddo, ho caldo, sono sudata) e abbiamo concordato che nonostante la pioggia, abbiamo avuto il coraggio di uscire. E se non fossimo usciti in bici, non avremmo potuto fare il baratto. E fare contente non una, ma DUE bambine.



I giochi per essere felici-Per mamme e bambini-

In questo periodo CatWoman sta manifestando tutta la sua personalità tipica dei gatti.
Volubili, ombrosi, esigenti, bisognosi di coccole esclusive, insofferenti a qualsiasi contrarietà.
I figli non hanno le personalità che noi vorremmo.
E soprattutto, non si può plasmare la personalità di un figlio.
La si può educare, ovvero estrarre dalla loro identità profonda le risorse (che loro hanno di certo) per contrastare gli aspetti negativi del loro io, ovvero NON gli aspetti che a noi genitori non piacciono, ma gli aspetti che-in fin dei conti- rendono loro stessi infelici.
Questo bel pensierino, che ho elaborato faticosamente in 12 anni da genitrice, con l'aiuto del Gmarito, dell'esperienza, dei consigli degli amici e anche dei nonni, è una pratica quotidiana, faticosa, spesso isterizzante (per tutti) e che va modificata costantemente in relazione al figlio con cui si ha a che fare.
(Altro che spinning)

Cat Woman ultimamente  è sempre insoddisfatta, infelice, lamentosa. Sembra vada cercando col lanternino sempre nuove occasioni per lamentarsi, per essere infelice, per sentirsi perseguitata da tutti e da tutto.
il vento perchè le scompiglia i capelli. I capelli, perchè si scompigliano.
(-Allora li tagliamo!-E lei:-certo! perchè tu vuoi che io sia brutta!-)
Il sole perchè le dà fastidio alla vista.
I suoi occhi perchè sono azzurri
(-Io odio i miei occhi! Sono la più sfortunata!Perchè sono chiari e la luce mi dà fastidio!)
La cartella troppo pesante o troppo larga.
Le scarpe strette.
I compagni che le hanno detto "cicciotta", il maestro che ha parlato a voce bassa e lei non ha sentito bene.
Le matite portano con sè una infinità di motivazioni per lamentarsi. Sono troppo corte. Sono del colore sbagliato. Sono di cattiva qualità, hanno la mina spezzata, non si riescono a temperare- e da qui parte la filippica sul corollario riguardante il temperino, che vi risparmio.
Potrei continuare all'infinito.
Lei è il puffo brontolone.

Un giorno le ho detto, su consiglio di un'amica:
-CatWoman. Hai due scelte. Puoi scegliere di essere sempre arrabbiato o triste, opure puoi scegliere di essere felice. La felicità è una scelta.Se tu che decidi.-
Era un discorso da grande e mi aspettavo che protestasse bambinescamente, invece mi ha guardato coi capelli costantemente davanti agli occhi, più triste che arrabbiata e mi ha risposto:- Lo so! Ma non ci riesco!-
E questo mi ha aperto gli occhi su due cose.
La prima è che lei fosse la prima a subire il suo umore e stesse chiedendo aiuto a me per difendersene. E quindi che i suoi capricci non fossero semplicemente un attacco a me, all'autorità genitoriale e al mondo intero.
La seconda è che i bambini sono benissimo in grado di capire cose profonde e serie, e avere consapevolezza della loro realtà esistenziale.

Ovviamente il primo sentimento che ho provato, che è  sempre il primo che provo in ogni occasione, essendo MADRE ed essendo IO, è il senso di colpa.
Poi, subito dopo, ho deciso sarebbe stato opportuno passare all'azione.
E ho elaborato una strategia da proporre a CatWoman.

E un,altra strategia per me.

Per Catwoman ho "inventato" il gioco della felicità.
Eccolo:
Quando ti senti triste, arrabbiata o annoiata, trova almeno un motivo per essere felice comunque.  (Esempio: sono arrabbiata perchè devo fare i compiti e non posso guardare i cartoni. Motivi per essere felice: ho fatto i compiti con la mamma, che mi ha aiutato a temperare tutte le matite. Ho avuto l'occasione di far vedere tutto il quaderno a papà. Ho battuto il record nelle operazioni in matematica facendone 15 in meno di 5').
Il gioco prevede che se trovi almeno 5 motivi per essere felice nonostante tutto, ho in premio un buono.
I buoni sono biglietti che possono essere spesi una volta sola.
Ecco alcuni esempi:
Buono per il trasporto della cartella quando è pesante, per avere un aiuto nei compiti. Per fare merenda davanti alla tv (di solito proibitissimo), di fare una passeggiata da soli coi genitori, scaricare un gioco sull'ipad, fare un gioco di società anche con mamma e papà, un aiuto da parte di un genitore per riordinare la stanza, ecc.


Devo dire che il solo fatto di avere inventato questo gioco l'ha resa felice. I capricci e le scontentezze nascono comunque, ma sembrano durare di meno.
Ovviamente questo gioco ha scatenato la gelosia di WonderWoman, che voleva pure lei un gioco tutto suo.

E quindi ho partorito un gioco geniale.
Si chiama il gioco di WonderWoman, ma in realtà il vero nome è : come far collaborare i figli senza stressarti l'anima.
Eccolo, parla da sè.
le voci sono : apparecchiare, sparecchiare, pulire, riordinare, fare babysitteraggio, ecc. Ad ogni voce corrisponde un punteggio, e ogni 10 punti si ha diritto ad un buono.
Ora litigano per chi deve sparecchiare ed è una settimana che non spazzo la cucina!



22 aprile 2015

L'unghia sfigata

Le unghie sono un simbolo.
Le unghie curate sono nel mio inconscio la manifestazione della donna adulta. Della donna adulta, che non ha bisogno di strapparsi le unghie a morsi. Della donna adulta che ha un buon livello di autostima.
Che nonostante tutto ha il controllo di sé, tanto da avere la freddezza di farsi la manicure.
Bene, dopo vari tentativi di raccontarmela, di provare a mostrarmi per quella che NON sono, ovvero indossando unghie posticce alle cerimonie davanti a parenti per darmi un tono (salvo poi staccarsi -macabre- proprio quando fai il brindisi col calice di cristallo), ho deciso di forzare la mia natura ricorrendo a ciò che ho sempre aborrito.
La ricostruzione delle unghie.
La mia insicurezza e ansia nevrotica si sarebbe fermata davanti ad uno strato di gel che avrebbe reso le mie unghie come quelle di un manichino.
Ebbene, è andata bene per mesi.
La facciata reggeva.
Mi guardavo le unghie e mi sentivo adulta.
Mi strappavo i capelli, è vero, ma è socialmente più tollerato e di gran lunga meno appariscente.(Finchè non diventi pelata?).
Poi era gratificante cambiare colore, molto creativo, se resisti alla tentazione del color vomito d'ubriaco che va tanto di moda.

Poi, va da sé.
Non è possibile che io abbia costanza. Avrebbero dovuto chiamarmi Costanza, che magari sentendomi chiamare così, sarebbe stato un promemoria.
(Ma forse, non sarei una grafica frustrata al giorno d'oggi, ma una inflessibile insegnante di scherma.)

Un giorno, le unghie hanno cominciato a spezzarsi, così come giorno dopo giorno la mia facciata di persona matura e calma e col pieno controllo di sé si è sgretolata e sfaldata come la cheratina messa sotto stress dagli agenti chimici.

E allora, via. Ho naturalmente ricominciato a massacrarmi le unghie senza pietà, deliberatamente, assaporando la mia sconfitta con autocommiserazione (e l'alibi del genio creativo tormentato, ovvero: Picasso mica si faceva la manicure)

Poi cosa è successo? E' successo che ho cambiato lavoro.
Sono diventata una sorta di segretaria.
Chi più di una segretaria deve avere un aspetto rassicurante organizzato ed efficiente? Avere una segretaria che si smangiucchia le unghie sarebbe come avere una estetista coi brufoli e il pelo sotto le ascelle.
E così, ci ho riprovato.
Niente gel però, già io faccio fatica ad assoggettarmi alla schiavitù del parrucchiere una volta l'anno, la manicure ogni 20 giorni è improponibile.
Avete mai visto la ricrescita delle unghie con lo smalto semipermanente? Sembra una mutazione genetica incontrollata con DNA di grifone.
E così, con la pazienza che NON mi contraddistingue sono riuscita a fare cresceere le mie unghie fino ad una lunghezza che non fosse ridicola una volta laccata con lo smalto verde smeraldo.

Sono 20 giorni che riesco a non toccarle.
Tranne una.
L'unghia sfigata.
Perchè di queste due personalità che fanno a botte, la ME adulta che vuole essere responsabile, e la ME casinara e creativa e nevrotica, non posso semplicemente sopprimerne una.
A beneficio della personalità che amo di meno.
L'unghia sfigata è sfigata di suo, non ce la può fare. Si spezza, si scrosta, e allora senza la barriera dello smalto, la tormento, me la mangio.
E' lì per ricordarmi che io non sono una vera segretaria.

Sono come i supereroi.
Serve solo per coprire la mia identità segreta.

E per non diventare completamente pelata.




15 aprile 2015

Sogni nei cassetti e nuovo lavoro

Il nuovo lavoro. 
Mesi fa avevo annunciato che non sarei più stata vigilessa e avrei fatto un lavoro che mi piaceva. Solo metà dell’annuncio è vera, e –per la cronaca- visto che non ha cominciato a piacermi fare la vigilessa, se ne desume che ho smesso di fare la vigilessa.
Ma non ho cominciato a lavorare in Biblioteca, il mio sogno nel cassetto nella categoria (un po’ sfigata) de: sogni venuti ad un compromesso.

Dunque, ho lasciato la divisa senza alcun rimpianto di sorta, per lavorare in ufficio, sempre presso il Comando dei vigili. Nell’ufficio Segreteria.
Ora.
Chi mi conosce sa che nella graduatoria dei lavori più improbabili (all’interno dell’insieme: lavori alla mia portata) per la mia personalità ed attitudini, dopo il vigile, al primo posto, e prima del geometra, viene la segretaria. Perché, ho tante qualità (vero, Gmarito?) ma quella della precisione, organizzazione e pianificazione, non mi appartiene. Però ci sono molti vantaggi, in primis il fatto che dovrò sforzarmi a dare il meglio di me cercando di superare i miei limiti, e so che mi verrà meglio di quando mi sforzavo di mantenere la calma di fronte agli insulti dei cittadini multati.
Intanto ho un ufficio. Un ufficio! Un tavolo, un pc, una SEDIA su cui sedermi. Ho dei cassetti con dentro delle cose personali, e mi rendo conto che in questo momento sembro WonderWoman, di anni 9, che vede per la prima volta un ufficio, ma vi assicuro che è quasi commuovente, dopo svariati anni in cui ho dovuto stipare in un borsello bianco, anti-ergonomico, grande come un A4, pochi effetti personali indispensabili quali: assorbenti assortiti, fazzoletti, gel igienizzante, caramelle, cerotti, un elastico per capelli, portamonete per i 6 caffè giornalieri. Oltre alle altre cose che servono al vigile, in primis il bollettario delle multe.

 Posso bere quando ho sete. Andare in bagno quando mi scappa. Posso vivere in un microclima compatibile con la vita. Alla mattina posso scegliere i vestiti (e le scarpe, e gli orecchini, e le collane, e lo smalto, e la pettinatura), e questa grande stimolante, emozionante, femminile novità, ha dato origine a sessioni di shopping esaltanti (solo per la sottoscritta evidentemente.)

Ogni mattina, per stimolare il programma anti-sciatterìa attivato recentemente, mando un w’up con un selfie del mio look (ma mi dicono che si dice outfit adesso) alla mia lesboamica, incentivando l’indispensabile competizione femminile che altrimenti qui, con tutte ste donne in divisa, scarseggia.
Inoltre in lavoro non mi dispiace. Anche perché la mia capa (donna) è una persona ingambissima, che credo abbia dei superpoteri pure lei. (comincio a sospettare che gli Xman siano in mezzo a noi).
E lavorare per una persona molto esigente e per la quale si prova stima, efficiente, e che prende su di sé le responsabilità che le competono, in grado di delegare intelligentemente, (quindi il vero CAPO) è piacevole anche se il lavoro di per sé non è particolarmente creativo (ah, ma faccio dei Diagrammi di Flusso con delle palette di colori e degli effetti grafici DA PAURA). Il tempo vola. Quando prima, mentre vagavo a piedi col mio buffo cappello e borsello, sognavo di essere il Bianconiglio e controllare la dimensione temporale, per far muovere quella dannata lancetta dei minuti sul quadrante.
Eqquindi, son contenta.
Beh, ci sono degli aspetti negativi. Ma d’altra parte l’ostilità di qualche collega- se prima c’era- non può che peggiorare quando non gli offri più il caffè al bar o è costretto a rivolgerti la parola durante un turno di sei ore, assieme. E va bene così, direbbe Vasco.
Torno a casa e non perdo conoscenza sulla prima superficie orizzontale che trovo, ma posso addirittura stirare guardando al mia serie piratata preferita, oppure-ancora meglio- disegnare forsennatamente finchè SuperMario non si sveglia.
Il Gmarito ora si aspetta una mogliettina riposata, fresca, che pure stira, e cucina non come una cuoca da Campo, e che gira per casa costantemente in babydoll e reggicalze. Ognuno ha i suoi sogni, nel cassetto.

;-)

14 aprile 2015

il marito ideale

A me fare le pulizie non piace.

Cioè mi piace l’idea delle pulizie.

Un po’ come la voglia fare ordine, quando guardi il catalogo dell’ikea, in cui oggetti apparentemente lasciati in disordine hanno una palette di colori che si intona con le tende.
Mi piace l’idea del detersivo profumato, di pavimenti sgomberi da mobili e oggetti su cui passare lo straccio, i guanti di gomma colorati e intonati al grembiule (what’s grembiule?), la cera da passare sulle superfici di legno, a ritmo di musica e facendo anche esercizi per rassodare i glutei nel frattempo, come spiegano demenziali articoli delle riviste femminili in vista dell’estate.

Poi, la realtà è un'altra. Prepari il secchio, e ti accorgi che prima di passare allegramente lo staccio, devi spostare una eterogenea massa di oggetti che vanno dalle sedie, al mastodontico peluche di pezza, ai 5000 pezzettini di giochini e oggettini insulsi (che diventeranno FONTAMENTALI  appena deciderai di buttarli via) che ricoprono il pavimento in questione.
Allora tantovale sniffare l’odore del vim direttamente dal flacone e via, il bisogno di profumo di pulito è appagato.

E’ ovvio, la casa pulita e profumata piace a tutti. E’ quello che sta in mezzo tra una casa da emergenza sanitaria e una praticabile e provvisoriamente in ordine, che mi crea qualche difficoltà. 

Anche perché difficilmente ci sarà la possibilità di pulirla in assenza di creature che si aggirano pestando dove hai passato la cera, disegnando casette sui vetri con le dita sporche di moccolo, rovesciando un milione di pezzetti di lego in corridoio.

Da qualche tempo da noi viene, una volta a settimana, una signora. Mentre Mario dorme e poi successivamente mentre sono in giro a portare e recuperare i Fantastici dalla miriade di attività che siamo riusciti a fare entrare dentro il pomeriggio di giovedì, lei compie il miracolo.
Appena arriva, tutto prende il giusto corso. 
E’ come se l’intero universo ritrovasse l’armonia del moto perduto all’inizio della creazione.

Lei non si limita a pulire, lei propone. –Facciamo una lavatrice?- (notare la delicatezza sublime di quel plurale majestatis).
Lei riesce a svuotare il cesto della biancheria in un pomeriggio. Lavando,e h. Non buttando tutto nell’inceneritore come farei io presa dalla disperazione.
-La prossima settimana laviamo i vetri?-
E io: -sì!!!!! laviamo i vetri, dai!!!!-
 Mi sembra improvvisamente fantastico lavare i vetri, trascinata dalla sua operosità tranquilla e inesorabile, che a me verrebbe l’ansia solo all’idea di prendere la bacinella e la spugna.

Quando torno dal pomeriggio passato a fare da autista, entro in questa casa profumata di lavanda, con i  cuscini sopra al divano, la cucina linda con il tavolo sgombero, e lei col sorriso sulle labbra che mi dice:- mi è avanzato un po’ di tempo e ti ho stirato due camicie.-

Già il fatto che le avanzi tempo è la prova che è dotata di poteri soprannaturali in grado di controllare lo scorrere del tempo.

Lei non si limita a pulire. Lei si prende cura di te, un po’ come tua madre.
Quando, prima di uscire, mi informa che porterà in cantina i vetri, io, che per far portare la spazzatura in cantina dal Gmarito devo ricordarglielo almeno 4 volte  e poi lasciare il sacchetto puzzolente laddove possa inciamparvisi, come una tagliola, affinchè non si dimentichi di farlo, mi domando.
Forse non sarebbe bello sposare una colf?

O almeno, ammettere la bigamia, dai.



11 aprile 2015

La corda rossa

Abbiamo lasciato i due fratellini sperduti, nel bosco, lontani l’uno dall’altro, arrabbiati.
Ma non passano molti minuti, che subito si pentono. Francesco comincia a preoccuparsi per il fratellino, e comincia a chiamarlo.
Giovanni, fatti pochi metri sul sentiero, si sente solo e sperduto, e vuole tronare indietro dal fratello maggiore.
Improvvisamente nulla è più importante, né lo gnomo, né il litigio, nemmeno più il fiore azzurro conta più. Soltanto ritrovarsi.
Francesco corre dietro al fratellino, Giovanni torna sui suoi passi, e finalmente si ritrovano, abbracciandosi con le lacrime agli occhi.
-Non scappare più!- Dice Francesco
-Non lasciarmi più andare via!- dice Giovanni
Adesso che sono di nuovo insieme, si sentono entrambi al sicuro.
Intanto però le ombre hanno cominciato ad allungarsi, la sera sta scendendo sulla foresta. Francesco sa che nel bosco la notte scende all’improvviso, che bisogna mettersi al sicuro. La notte nella foresta è spaventosa, tutto diventa pauroso e minaccioso.
-Giovanni, dobbiamo accendere un fuoco per tenere lontani gli animali feroci. Vai a cercare della legna, io costruisco un riparo-
-Ho paura, paura di perdermi ancora!- Piange Giovanni.
Francesco ci pensa: devono fare in fretta, l’oscurità avanza, non c’è tempo da perdere. Allora gli viene un’idea. Apre il suo zaino e prende un grosso gomitolo di corda rossa. L’aveva notato quando ha preso i panini. Chissà perché il suo papà ce l’ha messo, però ora gli è utile. Lega un capo dello spago al polso di Giovanni, e un altro capo al suo. –Ecco, vedi, adesso anche se ci allontaniamo, non possiamo perderci, ci ritroveremo sempre. Resteremo legati, così niente ci separerà.- Giovanni si rassicura e comincia a cercare della legna, deve essere bella secca, gli ha detto suo fratello.
Francesco intanto raccoglie lunghi rami robusti, taglia fronde di nocciolo con il suo coltellino, e comincia a costruire, legando il tutto con la robusta corda che ha trovato in gran quantità, un riparo per la notte, a forma di capanna. Per ripararsi dal freddo e dall’umidità. E dalla paura.
In terra stende un telo impermeabile. Il rifugio è pronto.
Giovanni arriva a più riprese con rametti, corteccia, pigne; è piccolo e porta poche cose alla volta, ma piano piano un bel mucchio di legna da ardere si accumula vicino al loro riparo.
-Che bella casetta, Francesco!- Dice entusiasta. Francesco è molto orgoglioso del suo lavoro, la capannuccia è piccola, ma così staranno vicini vicini, non avranno freddo, e si sentiranno più al sicuro.
Ormai la sera è calata. Fanno appena in tempo a circondare la legna con delle grosse pietre, ed ad accendere il fuoco con i fiammiferi. Gli zaini sono piccoli, ma quante cose riescono a contenere! E’ la prima volta che accendono un fuoco: bisogna curarlo perché non si spenga subito, e i due fratelli insieme rimangono attanti per un po’ perché la fiamma attecchisca bene e abbia tanto materiale da bruciare. Intorno si fa tutto buio, i due fratelli non vedono che ombre attorno a loro, sentono molti rumori e fruscii. Francesco decide che è ora di dormire. Entrano nella loro capanna, stendono i sacchi a pelo e ci si infilano dentro. Si sentono più al sicuro, con il fuoco, là fuori, come una sentinella.
-Sento dei rumori….-piagnucola Giovanni
Francesco allora comincia a cantare una ninna nanna buffa, che cantava sempre la mamma. E piano piano, vicini vicini, si addormentano.
La foresta si sveglia presto. Gli uccelli cominciano a cantare all’alba, e i due fratelli si svegliano presto. Una sorpresa li aspetta: a far loro da sveglia, davanti alla loro capanna, c’è l’uccellino azzurro che canta. I due fratelli ridono di gioia. Finalmente sanno che direzione prendere. Infilano veloci nello zaino tutte le loro cose. Giovanni è un po’ dispiaciuto di lasciare la loro casetta.-Mi piacerebbe restare un pò qui con te, con l’uccellino azzurro a farci compagnia, il fuoco che ci scalda.-
-Non possiamo! Non dimentichiamoci del fiore azzurro e della mamma! Quando l’avremo trovato ti prometto che costruirò un’altra capanna uguale nel nostro giardino e sarà il nostro rifugio.-
E così, nell’aria fresca del mattino, ricominciano il cammino, seguendo l’uccello azzurro, che indica loro sempre il sentiero giusto. Piano piano si accorgono che la strada si fa in salita, e anche il clima comincia  cambiare. Fa sempre più freddo, gli alberi sono più spogli, sembra calare l’inverno.
Francesco e Giovanni indossano giacche pesanti, sciarpe, cappelli e guanti. Trovati negli zaini quasi per magia. Ad un tratto comincia a scendere qualche fiocco di neve. Giovanni e Francesco rimangono esterrefatti, ma continuano a camminare, in salita, nella foresta sempre più bianca. L’uccello azzurro li precede sempre, svolazza di ramo in ramo, aspettandoli. Questa volta è facile vederlo, i rami sono spogli, e nel bianco l’azzurro balza all’occhio facilmente
 –Sono molto stanco!- si lamenta Giovanni, che resta indietro e qualche volta si lascia trascinare dal fratello maggiore approfittando dello spago che li lega (infatti hanno deciso che non si slegheranno finchè non torneranno a casa). Francesco non si lamenta, anche lui è stanco, infreddolito. Allora si ferma e rovista nello zaino.
Ormai ha imparato che quando ha bisogno di aiuto, gli basta guardare negli zaini preparati del papà: troverà sempre quello che gli serve, anche quando non ha la più pallida idea di quello che sta cercando. E infatti gli saltano all’occhio due belle tavolette di cioccolato.

-Guarda Giovanni! Ti darò un quadratino di cioccolato ogni volta che oltrepassiamo 7 trochi d’albero lungo il sentiero, ok?- A Giovanni sembra un bellissimo gioco, e poi non ha fatto colazione, dunque ha proprio voglia di mangiare qualcosa. Così vanno avanti un bel po’, contando e mangiando, di nuovo vicini, lungo la salita.